ALEXANDRA BURT.

GIOVANE RAGAZZA SCOMPARSA.


Titolo originale: Little Girl Gone.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Estelle Paradise si risveglia in un letto d'ospedale: la sua macchina  stata ritrovata distrutta in fondo a un burrone, lei  ferita e i suoi ricordi sono confusi e frammentari. Poi una terribile verit si fa strada: sua figlia Mia, di soli 7 mesi,  scomparsa. Qualche giorno prima, qualcuno ha portato via la bambina dalla sua stanza. In preda al panico e incapace di ricordare cosa sia successo, Estelle si lancia in un'estenuante ricerca della verit, ma le prove smentiscono la sua versione dei fatti e la donna diventa la principale sospettata agli occhi della polizia e dei media. Estelle sa bene che la chiave per capire cosa  successo quella notte  nascosta nella sua mente: pu davvero aver fatto del male alla sua bambina?
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L'Autrice.
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Alexandra Burt  nata in Germania. Dopo la laurea si  trasferita in Texas dove vive tuttora. Traduttrice, ha seguito corsi di scrittura e poi ha deciso di raccontare le proprie storie. Fa parte di Sisters In Crime, un'organizzazione che promuove le scrittrici di thriller. Giovane ragazza scomparsa, suo romanzo d'esordio, ha avuto un ottimo riscontro di critica e lettori.
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Questo libro  un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell'immaginazione dell'autrice o sono usati in maniera fittizia.
Qualunque somiglianza con fatti, luoghi o persone, reali, viventi o defunte  del tutto casuale.
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A tutte le madri, specialmente la mia.
A tutte le figlie, specialmente la mia.
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PRIMA PARTE.
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Purtroppo, signore, temo di non potermi spiegare. Perch, vede, io non sono me stessa.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie.
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SCOMPARSA UNA BAMBINA DI 7 MESI DALLA CULLA
Brooklyn, NY  Il Dipartimento di Polizia di New York chiede aiuto alla popolazione per rintracciare una bambina di 7 mesi, Mia Connor.
I genitori e il dipartimento di polizia di New York chiedono alla popolazione di collaborare alle indagini. I cittadini residenti a North Dandry, Brooklyn, sono pregati di segnalare eventuali comportamenti sospetti notati nella notte e nelle prime ore del 1? ottobre.
Mia Connor  stata vista l'ultima volta da sua madre, Estelle Paradise, di 27 anni, a mezzanotte circa, quando l'ha messa a dormire. Al risveglio, la mattina seguente, si  accorta che la bambina non c'era pi. Al momento della scomparsa il padre era fuori citt.
 un caso davvero frustrante, ha dichiarato venerd Eric Rodriguez, portavoce del dipartimento di polizia di New York, durante una breve apparizione a una conferenza stampa. Speriamo che qualcuno si faccia avanti e ci fornisca qualche informazione utile a rintracciare la bambina.
Se avete informazioni su dove possa trovarsi Mia, chiamate subito il Servizio Segnalazioni al numero verde 1-888-267-4880. Tutte le telefonate rimarranno strettamente confidenziali.
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Capitolo 1.
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Signora Paradise?.
La voce spunta dal nulla. Mi sento intorpidita, soprattutto la testa, come se stessi correndo sott'acqua: ci provo con tutta me stessa, ma non riesco ad andare avanti.
Instabile. Ottanta su sessanta. Sta calando.
Oddio, sono ancora viva.
Provo a muovere le gambe, e ci riesco. A fatica, ma ci riesco. Una luce improvvisa mi trafigge le palpebre. Sento dei cani abbaiare forte: ansimano. Sento il tintinnio delle medagliette.
Ha avuto un incidente stradale.
Ho il viso paralizzato: i miei pensieri sono vaghi e indistinti, come scatole impolverate riposte negli angoli pi remoti della soffitta. C' qualcosa che non va, lo capisco subito.
Oddio, guarda la testa.
Poi si sente una sirena. Parte a pi riprese, poi diventa un'agonia costante.
Voglio dire a queste persone che Apro la bocca, le mie labbra cominciano a comporre le parole, ma il bruciore alla testa diventa insopportabile. Ho il petto in fiamme, e il ronzio nell'orecchio sinistro mi paralizza un intero lato del viso.
Lasciatemi morire, vorrei dire, ma sento solo delle mani che strappano con urgenza un tessuto fragile.
Fatevi indietro, allontanatevi.
Il mio corpo esplode, sobbalza.
Questo non faceva parte del piano.
Quando riprendo i sensi, la mia vista  confusa, annebbiata. Riesco a distinguere una donna con una divisa azzurra:  un'infermiera, che fa passare un tubo di plastica sulla mia testa, e infine due cannule sibilano e immettono aria fredda nelle narici.
A questo punto l'infermiera manovra una leva e il letto si alza; con un'altra leva solleva la testiera finch non ho il busto quasi in verticale.
Il mondo si fa pi nitido. L'infermiera ha i capelli legati in una coda, e il suo cardigan ha le tasche slargate. La osservo gettare tubi e confezione, e poi la pattumiera si chiude con un tonfo irrevocabile.  una sensazione che non riesco del tutto a definire: un vago senso di perdita; come un borseggiatore che mi ruba gli spiccioli e scompare, risucchiato tra la folla che  il mio strano ricordo.
All'improvviso mi giunge una voce maschile.
Devo metterle un catetere.
Quella voce fin troppo gentile appartiene a un uomo con un camice bianco. Mi parla come se fossi una bambina che ha bisogno di conforto.
Si rilassi, non sentir nulla.
Devo rilassarmi? Non sentir nulla? Facile a dirsi. Mi sento smarrita, come se fossi in mezzo a una bufera di neve e non sapessi decidere da quale parte andare. Provo ad alzare le braccia e vengo trafitta da una fitta di dolore, che parte dalla spalla e mi arriva fino al collo. Mi riprometto di non farlo pi, almeno per il momento.
L'uomo con il camice bianco mi strofina una salvietta imbevuta di alcol sul dorso della mano. Lascia una gelida scia, che mi scuote con forza dal mio stato di torpore. Osservo il dottore infilarmi un lungo ago nella vena. Un batuffolo di cotone giace dimenticato tra le pieghe della coperta a nido d'ape. Al centro, un puntino di sangue rosso vivo: sembra una lettera scarlatta.
Vedo accendersi la scintilla di un ricordo, ma si spegne subito come un fiammifero bagnato. Mi rifiuto di farmi trascinare via. Mi oppongo, seguendo il rivolo cremisi, e mi aggrappo a quel ricordo iniziato come un impercettibile scricchiolio sulle scale, ma poi compaiono i mostri.
Prima ricordo il buio.
Poi il sangue.
La mia bambina. Oddio, Mia.
Il sangue non viene via. Sprazzi di cremisi esplodono come lampi nel cielo. Per un attimo illuminano tutto ci che mi circonda; ma poi svaniscono di colpo, e il mio mondo sprofonda nel buio. Quelle immagini di sangue si affievoliscono e scompaiono, lasciando sullo schermo una tremula linea nera.
All'improvviso sento lo scricchiolio delle suole di gomma sul linoleum e una mano che mi tocca la schiena.
Non  reale.  solo una visione, nient'altro che una visione. Non vuol dire nulla.
Un'infermiera mi stringe delicatamente le spalle, e io apro gli occhi.
Signora Paradise. La sua voce  dolce, sembra quasi volersi scusare. Mi dispiace, ma mi hanno ordinato di svegliarla ogni due ore.
Sangue, mormoro e strizzo gli occhi cercando disperatamente di rievocare quell'immagine. Non capisco da dove venga tutto questo sangue. Sono io che ho parlato? Non pu essere: non sembra affatto la mia voce.
Sangue? Quale sangue?. L'infermiera guarda il catetere pulito e ben fissato. Sta sanguinando?.
Mi volto verso la finestra. Fuori  buio. Tutta la stanza compare nel riflesso del vetro: come una stampa, una copia fasulla della realt.
Oddio, esclamo, e la voce mi esce strozzata come da un microfono stridulo. Dov' mia figlia?.
Lei inclina la testa in silenzio e comincia a sistemare la coperta. Chiamo il dottore, annuncia ed esce dalla stanza.
Capitolo 2
Delle voci raggiungono la mia stanza come un banco di nuvole: si mescolano al profumo di frittelle, sciroppo d'acero, pane tostato e caff, mettendomi in subbuglio lo stomaco. Avverto una mano sul braccio.
Signora Paradise? Sono il dottor Baker.
Mi soffermo soltanto sulla sua et:  giovane; come se il mio cervello non mi permettesse di andare oltre. L'ho gi incontrato? Non lo so. Non mi funziona bene niente: n il corpo, n i sensi, nulla. Quand' che ho smesso di ricordare le cose? Da quando la mia mente  cos confusa?
L'uomo indossa un camice bianco con il nome cucito sulla tasca: DOTT. JEREMY BAKER. Tira fuori una penna e mi punta un fascio luminoso negli occhi. L'esplosione di luce  cos dolorosa che mi fa serrare le palpebre. Mi scosto, e la mia mano tocca il lato sinistro della testa. Ora capisco perch ho la sensazione che i suoni siano attutiti: ho la testa completamente bendata.
Signora, lei si trova al County General Hospital. Un'ambulanza l'ha portata al pronto soccorso. Si interrompe e controlla l'orologio al polso. Mi chiedo perch sia cos importante comunicarmi l'orario d'arrivo. Perch si mette a calcolare le ore? Vuole essere preciso?  il 5 ottobre, tre giorni fa.
Tre giorni? E non ricordo un solo minuto.
Chiediglielo. Avanti, chiediglielo. Dov' mia figlia?
Signora, lei ha avuto un incidente automobilistico. Ha riportato delle ferite alla testa e le  stato indotto il coma farmacologico.
Incidente? Non ricordo nessun incidente. Quest'uomo non ha risposto alla mia domanda. Mi parla come se non fossi in grado di comprendere frasi pi elaborate.
L'hanno trovata nella sua macchina, in un burrone. Ha riportato una commozione cerebrale, fratture alle costole e diverse contusioni agli arti inferiori. Quando  arrivata aveva anche una brutta ferita alla testa: edema cerebrale, ecco perch le  stato indotto il coma farmacologico.
Non ricordo nessun incidente. E Jack? S, Mia  con Jack. Deve essere cos. Forza, provaci di nuovo. Mia figlia era in macchina con me?
No, c'era soltanto lei, mi risponde.
Mia  con Jack? Con mio marito?.
Andr tutto bene.
Il sangue  solo frutto della mia immaginazione, non c'era davvero. Per fortuna, Mia  con Jack,  al sicuro. Andr tutto bene, ha appena detto il dottore.
Al momento non sappiamo ancora se ha riportato danni cerebrali, ma ora che ha ripreso conoscenza, potremo sottoporla a tutti gli esami necessari. Fa un cenno all'infermiera, che per tutto il tempo gli  rimasta accanto. Ha perso molto sangue e dobbiamo somministrarle dei liquidi per aiutarla a ristabilirsi. L'ematoma guarir nel giro di qualche giorno, ma nel frattempo dobbiamo evitare l'accumulo di liquido nei polmoni.
Prende un aggeggio e me lo mostra. Questo  uno spirometro. In pratica, lei deve cercare di tenere sollevata pi a lungo possibile la pallina rossa. L'infermiera le spiegher bene come funziona. Ogni due ore, per favore. Quest'ultima raccomandazione  diretta all'infermiera.
Il gorgoglio nel petto mi mette a disagio, ma cerco di non tossire. Il dolore a sinistra dev'essere per via della frattura alle costole. Mi domando se riuscir a stare sveglia per due ore; o a svegliarmi ogni due ore, o a usare questo aggeggio per due ore, o qualunque cosa abbia detto il medico.
Prima che me ne dimentichi. Il dottor Baker mi guarda e rimane in silenzio per un po'. Mi chiedo se per caso mi sia sfuggita una domanda. Poi il dottore riprende a parlare, a bassa voce. Sono venuti due investigatori, volevano parlarle. Non permetter che le facciano nessuna domanda fino a quando non avremo terminato i nostri esami. Fa un cenno all'infermiera e si incammina verso la porta; poi si volta e mi concede un'ultima informazione. Suo marito arriver presto. Nel frattempo c' qualcuno che possiamo chiamare? Parenti? Amici? Nessuno?.
Scuoto la testa e mi pento subito di averlo fatto. Sento un martello che batte all'interno del cranio: la mia testa  un gigantesco bulbo rigonfio, e la pulsazione all'orecchio riesce persino a distrarmi dal dolore alle costole.
Le mie palpebre si muovono da sole e si chiudono, eppure avrei cos tante domande. Faccio un respiro profondo come se mi preparassi a saltare da un trampolino. Devo sforzarmi per riuscire a scandire le parole.
Dove  avvenuto l'incidente?.
Perch mi guarda perplesso? C' qualcosa che mi sfugge?
Mi dispiace, ma non posso raccontarle molto dell'incidente, risponde. Sembra molto controllato, come si stesse sforzando di rimanere composto per non farmi agitare. Sappiamo solo che la sua macchina  stata trovata al confine, nel Nord dello stato, in fondo a un burrone. Pausa. Ha riportato molte ferite, alcune dovute all'incidente. Riesce a ricordare quello che  successo?.
Rifletto sulle sue parole e provo a concentrarmi. Un incidente. Niente, assolutamente nulla. C' un grande buco nero al posto della mia memoria.
Non ricordo nulla, mormoro.
Lui si acciglia. Vuole dire dell'incidente?.
L'incidente. Parla dell'incidente come se ne sapessi qualcosa. Vorrei chiedergli di farmi una radiografia alla testa, cos vedrebbe che c' un'ombra scura nel mio cranio al posto della memoria.
Ce la posso fare. Concentrati, pensa alla domanda e ripetila in mente; fai un bel respiro, e poi parla.
Lei non capisce. Non ricordo niente dell'incidente, e neppure ci che  successo prima.
Si ricorda se voleva farsi del male?
Farmi del male?.
Me lo ricorderei, giusto? Che diavolo sta dicendo? Comincio a disperarmi. Non capisco dove vuole arrivare. Devo fare uno sforzo enorme per rimanere sveglia.
O quello, oppure le hanno sparato.
Se mi hanno sparato o mi sono fatta del male da sola? Che razza di domande mi sta facendo?
Giro il pi possibile la testa a sinistra, e riesco a intravedere la gamba distesa di un poliziotto seduto in corridoio accanto alla porta. Non credo si tratti della procedura normale. Cosa sta succedendo?
Il dottor Baker si guarda indietro; poi si volta di nuovo verso di me. Si avvicina e abbassa la voce. Non se lo ricorda. Lo dice come se fosse un dato di fatto: non  pi una domanda, ma un'affermazione.
Come faccio a sapere qualcosa che non ricordo?, replico.  divertente, se ci penso. Sogghigno, e lui si incupisce.
Poi mi parla della mia voce. Dice che  monotona, e che le mie emozioni sono ridotte a livello di quantit e intensit, le mie reazioni sono appiattite, attenuate. Non capisco cosa voglia dire. Forse dovrei sorridere di pi, essere pi allegra? Sto per chiederglielo, ma poi sento una parola che mette tutto a tacere.
Amnesia, conclude il dottore. Non ne conosciamo ancora la causa. Si tratta di amnesia retrograda, probabilmente post-traumatica. Forse  collegata al trauma che ha subito.
Quando un uomo con il camice bianco pronuncia la parola amnesia, la situazione  grave. Irrevocabile. Non  esattamente come dire Me ne sono dimenticata, oppure Mannaggia, che sbadata!.
Quindi non sono semplicemente sbadata, ma soffro di amnesia. Adesso il dottore mi chieder in che anno siamo? Chi  il presidente? Quando  il mio compleanno?  cos che fanno nei film. E comunque non  difficile, conosco tutte le risposte. Allora perch non mi ricordo dell'incidente? E cos'altro ho dimenticato?
Parliamo di amnesia retrograda perch non ricorda gli eventi accaduti appena prima dell'insorgenza del disturbo. Post-traumatica perch si tratta di un danno cognitivo improvviso, e la perdita di memoria pu riguardare le ore oppure i giorni precedenti al trauma, o a volte anche un periodo pi a lungo. Alla fine le torneranno alla mente gli eventi pi lontani del suo passato, ma potrebbe anche non riuscire a ricordare mai pi ci che  successo appena prima del suo incidente. L'amnesia non pu essere diagnosticata con una radiografia, come si fa con una frattura. Abbiamo fatto una risonanza magnetica e una TAC. In nessuno dei due casi  emerso nulla. In pratica non abbiamo nessuna prova che ci sia stato un danno al cervello, ma l'assenza di prove non ne nega la possibilit. Potrebbero esserci dei danni microscopici che la risonanza magnetica e la TAC non sono in grado di individuare. Nessuno dei due esami ha rilevato danni alle fibre nervose.
Rimango in silenzio. Non so se dovrei chiedergli qualcos'altro, non sono neppure sicura di averci capito qualcosa. Non si sa ancora nulla di certo, quindi perch dovrei fargli altre domande?
 possibile che lei soffra di amnesia dissociativa. In seguito al trauma potrebbe aver cancellato determinate informazioni associate all'evento. Purtroppo neanche questo pu essere accertato con un esame. Dovrebbe rivolgersi a uno psichiatra o uno psicologo. Ma procediamo con calma, facciamo un passo per volta. Il neurologo le prescriver degli altri esami. Come ho detto, il tempo aiuter a fare chiarezza.
Faccio un profondo respiro. Gli sono grata per il bollettino medico, ma non riesco a togliermi di dosso la sensazione che mi stia nascondendo qualcosa.
Dove mi hanno trovata?
In un burrone, dalle parti di Dover, nel Nord dello stato.  stata trasferita qui dall'ospedale di Dover.
Dover? Dover. Niente. Tabula rasa.
Non sono mai stata a Dover.
 l che l'hanno trovata, solo che lei non se lo ricorda.  normale, considerato che ha perso la memoria. Infila di nuovo la penna nel taschino.  stata fortunata, aggiunge. Con l'indice e il pollice mi mostra quanta fortuna abbia avuto. Ci mancava tanto cos perch il proiettile provocasse danni molto seri. L'orecchio  compromesso, ma deve ricordarsi che  stata molto fortunata. Se lo ricordi, mi raccomando.
Se lo ricordi. Divertente. D'istinto mi porto la mano all'orecchio. Il mio orecchio  compromesso, in che senso? Che danno ho riportato?.
Lui si ferma un istante. Purtroppo l'ha perso. Del tutto. L'area era infetta, e cos abbiamo dovuto prendere una decisione. Mi fissa con lo sguardo serio. Poteva andare peggio. Le ripeto che  stata fortunata.
Gi, ho avuto una gran fortuna. Ma a pensarci bene, non mi importa nulla dell'orecchio.
C' sempre la chirurgia plastica.
E cosa c' l adesso? Insomma, c' un buco?
C' una piccola apertura che drena i liquidi. Oltre a quello, c' un lembo di pelle disteso sulla ferita.
Un'apertura che drena i liquidi. Stranamente non mi ha fatto molta impressione sapere che l, dove una volta c'era il mio orecchio, ora c' un buco ricoperto da un lembo di pelle. Soffro di amnesia. Ho dimenticato di chiudere la macchina. Ho perso l'ombrello. Ho perso l'orecchio. Pi o meno  lo stesso, no, cosa importa?
E lei la chiama fortuna?
 ancora viva,  questo che conta.
Avverto di nuovo quel ronzio, e poi la voce del dottore si smorza all'improvviso, come se qualcuno avesse girato la manopola del volume.
Cosa mi dice del mio orecchio, allora?.
Lui mi guarda perplesso.
Mi ha spiegato che l'ho perso. Del tutto,  l'espressione precisa che ha usato. Insomma, l'udito. Cosa mi dice del mio udito? I suoni mi arrivano smorzati.
Mentre era in stato di incoscienza abbiamo eseguito un esame elettrofisiologico dell'udito. Prende la mia cartella dal comodino e la apre. Sfoglia le pagine. Ha avuto un calo della capacit uditiva, ma leggero, niente di grave. Le prescriveremo altri esami, in base ai risultati della prossima TAC. Bisogna solo avere pazienza, e aspettare.
Questa cosa dell'orecchio tutto questo  successo durante l'incidente?
Hanno trovato una pistola in macchina. Non sanno esattamente come si  ferita, se qualcuno le ha sparato o se ha agito da sola. Speriamo che se lo ricordi presto.
Proiettile. Mi hanno sparato o ho sparato a me stessa? Ecco perch c' quel poliziotto davanti alla porta. Chiss se mi sta proteggendo o sta controllando che non faccia nulla di male. Tutta questa storia del proiettile, la pistola, il burrone, l'orecchio che non c' pi. La mia mente  svuotata, completamente. Eccetto
Mi sono ricordata una cosa.
Sento le parole uscire e animarsi di vita propria.
Ho bisogno di sapere se ci che vedo  Ecco Credo di ricordare alcune cose qua e l, ma non  un ricordo vero e proprio. Sono piuttosto frammenti.  come sfogliare un album fotografico senza sapere se si tratta della mia vita o di quella di qualcun altro. Sangue. C' cos tanto sangue.
 un po' come nella filastrocca di Humpty Dumpty: c' un uovo rotto, e lei non riesce a rimettere insieme i pezzi. Forse non riuscir mai a ricordare ogni singolo minuto di ci che  successo, ma a un certo punto sar in grado di unire tutti i puntini.
Humpty Dumpty Tutti i cavalli e i soldati del Re Cavalli selvaggi Prendo una decisione: il sangue  solo un'illusione ottica, un prodotto dell'immaginazione.
Sono molto stanca, mormoro, e cos mi sento sollevata.
Se vuole che contattiamo qualcuno, lo comunichi all'infermiera. E non dimentichi lo spirometro, ogni due ore. Indica qualcosa alle mie spalle. Dietro di lei c' una pompa elastomerica. Rilascia piccole quantit di analgesico. Se ha bisogno di una dose pi consistente, mi mette in mano una scatoletta con un pulsante rosso, le basta premere il pulsante rosso per ricevere una dose supplementare di morfina. Un dispositivo di sicurezza stabilisce la quantit massima erogabile entro un dato intervallo di tempo. Domande?.
Ormai ho imparato la lezione, ed evito di scuotere troppo la testa.
Lo osservo uscire dalla stanza, e subito dopo entra un'infermiera. Cerco di concentrarmi su ci che mi sta dicendo a proposito dell'apparecchio giallo. Devo respirare con forza nel tubo finch non si solleva una pallina rossa; poi devo continuare a soffiare per tenere la pallina sollevata, il pi a lungo possibile, perch ho del liquido nei polmoni.
Quindi soffro di amnesia e ho perso un orecchio. Mi sento Insomma,  come se non stessi reagendo come dovrei. Dovrei urlare e strepitare, imprecare, ma ci che ha detto il dottor Baker sulla mancanza di emozioni  reazioni attenuate, le ha definite  sembrerebbe logico. S, la logica riesco a gestirla; sono le emozioni che mi sfuggono.
Mi stanno nascondendo qualcosa. Forse perch si preoccupano di non dare brutte notizie ai pazienti, specialmente a quelli che si sono beccati un proiettile in testa e hanno perso un orecchio, e che bastava tanto cos perch morissero. Dev'essere questa la ragione. Forse me lo dir la polizia, o Jack, non appena arriva. Mi hanno gi spiegato che ho perso ore e ore della mia vita; che cosa pu esserci di tanto peggio?
Reggo lo spirometro con la mano destra, soffio nel tubo e mi abbandono all'oblio mentre guardo la pallina rossa che si solleva. Poi strizzo gli occhi e mi sforzo di mantenere la palla sospesa. Improvvisamente mi appaiono degli sprazzi  il lettino vuoto, i biberon spariti  come se quei frammenti di immagini fossero rimasti incastrati dietro le palpebre. La mia mente esplode, si disintegra, si frantuma in minuscole particelle.
Mia non  con Jack.  scomparsa.
La rivelazione  cos potente e improvvisa che gli elettrodi attaccati al petto sembrano tremare: dietro di me i macchinari rilevano subito il cambiamento. I trilli accelerano, quasi fossero gli zoccoli di un cavallo che comincia a muoversi, poi passa al trotto, infine si lancia al galoppo. La scomparsa di Mia  un fatto, eppure  slegata da tutte le conseguenze che implica. C' una parte che non riesco ad afferrare. Un lettino vuoto. Non c'erano pi i vestiti, i biberon e i pannolini. Non c'era pi nulla. La cercavo e non riuscivo a trovarla. Sono andata dalla polizia. Poi nient'altro: un buco nero.
Studio i pezzi come fossero i tasselli di un puzzle; li attacco, li stacco e ricomincio da capo. Ricordo di essere andata alla stazione di polizia, ma dopo si fa tutto sfocato, confuso, come un vecchio ricordo di quando ero bambina. La mia mente gioca al telefono senza fili: i pensieri trasmettono dei messaggi, e poi li ripetono distorti. Ambigui, addolciti, inaffidabili.
Ogni volta che guardo sollevarsi la pallina dello spirometro, nella mia mente si formano altre immagini: le cabine di un bagno pubblico, un mocio per pavimenti, le scale, i piccioni, l'odore di vernice fresca. Poi gradualmente appare un quadro, come se qualcuno avesse acceso un interruttore a intensit regolabile: frammenti di corpi celesti; un sole, una luna. E le stelle. Tantissime stelle.
Che ci facevo a Dover? Dov' mia figlia? E perch nessuno mi parla di lei?
Mentre giaccio in quel letto d'ospedale, mi accorgo del tempo che passa dall'effimero sprazzo di luce l fuori: il giorno che diventa notte, e poi di nuovo giorno. Adesso vorrei soltanto un minuscolo assaggio della mia infanzia, una briciola di ricordo: mia madre che si prendeva cura di me quando ero al letto con l'influenza o qualche malattia esantematica, come il morbillo o la varicella. Poi mi ricordo di essere stata una bambina robusta. Una bambina forte, resistente ai virus, alle faringiti e alle congiuntiviti.
Non so cosa dire a Jack quando verr. Gli avranno riferito che Mia  scomparsa, e lui mi interrogher. Jack torner da Chicago e mi far delle domande, molte domande. Mi chieder del giorno in cui Mia  scomparsa. Della mattina in cui ho trovato il lettino vuoto. L'amnesia  solo un'altra delle mie innumerevoli mancanze. Una lunga lista di difetti e inadempienze.
Devo essere pazza, perch riesco a darmi un'unica spiegazione: mia figlia e il mio orecchio sono sicuramente insieme, nello stesso posto. E sospesi sopra di loro, a fluttuare come una giostrina sopra una culla, ci sono il sole, la luna e le stelle. Luminosi e splendenti nell'oscurit. Un universo caotico illuminato da corpi celesti.
Poso la mano in grembo. Il mio corpo si blocca,  pietrificato. Ho avuto un incidente. Mi hanno sparato, oppure ho cercato di farmi del male. Ho perso un orecchio. Al suo posto c' un buco che drena i liquidi.
Ma non m'importa niente di tutto questo. Mia non c' pi. Basta solo il pensiero di mia figlia a farmi male, troppo male. Voglio che il dolore si plachi, ma quell'immagine non scompare. Alzo il dito. Voglio premere il pulsante rosso della pompa, abbandonarmi al torpore che mi offre la morfina. Ho un attimo di esitazione; poi metto gi la scatoletta. Devo assolutamente pensare, iniziare da qualche parte. Il lettino vuoto. I puntini. Devo unire i puntini.
Capitolo 3
Dopo la nascita di Mia, ho continuato a rivivere quel momento ogni singola notte: il suo primo sussulto scatenato dal freddo nella sala parto; poi un respiro profondo e infine un pianto disperato che le sfuggiva dalle labbra nello sforzo di affrontare l'inevitabile passaggio dal mio utero al mondo esterno.
E ogni mattina mi rendevo conto che in realt erano stati i suoi strilli a raggiungere i recessi pi profondi dei miei sogni. Mi svegliavo sempre con la sensazione che un milione di piccole bombe mi stessero esplodendo in testa. Poi interveniva la memoria muscolare: svegliati, alzati, da' da mangiare alla bimba, cambiala, falle il bagnetto, cullala, tienila in braccio. Bisogna darle da mangiare, cambiarla, farle il bagnetto, cullarla, tenerla in braccio.
Avevo perso la nozione del tempo: non sapevo che giorno fosse, e neppure la data. Non ero al corrente dei problemi che affliggevano il resto del mondo, ed erano mesi che non prendevo in mano un libro o un giornale. La mia vita si era ridotta a un processo di consolidamento di compiti meccanici. Giornate ripetitive, fatte di attivit cicliche portate avanti senza alcuna consapevolezza.
Quando mi alzai dal divano, il mondo mi gir attorno per poi fermarsi. Rimasi in ascolto, in attesa di sentire riecheggiare gli strilli mattutini di Mia in preda alle coliche. A sette mesi dalla sua nascita, erano repliche  ormai centinaia  di quel momento primordiale che rivivevo ogni notte nei miei sogni. Ultimamente le sue grida mi raggiungevano ritardate, quasi distorte, come a sottolineare la distanza che si era creata tra noi.
Quella mattina rimasi in ascolto, ma la casa era avvolta nel silenzio. Per una volta provai una sensazione di normalit, e mi immaginai una bambina paffuta adagiata sul lettino, una creatura delicata immersa in un sonno pesante e tranquillo. Avevo aspettato tanto il momento in cui Mia si sarebbe svegliata senza iniziare subito a piangere, ancora prima di aprire gli occhi. Forse quel giorno era arrivato. La fine delle coliche, la fine del suo pianto incessante?
Pensai persino di girarmi dall'altra parte e riaddormentarmi, ma c'era qualcosa di strano. Come mai non la sentivo borbottare, biascicare suoni incomprensibili? Di solito a quell'ora Mia si era gi attaccata alle sbarre del lettino, nel tentativo di sollevarsi in piedi, con gli occhi gonfi di lacrime e rabbia.
Percorsi a piedi nudi il corridoio e mi fermai davanti alla porta della sua cameretta, ancora socchiusa. La sera prima mi ero dimenticata di togliermi l'orologio e il cinturino mi aveva lasciato un segno, come se avessi avuto i polsi legati per tutta la notte. Erano quasi le nove e avevo dormito per sei ore di fila, cosa mai successa.
La porta di Mia era soltanto accostata, come l'avevo lasciata ore prima. La aprii appena e mi intrufolai nella stanza. Qualcosa mi colp all'istante, facendomi sobbalzare.
La giostrina di Campanellino sospesa sopra il piccolo letto: era sbilanciata e storta, in qualche modo sembrava imperfetta, come se fosse stata spostata. La stanza, illuminata dalla luce fioca del sole che filtrava dalla finestra, era completamente immersa nel silenzio. Il lettino davanti alla finestra era silenzioso, abbandonato: sulle lenzuola neppure un segno del corpicino di Mia.
Nel mio cervello si scatenarono i fuochi d'artificio. Ero intrappolata nella zona grigia, a contemplare qualcosa d'impossibile, eppure ce l'avevo di fronte ai miei occhi. Com'era possibile che la bambina non ci fosse pi? Mi pulsavano i molari mentre controllavo le finestre e scuotevo le sbarre di ferro. Cercai in tutto l'appartamento e ricontrollai due volte ogni finestra. Nessuna traccia della bimba.
Corsi alla porta d'ingresso. Le serrature erano intatte, e c'erano ancora i segni del mio goffo tentativo di montare un chiavistello: il metallo graffiato, la vernice scheggiata. Le serrature erano tutte chiuse, e ogni cosa era al suo posto. Eccetto Mia.
Non c'era nessuna prova che in casa ci fosse stato qualcuno: nessuna impronta sul pavimento, nessun oggetto dimenticato. Non era stato rimosso niente, eppure aleggiava una strana energia. Fisicamente l'appartamento pareva intatto, ma allo stesso tempo era come se fosse stato saccheggiato.
Mi resi conto di quanto fosse paradossale quel momento: Mia era scomparsa, eppure non c'era nessuna prova, nessun indizio che qualcuno l'avesse portata via. Nessuna scheggia sul pavimento, nessuna porta spalancata, nessuna tenda che svolazzasse da una finestra socchiusa. Nessun lenzuolo ammucchiato, nessun ciuccio. Nessun giocattolo buttato sul pavimento.
9-1-1.
Corsi in cucina e afferrai la cornetta del telefono a muro, ma mi bloccai di scatto. Lo scolapiatti era vuoto. Non c'erano biberon, nessun bavaglino, nessuna tettarella, nessuna confezione di latte in polvere, nessun misurino.
Mi precipitai verso la pattumiera, di sicuro i pannolini sporchi erano ancora l. Il secchio per era vuoto, non c'era nemmeno il sacco di plastica.
Spalancai il frigo. Tutti i biberon di latte in polvere che avevo preparato la sera prima erano spariti.
Tornai in camera di Mia. I ripiani del fasciatoio, di solito pieni di pannolini e copertine, erano vuoti. La porta dell'armadio era spalancata e non c'era una sola gruccia appesa, nemmeno una scarpetta sul fondo.
Aprii i cassetti: tutti i vestitini erano spariti. Il com era completamente vuoto e non c'era nemmeno un bottone o un'etichetta rimasta in un angolo. Il cestino sopra il cassettone, dove tenevo i pannolini e le pomate, era vuoto. Non c'era nulla, i mobili erano tutti vuoti.
Controllai ogni millimetro della sua stanza, ogni cassetto, ogni angolo del suo armadio. Sentii un colpo al cuore. Non solo Mia non c'era pi, ma era sparita ogni sua traccia.
La sede del settantesimo distretto di polizia su Lawrence Avenue a Brooklyn distava cinque minuti a piedi da North Dandry. Non appena varcai la porta a vetri dell'edificio, l'addetto alla reception alz l'indice e lo punt verso l'auricolare, per avvisarmi che stava parlando al telefono.
Un custode stava spingendo sul pavimento un secchio giallo fluorescente con le rotelle e un mocio tutto sfilacciato. Aveva una tuta da lavoro blu e le scarpe da ginnastica bianche rivestite di plastica trasparente. Lo osservai mentre spingeva il secchio sul linoleum: puliva il pavimento con movimenti circolari, infilava il mocio nello strizzatoio e lo spremeva.
Fissai il mio riflesso sul vetro della porta e vidi una donna che si dondolava avanti e indietro al ritmo del mocio, le strisce di cotone che strisciavano sul pavimento. Strofina, immergi, strizza, strofina, immergi, strizza.
Ero l in piedi da sola, accompagnata soltanto dal battito del mio cuore. Mi ero esercitata innumerevoli volte: cosa avrei detto, quali parole avrei usato. Scomparsa, no: implicava un momento di disattenzione; rapita non era la parola giusta perch non avevo visto nessuno portarla via. Non trovo pi mia figlia: ecco l'espressione che avevo scelto.
Dei passi mi riportarono di colpo alla realt. Dietro di me si apr una porta e contemporaneamente squill un telefono. Un investigatore in pantaloni classici e camicia azzurra, la cravatta infilata nella cintura, si diresse al bancone della reception. Trascinava con s un uomo basso ed esile stringendogli il braccio tatuato. L'uomo era in uno stato quasi catatonico. L'ispettore lo spinton e cos lo mand a sbattere di petto contro il bancone: il tipo rimase indifferente, con un sorriso sbilenco, come se avesse sperimentato quel trattamento ormai troppe volte per preoccuparsene.
Chiama un agente e digli di farlo schedare, ordin l'investigatore all'agente alla reception. Non voglio pi vedere la sua faccia finch non avr smaltito la sbornia.
Ho bisogno di parlare con qualcuno. Lo dissi a voce alta, cos alta che l'impiegato alz gli occhi dal telefono. Per favore, ho bisogno di aiuto.
Solo un minuto, rispose l'ispettore, sar da lei appena possibile. Era troppo lontano perch riuscissi a leggere il suo nome sulla targhetta appuntata sulla tasca della camicia. Sembrava giovane, forse era troppo giovane. Mi capir? Ha figli? Si  gi occupato di bambini scomparsi? Forse dovrei chiedere di parlare con un investigatore pi esperto.
Ho bisogno di parlare con qualcuno, ripetei, alzando ancora di pi la voce.
Lui si avvicin, di malavoglia. Come posso aiutarla?.
Sentii le parole trapassarmi la mente; poi mi balenarono immagini di serrature, porte chiuse con catenacci, fermagli, sicure.
AIUTO, urlai dentro di me. Aprii la bocca ma non riuscii a emettere suono. Deglutii forte, e quel rumore parve riecheggiare nei corridoi silenziosi della centrale. Volevo confessare qualsiasi cosa avessi fatto: perch dovevo per forza aver fatto qualcosa. Nessuno pu scomparire da una porta chiusa a chiave o attraverso le pareti, e non certo una bambina cos piccola.
Fui travolta da un'ondata di nausea e assecondai volentieri quei conati: volevo liberare le parole, confessare ci che dovevo sicuramente aver fatto. Mi rifiutai di contrastare il peso che sentivo in gola. Sentii la saliva raccogliersi in bocca e istintivamente mi strinsi il naso con le dita per impedire che il vomito mi uscisse dalle narici.
Lui si fece indietro, come se fossi una lebbrosa. C' un bagno qui dietro. L'ispettore indic una porta a meno di tre metri da l.
Il bagno era libero. Mi inginocchiai all'interno della cabina e rimasi l carponi, travolta da spasmi violenti. Il mio corpo era in preda alle convulsioni, la pelle fredda era tutta ricoperta di sudore. Mentre fissavo il mio riflesso nello specchio, mi arrovellavo in cerca di una spiegazione, senza mai staccare gli occhi da quell'estranea che ricambiava il mio sguardo. Provai rabbia per quella donna nello specchio; aveva i capelli sporchi, gli occhi infossati e tristi: era la donna che aveva rimpiazzato la vera me. Mi costrinsi a uscire dal bagno e fare quello per cui ero andata l: chiedere aiuto per ritrovare Mia.
Tornata in corridoio, trovai l'ispettore ad aspettarmi. Signora?. Sembrava impaziente, come se lo stessi importunando con questioni che non c'entravano nulla con il suo lavoro.
Adesso non sapevo pi cosa dirgli. Forse qualcuno aveva attraversato i muri? O si era esibito in un numero di illusionismo? Quando un mago tira fuori da un cappello una sciarpa che non finisce mai, tutti sanno che  solo un trucco. Nel mio caso invece era accaduto realmente qualcosa. E io non sapevo se considerarmi la vittima o il colpevole. Era stato commesso un crimine, ma quale?
Non so dov' mia figlia.
Un'affermazione generica: implica che tutto  possibile. ma niente di specifico. Nessuna colpa, nessun crimine, nessuna responsabilit. Solo un fatto.
Non so dov' mia figlia.
Non riuscivo a trovare una sola spiegazione logica alla scomparsa di Mia.
Dillo, continuavo a ripetermi, dillo. FORZA, DILLO. Mi sforzai, ma la donna che ormai ero diventata non reagiva. Era impossibile aiutarla.
Non pu aiutarmi nessuno. Non pu aiutarmi nessuno. Non pu aiutarmi nessuno.
Lo ripetei tre volte, come un giuramento, sperando di trovare un senso logico.
Lanciai uno sguardo alle spalle dell'ispettore, lungo il corridoio: vidi l'uomo tatuato schizzare verso la porta d'ingresso. L'ispettore se ne accorse e si lanci a rincorrerlo. L'uomo, barcollante, aveva raggiunto la porta a vetri quando l'investigatore lo ferm.
Fissai gli occhi sul pavimento e i puntini sparsi sul linoleum blu. Mi stavano cedendo le ginocchia. Dovevo continuare a muovermi, far circolare il sangue.
Non pu aiutarmi nessuno.
Uscii dalla stazione di polizia e continuai a camminare. Mi sentivo tutta intorpidita, anestetizzata, eppure in un certo senso purificata, pronta ad accettare la realt. Il torpore si dissolse gradualmente e lasci sedimentare dentro di me la gravit di ci che dovevo aver fatto. Passando davanti alla vetrina di un negozio, con la coda dell'occhio vidi una donna che si guardava le mani come se le vedesse per la prima volta, dopo tanto tempo.
In quel breve ma terrificante momento di chiarezza mi resi conto che potevano essere le mani di un mostro.
Capitolo 4
Infine arriva Jack e ha proprio l'aria da uomo pragmatico: l'abito, la postura, i modi. Ci che mi colpisce  il suo autocontrollo. Un tempo desideravo le sue attenzioni, la sua compagnia. Ora invece non solo nutro disgusto nei suoi confronti, ma non riesco neanche a capire come abbia mai potuto provare qualcosa per lui.
All'inizio mi tremano le mani, poi tutto il mio corpo  scosso dai brividi. Non so se per la paura o per la rabbia. Fisso lo sguardo sul suo viso ansioso. Bisbiglia, eppure le sue parole mi trafiggono.
Sono venuto direttamente dall'aeroporto. Non riesco a capacitarmi. Cosa diavolo  successo?.
Il suo commento mi suona familiare. Non le sue parole, ma il sentimento che evoca. Sono stata denigrata cos tante volte. Ho fatto tanti sbagli: prima piccoli, poi sempre pi gravi.
Qualcuno l'ha portata via, Jack.
Cosa significa qualcuno l'ha portata via? Tu dov'eri?. Poggia la valigetta sul comodino facendo cadere a terra un bicchiere di plastica. Cosa diamine sta succedendo?
Jack, io.
Agita la mano come per chiedermi di farmi da parte. Farsi portare via una bambina! Estelle, dimmi, com' possibile? A chi  mai capitato di farsi portare via un bambino, eh? Dimmelo.
Serro le labbra.
Mi assento per un paio di settimane e tu vai a fare un incidente a Dover? Dista ore e ore da qui! Cosa ci facevi in quel posto?.
Non oso guardarlo negli occhi.
Perch l'hai portata a Dover?.
Il trillo e il ronzio dei macchinari dietro di me sono gli unici suoni che si odono nella stanza. Non l'ho portata a Dover, Jack. Non so nemmeno perch mi trovavo l.
La polizia mi ha fatto delle domande. No, aspetta, non  esatto. Fa una smorfia, poi si avvicina. Solleva l'indice come se fossi una bambina da rimproverare. Mi hanno interrogato. Mi hanno fermato in aeroporto, mi hanno portato alla stazione di polizia e poi mi hanno interrogato come se fossi un criminale. Cosa diamine hai detto?
Nulla. Non ho nemmeno parlato con la polizia.
Io invece s. Sono stato interrogato.
Interrogare i genitori  la prima cosa che fanno, lo sai.
Mi hanno trattato come se sospettassero di me. Non mi sono mai sentito cos umiliato in vita mia. Quando il mio capo verr a saperlo. Non finisce la frase. Dov'? Dimmi dov'.
 scomparsa, Jack!. Sono angosciata dalla distanza che scorgo nei suoi occhi. Vorrei piangere, ma si arrabbierebbe solo di pi. Passare tutto questo tempo con Jack almeno  servito a qualcosa: ho imparato a trattenere le lacrime.
Lo so che  scomparsa, la stanno cercando. Voglio sapere com' successo, dimmi tutto. Ho parlato con la polizia e i dottori, ma voglio sentirlo da te.
Gli racconto che ho trovato il lettino vuoto. Era domenica e non c'era nessun operaio in giro. La casa era vuota e silenziosa. Lieberman era fuori citt, come ogni fine settimana. Gli confesso che  tutto assurdo. Poi gli racconto che sono stata alla centrale di polizia, ma me ne sono andata senza dire nulla. Jack non mi rassicura dicendo: Vedrai, andr tutto bene, oppure Non preoccuparti, adesso si sistema tutto. Si limita a dirmi, Va' avanti.
Quando termino il mio racconto, lui scuote la testa. Non sarei mai dovuto andare fuori citt. Mai. Mi hai preso in giro. Mi avevi assicurato che stavi bene, e io ti ho creduto. L'hai lasciata da qualche parte? Dimmi dove l'hai lasciata.
Jack pensa di aver risolto gi tutto, come sempre. Nel suo mondo basta semplicemente fare un passo dopo l'altro per poter raggiungere la meta prefissata.
Jack.
Tu mi hai promesso, mi hai promesso, che stavi bene, e adesso guarda che cosa hai combinato.
Scusa, Jack. Mi dispiace tanto. Non so perch mi sto scusando, ma mi sembra la cosa giusta da fare.
Non basta chiedere scusa. Mia figlia non c' pi. Non c' pi. Te ne rendi conto oppure no?
Magari sapessi cosa  successo. So solo che quando mi sono svegliata, lei non c'era.
Non hai idea di dove puoi averla lasciata?
No, io non l'ho lasciata proprio da nessuna parte. Non so assolutamente dove sia.
L'hai lasciata con una babysitter? L'hai portata in un asilo nido per la notte? Forse.
No, no, non  andata affatto cos.
Dovevo saperlo che sarebbe successo qualcosa. Non avrei mai dovuto. Non finisce la frase.
Ti ricordi cosa mi hai detto? Che un cambiamento mi avrebbe fatto bene. Sarebbe stato come ricominciare da capo, cos sostenevi. Io ti ho creduto, Jack. Pensavo di liberarmi dell'altra donna, quella che aveva preso il sopravvento sulla mia vita. Pensavo di potermela lasciare alle spalle, ma lei mi ha seguito.
Tutto questo non ha senso. Improvvisamente il suo viso si rilassa. Ti sei comportata in modo strano sin da quando  nata Mia. Ti lamentavi che lavoravo troppo, oppure che dormivo troppo. Non ti andava mai bene niente. Pensavo che lo facessi apposta, che fosse questo il tuo piano.
Il mio piano? Quale piano?
S, adescare un avvocato, sposarlo, avere un bambino, divorziare e ottenere gli alimenti e il mantenimento dei figli. Quel piano.
Quindi tu saresti l'affare della mia vita, e io la cacciatrice di dote? Siamo al verde, ricordi? Hai accettato il lavoro a Chicago perch siamo al verde.
Sto solo cercando di capire che cosa  successo. Io non ho fatto altro che starti vicino. Cosa ti  successo, Estelle? Un giorno ti sei svegliata e ti sei detta: 'Fanculo Jack, 'fanculo Mia, 'fanculo tutto? Semplicemente questo? Ho fatto tutto quello che mi hai chiesto, ti ho dato tutto quello che desideravi. Ora sei tu che devi fare qualcosa per me.
Io lo guardo senza dire nulla.
Dimmi la verit. Possiamo ancora rimediare.
Ho avuto un incidente, soffro di amnesia. Non ho proprio idea di cosa sia potuto succedere. La mia voce  monotona, come quella di un robot che ripete una frase preregistrata.
Supponiamo che davvero non te lo ricordi, consideriamo la cosa plausibile. Spiegami allora perch non ti  venuto in mente di chiamarmi. Spiegamelo. Sono suo padre, com' possibile che tu non mi abbia telefonato?  stato un altro dei tuoi momenti di follia?
Momenti di follia?
Uno di quei momenti in cui perdi le staffe e ti lasci andare. Quando non riesci a tenere in braccio la bambina, o non riesci a smettere di piangere; o mi segui in ufficio, rovisti tra la mia roba, o non sei in grado di prendere il telefono e digitare 9-1-1! Uno di quei momenti. Ti occorrono altri esempi?.
Nell'universo di Jack tutto  bianco o nero. Lui ha ragione, non sono stata in grado di fare nulla, ed  proprio questo che mi spaventa. Ho cercato di essere una buona madre, ho provato a fare quello che fanno tutte le madri. Se solo potessi fargli capire quanti sforzi ho fatto.
Tutto a posto qui?. Ci giriamo verso la porta e vediamo un'infermiera che regge in mano un vassoio vuoto. Scusi, mormora Jack, e annuisco anch'io. Ci scusi, abbassiamo la voce.  tutto a posto.
Jack non gradisce che gli venga detto quale tono di voce usare. Abbassa la voce, ma il suo sguardo compensa tutta la rabbia trattenuta.
C' un poliziotto seduto qui fuori. Capisci quanto  seria la situazione?.
Io annuisco.
Sai perch  qui?. Jack non aspetta la mia risposta e abbassa la voce fino a farla diventare un bisbiglio. Non certo per proteggerti.
Cosa stai dicendo?, gli chiedo, e non riesco a impedire alla mia voce di tremare.
Hai bisogno di un avvocato.
Sussulto quando sento la parola avvocato.
Jack, non sono una criminale. Non ricordo cosa  successo. Sono fuori di me!.  possibile che senta pulsare l'orecchio, anche se non ce l'ho pi? So benissimo che per lui i miei accessi d'ira sono soltanto un'ennesima conferma della mia pazzia. Devo sembrargli un cervo allo sbando che sta per essere investito da un'automobile.
Mi sono svegliata e lei non c'era. Non c'era pi niente. Non ricordo nient'altro, davvero.
Qualcosa deve essere successo. Forse piangeva e tu hai perso il controllo? Le hai fatto qualcosa?.
Cerco di mettermi seduta, ma il dolore alle costole  insopportabile.
Guardami. Jack si avvicina e mi afferra il mento, facendomi girare verso di lui. Guardami negli occhi e dimmi che cosa  successo.
Pensi che potrei far del male a nostra figlia?.
Il candore della mia domanda lo coglie di sorpresa. Spalanca gli occhi, ma poi si trattiene e abbassa di nuovo la voce. Non ti sto accusando di averle fatto del male, ma ci che  successo  tutta colpa tua, bisbiglia.
Jack apre la valigia. Un'ultima cosa, aggiunge.
C' sempre un'ultima cosa con Jack.
Non so se hai afferrato il concetto: rischi di passare il resto della tua vita dietro le sbarre o legata a una barella. Ormai devi renderti conto della gravit della situazione. Stringe le labbra e poi aggiunge: Ho parlato a lungo con i dottori. Se riesco a convincere il procuratore distrettuale, forse riesco a farti trasferire in una clinica. L c' un medico specializzato che potrebbe aiutarti a recuperare la memoria. Non vedo altra soluzione, voglio solo trovare mia figlia.
Rimango a guardarlo un attimo in silenzio; poi abbasso gli occhi.
Dov' questa clinica?, chiedo.
Qui a New York.  un medico di origine pakistana, specializzato in amnesia post-traumatica. Rilassa le spalle, ma neppure il suo abito costoso gli impedisce di sembrare un palloncino sgonfio. Vorrei che firmassi il consenso per il ricovero volontario in una struttura psichiatrica per un tempo indefinito.
Non sono da rinchiudere in un ospedale psichiatrico. Tento di dividere i pensieri in piccole porzioni, in modo da poterli gestire. Non mi sembra vero. Recupero della memoria. Immagino gli elettrodi collegati al cervello, un siero della verit e le mie retine che trasmettono immagini sullo schermo di un computer. Una struttura psichiatrica. Per un tempo indefinito. Devo accettare di farmi rinchiudere in un manicomio, da cui non riuscir a uscire tanto facilmente.
Jack inclina la testa e alza le sopracciglia come se avesse beccato un bambino a dire una bugia.
Ai tuoi occhi sono soltanto una pazza, giusto? Perch non lo dici? Pensi che sia pazza, non  vero?
Non pazza in senso di malata mentale, non pazza a livello psichico, ma credo che tu abbia bisogno di aiuto. Questa clinica rappresenta la tua unica possibilit. Ma soprattutto,  l'unica possibilit per Mia.
La sua voce adesso  dolce, quasi seducente. Non credo che tu abbia altra scelta.  cos e basta.
Jack ha pronunciato la sua sentenza, non ci sono alternative. Ha ragione, questa  l'unica possibilit per Mia, e cos mi sforzo di spostare le gambe e mettermi seduta sul bordo del letto. I miei calzini antiscivolo cercano il contatto con il pavimento di linoleum. Mi sento sospesa per aria, come se non riuscissi a toccare terra. Tremando, lettera dopo lettera scrivo il mio nome, e nel momento in cui la penna si ferma, sento un desiderio pressante di stringerla in pugno e raschiare via la firma, fino a ridurre la carta in brandelli.
Jack mi toglie di mano la penna; poi controlla l'orologio.
Quel dottore mi aiuter a ricordare e cos troveremo Mia. Scopriremo cosa  successo. Vero, Jack?.
Lui chiude la valigia e lascia la stanza prima ancora che i miei piedi riescano a toccare il pavimento.
Capitolo 5
Un anno, mi ero detta, prenditi un anno di tempo per capire che cosa vuoi. Eppure non avevo le idee affatto chiare, e dopo aver passato gran parte di quel periodo di pausa autoimposta a girare per locali flirtando con uomini di cui non mi importava nulla, adesso ero in attesa di un segno, un intervento dall'alto, una sorta di divinazione. Camminavo lungo la Cinquantasettesima strada, dicendomi che avrei trovato la risposta alle mie domande in un cartellone, o in una scritta su un'automobile, su un sacchetto della spesa o un volantino.
In quel periodo lavoravo nel call center di un'assicurazione sanitaria, e l incontrai una donna che, gi a prima vista, mi sembr assolutamente fuori posto: Delilah. Una tipa di mezza et, bassa e robusta. Era coperta di tatuaggi che nascondeva abilmente sotto camicie e cardigan bianchi e abbondanti. Era molto diversa dalle tante ventenni sedute nei cubicoli intorno a lei.
Ogni volta che si tirava su le maniche del cardigan  e da quel gesto si capiva subito che stava interagendo con un cliente difficile  si vedeva la scritta tatuata sull'avambraccio: I MORTI NON PARLANO.
Continui a guardarmi il tatuaggio, osserv e silenzi le cuffie nel suo cubicolo, accanto al mio.
Mi incuriosisce quella frase, risposi.
Questa? Ah,  una storia lunga, disse lei.
Mi raccont che aveva fatto la guardia carceraria per venticinque anni: ogni anno che passava, la sua capacit di stare tra la gente regrediva. Alla fine, suo marito l'aveva mollata e nessuno dei suoi figli le parlava pi. E cos, per salvarsi, aveva deciso che avrebbe lavorato in un centro di servizi al cliente per il resto della sua vita.
Cos ogni giorno sono costretta a lavorare su me stessa, aggiunse; poi cambi completamente tono di voce per rispondere alla chiamata successiva.
Quella storia mi intrig e mi interrogai sui difetti del mio carattere. Se avessi deciso di mettere alla prova una parte di me stessa, cosa avrei scelto? Alla fine del turno ero arrivata alla conclusione che non mi piacevano molto le persone, non cercavo amicizie durature e non riuscivo proprio ad avere fiducia nel genere umano. Quel giorno lasciai il lavoro al call center e decisi che avrei fatto la cameriera.
Due giorni dopo trovai lavoro come direttrice di sala nel locale La luna, un bar-griglieria di Manhattan, frequentato perlopi da giudici, procuratori, avvocati, assistenti procuratori e stuoli di manager che lavoravano negli edifici l intorno. Il quartiere, tra la Lexington e la Cinquantesima, pullulava di ristoranti e bar, uffici, studi legali. C'era anche qualche Starbucks, qua e l, a spezzare la monotonia.
Notai Jack tra la gente in fila in attesa di un tavolo. Non era incredibilmente affascinante e non aveva nulla di particolare, eppure non vedevo l'ora che arrivasse il suo turno. Mi piacque il modo in cui mi guard negli occhi. Esit un istante prima di parlare.
Jack Connor, si present e si sistem la cravatta. Stava aspettando due persone e chiese il miglior tavolo disponibile.
 un incontro importante, precis e mi segu verso un tavolo in fondo alla sala.
Ma arrivati l, si guard intorno e indic un tavolo accanto alla finestra.
Preferisco quello.
Cos and il mio primo incontro con Jack: io mi sforzavo di fare del mio meglio, ma per lui non era abbastanza. Pi tardi Jack lesse ad alta voce, con un tono dolce e baritonale, il mio nome sulla targhetta appuntata alla camicia.
Estelle Paradise.
Nel corso degli anni mi ero sorbita molte battutine sul mio nome ed ero pronta a sentirne un'altra. Troppo spesso gli uomini di potere mi vedevano come una facile preda o un diversivo per il venerd pomeriggio.
Jack era magro e in forma, ma i cerchi scuri sotto gli occhi parlavano di lunghe ore di lavoro oltre la soglia di sopportazione fisica. Notai che aveva il sopracciglio sinistro visibilmente sollevato e molto pi inarcato rispetto all'altro. Sembrava quasi che il mondo fosse soggetto al suo costante scrutinio.
Continui a guardarmi l'occhio, osserv.
Non volevo, mi dispiace. Arrossii e mi voltai. Il suo viso aveva qualcosa di strano: un'espressione di costante disapprovazione.
Ipertropia, spieg muovendo le sopracciglia.  uno squilibrio muscolare, l'asse visuale di un occhio  pi alto dell'altro.  un disturbo ereditario. Quando ero pi giovane portavo gli occhiali. Adesso per, a meno che non mi sottoponga a un intervento chirurgico, un occhio rimarr per sempre leggermente pi in alto rispetto all'altro.
Ci separammo e mi dimenticai di lui fino al giorno successivo, quando pass al locale per bere qualcosa. Si sedette al bar e rimase a guardarmi mentre lavoravo.
Sai cosa dovresti fare?, mi sugger Jack quel giorno.
Cosa?, risposi, reggendo come scudo una pila di menu.
Controllare l'andamento ai tavoli invece che rimanere alla tua postazione a segnare i tavoli occupati.
E perch dovrei?.
Lui mi guard interdetto. Per controllare se i clienti sono arrivati al dessert, o se hanno pagato il conto. Per accelerare la procedura.
Lo terr in mente, dissi con un risata, cercando di non fissare di nuovo quell'occhio imperfetto.
Usciresti con me?. La voce di Jack ebbe un leggero tremolio, quasi impercettibile.
Abbiamo il divieto di uscire con i clienti, mentii e spazzai via delle briciole invisibili dalla camicetta. A nessuno importava con chi uscissimo: in quel locale il personale cambiava di continuo. Ripensandoci adesso, stavo forse giocando a fare la preziosa? In fondo non volevo che lui gettasse la spugna.
Jack continu a fissarmi il petto; poi si alz e butt gi il suo drink. Allora se smetto di venire qui, uscirai con me?
Potrebbe anche succedere, ma senza fretta, risposi sorridendo.
Un mese dopo uscimmo per il nostro primo appuntamento. Mi ero messa il mio vestito migliore, quello nero smanicato; lui invece indossava dei pantaloni cachi e una camicia blu aperta. Andammo al cinema e poi a cena, ed entrambi bevemmo un po' troppo. Nel mio stato confusionale dovevo avergli detto che ero in ritardo con il pagamento dell'affitto perch si offr di pagare lui per il mese successivo.
Di, disse, permettimi di fare qualcosa per te.
Quella frase mi colp. In qualsiasi altra occasione non sarebbe mai successo: ero abituata ad arrangiarmi ed ero sempre stata capace di cavarmela da sola. Ma in quel frangente mi trovavo in ristrettezze economiche, facevo sforzi enormi per tenermi al passo con le rate del prestito studentesco, ed ero bloccata nel ruolo di direttrice di sala perch i posti da cameriera, pi ambiti per via delle sostanziose mance, erano gi tutti occupati.
Quella sera la camicia di Jack odorava di amido e mi chiesi come sarebbero state le sue labbra sulle mie. La mia bocca sulla sua. Volevo un assaggio delle sue labbra, di come sarebbe potuta essere la mia vita se gli avessi permesso di fare qualcosa per me. Avevo ancora molta strada da percorrere per recuperare un pizzico di fiducia nell'umanit e mi meravigliai di come la storia di Delilah avesse dato alla mia vita questa svolta inaspettata.
Al nostro secondo appuntamento ero convinta che la realt prendesse il sopravvento e ci dimostrasse che eravamo troppo diversi, e invece Jack mi conquist. Stavamo camminando verso il ristorante lungo la Lexington, e siccome la temperatura era calata drasticamente, lui mi avvolse il suo cappotto intorno alle spalle. Quel contatto con la lana ruvida e la fodera liscia incarnava tutti i migliori clich da film romantico: l'uomo che cede il cappotto alla sua ragazza  il bravo ragazzo per antonomasia. I bravi ragazzi ti cedono il cappotto, quelli in malafede ti spogliano.
Dopo cena gli comunicai le mie regole. Trenta giorni. Niente sbaciucchiamenti, niente sesso. Era uno scherzo ma Jack, irremovibile e imperturbabile, non fece una piega.
Anch'io ho le mie regole. Preferisco centottanta giorni. Ma va bene comunque, accetto lo stesso, rispose, e aggiunse: Quindi diciamo che siamo in libert condizionale.
A proposito, tu da che parte stai?, chiesi passando davanti all'edificio della MetLife. Parlo del tuo lavoro, precisai e mi feci pi vicina, mentre camminavamo mano nella mano. Mi sono sempre chiesta come fa un avvocato a stabilire se diventare difensore o pubblico ministero. Mi sembrano due facce opposte della stessa medaglia.
Basta sceglierne una, rispose Jack e si accigli come se proprio non capisse la mia domanda.
Quando gli chiesi quali fossero i suoi progetti per il futuro, mi rivel: Mi piacerebbe fare l'avvocato difensore, ma penso che diventer sostituto procuratore distrettuale. Poi procuratore distrettuale, infine giudice.
E poi ti candiderai per una carica pubblica? Sindaco, o qualcosa del genere?, scherzai.
Sindaco? Penso di no. Non sono bravo a parlare in pubblico. Forse sceglierei la corte suprema. L le sentenze si comunicano per iscritto. Sarebbe perfetto per me.
Non sapevo cosa pensare: era un commento piuttosto bizzarro; ma forse in effetti c'era una gran differenza tra parlare davanti a una folla e discutere un caso in tribunale. Tutto considerato, trovavo la sua arroganza piacevole e innocua.
Un avvocato difensore probabilmente vede il lato buono in ognuno di noi, osservai, mentre un pubblico ministero parte dal presupposto che siamo tutti criminali. Nel tuo intimo non senti di dover prendere una posizione?
Nel mio intimo?  un modo molto emotivo di guardare il mondo.
Raccontami del tuo passato, gli proposi per cambiare argomento.
Jack elenc i momenti salienti della sua infanzia come se stesse leggendo la lista della spesa: New Jersey, scuole pubbliche, squadra di wrestling, madre single. Esit un istante; poi continu. Ero una specie di figlio unico. Mia madre era un'impiegata statale alla New York City Library. Ci arrabattavamo per tirare avanti, ma mia madre era una santa: con me non ha mai nemmeno alzato la voce.
In che senso, una specie di figlio unico?.
Jack allora mi raccont che suo padre, Earl, aveva mollato sua madre quando lui era ancora in fasce. Earl, un robusto camionista che passava quasi tutto l'anno in viaggio, aveva incontrato un'altra donna, Elsa, la proprietaria di un centro estetico. Per lei aveva lasciato il lavoro di camionista, cosa che per anni si era rifiutato di fare per la mamma di Jack, e si era messo a guidare gli autobus. Non scomparve per dalla vita di Jack. No, fece qualcosa di ancora pi terribile.
Un giorno a scuola mi imbattei in mio padre, era davanti all'ufficio del preside. Non lo vedevo da anni, non mi ricordavo nemmeno quando ci eravamo parlati l'ultima volta. Per qualche strana ragione, che solo un ragazzino di dieci anni pu comprendere, pensai che fosse venuto a cercarmi. Proprio quando stavo per lanciarmi tra le sue braccia, sentii tuonare la voce del preside dall'altoparlante. George Connor  pregato di venire in presidenza. Quel giorno scoprii di avere un fratellastro, George. E che vivevamo abbastanza vicini da andare a scuola insieme. Cinque isolati per l'esattezza.
Ero senza parole, non sapevo cosa dire. Quando gli chiesi di sua madre, Jack fece un sospiro che sembr piuttosto un gemito. In un certo senso, si  uccisa, mormor e capii che era un argomento delicato. Dopo l'incidente con mio fratello cominci a fare tre lavori per potermi mandare in una scuola privata. Stava male da un bel po', e quando finalmente si decise ad andare da un medico era ormai troppo tardi. Aveva ignorato i sintomi per troppo tempo e le diagnosticarono un tumore al colon. Provarono a operarla, ma dovettero ricucirla senza far nulla: non c'era pi speranza. Alla fine il tumore si era esteso al cervello e al fegato.
Pensai alla mia famiglia. A mia madre, in particolare, che non sembrava provare sensi di colpa per aver perseguito la sua carriera di fotografa. Mi ricordo tutte le sere in cui a tavola non c'era niente da mangiare e la porta della camera oscura era chiusa. A distanza di molti anni dalla morte dei miei genitori in un incidente automobilistico, ancora non riuscivo a decidere se dovessi sentirmi tradita per non aver ricevuto abbastanza attenzioni da mia madre, o felice per lei e la sua carriera.
Quella sera io e Jack infrangemmo la regola del niente sesso per trenta giorni e facemmo l'amore per la prima volta. Fu tutto un affannarsi e agitarsi per aprire l'incarto del preservativo e capire dove mettere le gambe. Quando mi svegliai la mattina dopo, Jack era seduto sul letto, estremamente concentrato a scrivere su un notebook.
Stai scrivendo una poesia per me?, chiesi scherzando.
Un discorso, rispose lui. Jack era stato scelto per tenere il discorso di apertura alla cerimonia annuale sponsorizzata dall'ordine degli avvocati di New York davanti a pi di ottocento studenti della facolt di Legge. Pass le due settimane successive ad abbozzare il discorso, a rivederlo e a correggerlo, per poi ricominciare da capo. La sera dell'evento andai ad assistere al discorso. Jack parl con disinvoltura: guardava la gente negli occhi e raccontava aneddoti e battutine. Non c'era neppure un accenno di ansia nelle sua voce o nei suoi gesti, e pi tardi scoprii che non aveva nessun problema a parlare davanti alle folle.
Mentre camminavamo verso la sala della cerimonia, a un tratto Jack si scus e si allontan: gocce di sudore gli spuntavano dall'attaccatura dei capelli. La gente chiedeva di lui, voleva incontrare il giovane e brillante avvocato che aveva tenuto un discorso cos stimolante, e con tanta disinvoltura per giunta. Io lo aspettai davanti alla porta del bagno; poi andai a cercarlo al guardaroba e dietro il palcoscenico, ma Jack era scomparso. Se provavo a telefonargli scattava la segreteria, cos alla fine decisi di chiamare un taxi e tornarmene a casa. Trovai Jack nel parcheggio, in un'area chiusa per lavori, a vomitare dietro un bagno chimico.
Jack era coperto di sudore e borbottava qualcosa sul fatto che avesse lo stomaco scombussolato. Vai dentro e di' al mio capo che ho un virus intestinale, biascic prima di riprendere a vomitare. Fin dall'inizio non gli credetti e mi chiesi se in realt non fosse tanto sconvolto per aver parlato in pubblico, quanto piuttosto al pensiero di dover socializzare con gli invitati.
Un leggero attacco d'ansia. Niente di grave, ci sto lavorando, confess dopo. Preferisco l'aula di un tribunale a un cocktail party. Adesso possiamo smetterla di parlarne?.
Per molti versi Jack era una persona imprevedibile. Se da una parte era assolutamente disinvolto, era del tutto incapace nei rapporti sociali. Avevo notato che diventava irritabile quando le cose sfuggivano al suo controllo, ma quell'atteggiamento era un segreto per chiunque non lo conoscesse bene. Lunatico com'era, non provava simpatia per le persone che avevano questo suo stesso tratto caratteriale: se ero scontrosa, pensava subito che ce l'avessi con lui. Non gli veniva in mente nessun'altra spiegazione. C'erano delle battaglie che avrei scelto di non combattere, e imparai presto quali sarebbero state.
Qualche mese dopo rivelai a Jack che forse ero incinta. Lui fece un sorriso insicuro e rimase a lungo in silenzio mentre aspettavamo i risultati del test. Lo guardai camminare su e gi per la stanza mentre i minuti passavano lenti: avvertivo cos tanta sincerit in lui, e mi sembrava di conoscerlo da sempre. Quando nella finestrella dello stick apparve una tenue linea rosa, la realt cominci a prendere forma. Prima ancora che potessi rendermi conto di ci che era appena successo, sul suo viso si profil un'espressione felice. In quel momento pensai che era proprio lui l'uomo che avrei voluto amare per sempre.
Sposiamoci, mi propose.
Non lasciarti influenzare dall'esperienza di tuo padre, Jack, replicai e mi pentii di averlo detto ad alta voce. Jack cambi faccia: spalanc gli occhi, lo sguardo quasi ferito; ma subito dopo torno in s e mi sorrise.
Ci che ha fatto mio padre  irrilevante. Non lascio che le pecche degli altri influenzino la mia vita: questo devi togliertelo dalla testa. Comunque, la sua voce si addolc e poi, accarezzandomi il viso, mi baci, non permetter a nessun altro uomo di crescere mio figlio.
Come conchiglie sulla spiaggia, racimolai i miei sentimenti. Provavo eccitazione e gioia  amavo Jack, di questo ne ero sicura  e trepidazione. Avvertivo anche l'ansia di non sapere se stessimo davvero prendendo la decisione giusta; l'agitazione al pensiero di diventare la persona pi importante nella vita di qualcuno, e infine la confusione. Non mi ero mai chiesta se volessi essere madre. Diventare la moglie di Jack non era una cosa cos incredibile; la maternit invece mi sembrava inconcepibile, un'esperienza fuori dal mondo. La mia mente cerc di passare dal pensiero della gravidanza alla consapevolezza che avrei avuto un bambino, da Sono incinta a Sto per diventare mamma; e tutto questo mi faceva sentire esposta, impreparata, come pelle bruciata dal sole. Il fatto che mi sentissi inadeguata, persino in quel momento, sarebbe emerso tante altre volte nei mesi a seguire.
Ci recammo al palazzo di giustizia e ci sposammo davanti al giudice di pace. Niente limousine bianca,n lancio del bouquet a un gruppo di damigelle urlanti; niente riso, festeggiamenti, luna di miele. Nessun suocero che raccomandasse a Jack di prendersi cura di sua figlia. Nessun famigliare per fare un brindisi agli sposi. Jack non era tipo da festeggiare, e a me andava bene cos. Decisi di conservare il mio cognome da nubile e Jack non si oppose. Pi in l, ripensandoci, mi resi conto che forse inconsciamente volevo rimanere in qualche modo legata alla mia famiglia, che avevo perso tanto tempo prima. Comunque non mi soffermai a pensarci.
Il cancelliere del tribunale ci scatt una foto: l'unica che abbiamo del giorno del nostro matrimonio. Non fummo noi a chiedergliela, fu lui a insistere.
Pi in l, mesi dopo, mentre sfogliavo il nostro unico album fotografico, mi resi conto che c'erano cos poche foto di noi: quasi non valeva la pena di metterle in ordine. C'era una foto di noi due davanti all'albero di Natale nello studio legale di Jack, i sorrisi radiosi, il papillon e la camicia inamidata di Jack immacolati, i miei capelli leggermente spettinati, e gli occhi bassi per i troppi Martini che avevo bevuto. Quel giorno vincemmo un viaggio alle Bahamas, ma Jack don i biglietti a un ente di beneficenza perch non poteva prendersi nemmeno un giorno di ferie. Un'altra foto ci ritraeva alla festa di Capodanno, le decorazioni con i cilindri capovolti sul tavolo, i coriandoli nei capelli. L'unico ricordo di quella notte  il mal di testa da sbornia che mi attanagli il giorno dopo.
Nella foto del nostro matrimonio Jack indossava un abito nero e una cravatta blu scuro. Io avevo un vestito di cotone bianco, molto versatile, adatto a molte occasioni. Non si vedeva che ero incinta: avevo ancora la pancia piatta. Jack mi aveva messo il braccio intorno alla spalla, lasciando che mi appoggiassi a lui. Sul muro dietro di noi c'era la planimetria originale del palazzo di giustizia. Quelle tenui linee colorate sullo sfondo blu mi ricordavano le stampe appese alla parete dello studio di mio padre. Nell'angolo sinistro della foto  anche se in seguito cercai di tagliare quel particolare  si vedeva la panca del corridoio del palazzo di giustizia, con sopra la ventiquattrore di Jack che rovinava tutta la scena.
Dicevamo sempre che avremmo dovuto cercare qualcosa di speciale per incorniciare la nostra foto di matrimonio, e invece rimase l, in quella semplice cornice di legno nero. Alla fine non ci pensammo pi.
Alla ventesima settimana di gravidanza, nel giorno stabilito, ci accompagnarono in una stanzetta per le ecografie. Lanciai uno sguardo allo schermo montato sopra una tastiera.
Salve, sono Debra, si present una donna che indossava una candida divisa rosa. Prima di iniziare, esord mettendosi a digitare energicamente sulla tastiera, ho bisogno di sapere se volete conoscere il sesso del bambino.
Il sesso del bambino. Mi guardai, esaminando con ansia il piccolo rigonfiamento sull'addome. Si vedeva appena, e gi non riuscivo a capacitarmi del fatto che ci fosse un essere umano dentro di me, per quanto piccolo; l'idea di sapere se fosse maschio o femmina non mi aveva neppure sfiorato la mente.
S, vorremmo saperlo, rispose Jack.
In verit, io non avevo deciso un bel niente, e la sua prepotenza mi fece infuriare: non tolleravo che parlasse anche a nome mio. Se gli avessi chiesto spiegazioni, si sarebbe per giustificato dicendomi che gli avevo fatto credere pi volte che volessi saperlo: era una buona idea; avrebbe insinuato che ci eravamo messi d'accordo, ed era giusto cos.
L'infermiera mi guard e io annuii, sforzandomi di sorridere. Lei si alz e spense le luci. La stanza era calda e intima, e il buio mi permise di nascondere le lacrime.
Mi dispiace, ma sentir un po' freddo, mi avvis Debra mentre mi spalmava il gel sulla pancia: era cos gelido da farmi rabbrividire. Jack mi prese la mano e insieme guardammo quello che sembrava uno spicchio triangolare su uno sfondo nero.
Eccoci, annunci Debra, mettendomi una sonda sull'addome. Questa  la colonna vertebrale, cominci e premette un po' per ottenere un'immagine pi nitida.
La colonna vertebrale del mio bambino: tante piccole ossa perfettamente allineate, come un bellissimo filo di perle. Sentii un nodo in gola e mi vennero le lacrime agli occhi. Poi Debra premette un altro pulsante e l'immagine si fece sfocata. Ricacciai indietro le lacrime, non volevo perdermi nulla.
L'infermiera riposizion la sonda e apparve un viso. All'inizio faceva paura, sembrava un teschio, ma era il pi bel viso che avessi mai visto. Le labbra sembravano arricciate, il mento era leggermente incassato. Ci che sapevo ormai da un po', adesso era chiaramente visibile sullo schermo: c'era un essere umano che galleggiava a qualche centimetro di profondit, sotto la mia pelle.
La voce dell'infermiera mi sembr lontanissima mentre indicava tutti gli organi pi importanti. La laringe  a posto. Ecco qua il cervello, i reni, il fegato, i polmoni, il cuore. Quando l'infermiera pronunci cuore, Jack mi strinse forte la mano. Con grande sconcerto di Jack, non solo avevo letto compulsivamente diversi libri sullo sviluppo fetale, ma ero anche ossessionata dalle malformazioni genetiche. Ero rimasta affascinata dalla storia di un dottore che aveva effettuato un intervento al cuore di un feto in un caso di gravidanza extrauterina e avevo letto un articolo in cui si descriveva l'ambiente diafano e asettico del sacco embrionale. Ed eccola l l'immagine di un esserino minuscolo, non pi grande di due centimetri, che nuotava nel liquido amniotico, con la testa inclinata e le gambette piegate in alto.
Seguivo religiosamente i consigli del dottor Bowers: prendevo le vitamine ogni giorno, dormivo molto, stavo attenta a non sollevare cose pesanti, ma il pensiero che ci fosse una creatura nel mio corpo potenzialmente difettoso mi mandava fuori di testa. Mi ritenevo una persona sfortunata: avevo perso la mia famiglia, e non avevo avuto molta fortuna in nessun tipo di relazione; una volta avevo comprato una macchina usata e il motore aveva preso fuoco due settimane dopo; n il college n nessun lavoro erano mai sfociati in una carriera. Qualunque cosa facessi era avvolta da una sorta di aura tragica. Il matrimonio con Jack invece era stato una svolta: lui era un uomo sicuro di s e trasformava in oro qualsiasi cosa toccasse. Questa gravidanza per dipendeva esclusivamente da me. Quel feto dentro di me faceva affidamento sul mio corpo, ma come avrei fatto a gestire tutto ci che era fuori dal mio controllo? Sarei stata capace di portare a termine la gravidanza senza complicazioni?
Non ero neppure al secondo trimestre, e conoscevo gi i nomi di tutte le malattie cardiache congenite: stenosi valvolare aortica, difetto del setto interventricolare, ritorno venoso polmonare anomalo. Avevo chiesto di fare degli accertamenti, ma il medico si era rifiutato di prescrivermeli.
Non c' alcun motivo di sospettare che il feto abbia qualche malformazione o difetto cardiaco. Il dottor Bowers si era tolto gli occhiali e mi aveva guardato come se fossi una bambina che chiedeva di andare a Disneyland. Sia lei sia suo marito siete sani, quindi non c' davvero nessun motivo, aveva ribadito il dottore.
Ancora prima del no del dottor Bowers, avevo ricevuto quello di Jack: si era sempre rifiutato di accompagnarmi a fare degli accertamenti e mi aveva persino proibito di rivolgermi a un altro specialista. Jack non ne voleva nemmeno parlare, e cos cercai di mettere a tacere la mia ansia: la conservai in un posticino sicuro nella mia testa, insieme all'angoscia e al panico. E volevo che rimanesse l, ora che avevamo visto il viso di nostro figlio sul monitor.
L'infermiera ci aveva appena riferito che andava tutto bene: l'ecografia era perfetta, ma io ero cos ansiosa che all'improvviso il bambino cominci a fare le capriole dentro di me. Volevo confessare a Jack le mie paure e fargli capire quanto mi stessi sforzando per assicurarmi che il bambino nascesse sano.
 perfettamente sano, hai sentito?, disse Jack, accarezzandomi la guancia.
E ora vediamo se riusciamo a capire se  maschio o femmina, continu l'infermiera e premette la sonda in basso sull'addome. Riusciremo a capirlo solo se il bambino vorr rivelarcelo. Se  femmina si dovrebbero scorgere tre linee, mentre le parti maschili be', sono esattamente come ve le immaginate. No, sfortunatamente le gambe sono sollevate e non si riesce a vedere niente.
Le vedo, l.  una bambina. Indicai delle linee che mi sembravano i segni inequivocabili di una vulva.
Non lasciarti prendere troppo, altrimenti rischi di rimanere delusa, replic Jack, aggrottando la fronte. Mi strinse la mano come a voler reprimere il mio entusiasmo.
L'infermiera gli rivolse un sorriso. Io la capivo: era difficile non sorridere a Jack con quel suo fascino sbarazzino da futuro padre, e lo sguardo appassionato, che faceva sentire speciale persino Debra perch stava condividendo quel momento con noi. Sembrava che niente contasse pi del fatto che Jack fosse cos coinvolto e fiducioso.
 una bambina, ribadii.
Ha ragione! Potete cominciare a comprare il corredino rosa. La voce di Debra mi raggiunse da lontano. Ora vi stampo la foto di profilo.
Un turbinio di immagini mi esplose in testa: fiocchetti e vestitini, servizi da t e case di bambole, trecce, codini e smalti. Tutte le mie preoccupazioni erano magicamente scomparse, come orme nella sabbia cancellate da un'imponente onda oceanica. Un attimo prima erano l, un momento dopo non c'erano pi.
Dopo trentadue ore di travaglio, che a detta del dottor Bowers erano normali per una primipara, ero esausta. Avevo quasi dimenticato il motivo per cui mi trovassi l. Volevo soltanto mettere fine al dolore e chiudere gli occhi. Spinsi inutilmente per quattro ore; poi il dottor Bowers ordin il cesareo.
Quando infine Mia venne al mondo, aveva la pelle floscia e violacea. Il dottore le pratic l'aspirazione delle vie aeree e, dopo quella che sembr un'eternit, me la adagi sul petto. Avvolta in una coperta di flanella, Mia rimase a riposare tra le mie braccia, e poi ci guardammo. Anche se mi ero preparata al parto, avevo seguito il corso sulle tecniche di rilassamento, sulla cura del neonato e la rianimazione cardiopolmonare, avevo guardato innumerevoli parti in TV, naturali e cesarei, e nonostante l'avessi immaginato un centinaio di volte, quel momento mi colse del tutto impreparata. Lei era cos bella e cos fragile, e provai trepidazione, come se si potesse rompere da un momento all'altro.
Per me, il fatto che fosse sana era il miracolo pi grande. Ci ero davvero riuscita? Ero riuscita a generare ossa dalle mie ossa, carne dalla mia carne: una bambina sana e perfetta? Sembrava tutto a posto, ma non mi accontentavo che avesse tutte le dita dei piedi e delle mani. E il cuore, il cervello, i polmoni? Come potevo essere sicura che stesse davvero bene? Le probabilit che si fossero sbagliati erano altissime, cos come la posta in gioco.
Chiesi all'infermiera dell'indice di Apgar e lei mi guard perplessa.  una bambina bellissima, perfetta.  tutto a posto.
Ma lei come poteva saperlo? La creatura che avevo tra le braccia era il prodotto di una divisione e moltiplicazione cellulare, un processo velocissimo iniziato soltanto qualche minuto dopo il concepimento. Alcune cellule erano discese lungo la tuba di Falloppio e avevano raggiunto l'utero. Al termine della prima settimana, una singola cellula si era trasformata in milioni di cellule e in un corpo abbastanza grande da potere essere visibile a occhio nudo. Le cellule avevano formato i muscoli, il sistema circolatorio, lo scheletro, i reni e l'apparato riproduttivo, il sistema nervoso, i sensi, la pelle. E il cuore aveva cominciato a battere dopo tre settimane. Ora lei era qui, e io non potevo pi tornare indietro per sistemare tutto ci che poteva essere andato storto: cellule anomale, una combinazione sfortunata nel DNA. Come facevo a stare tranquilla?
Poi guardai Mia negli occhi, quegli occhi grigi incapaci di mettere a fuoco: apparentemente non allineati e leggermente incrociati, le palpebre talmente gonfie che le era quasi impossibile aprirli bene. Capii allora che aveva bisogno di me: io avevo il compito di proteggerla. E per un breve attimo non mi preoccupai pi del suo cuore.
Capitolo 6
Il giorno dopo l'arrivo di Jack in citt, la polizia viene autorizzata a interrogarmi. Nell'aria c' ancora il profumo della colazione e del caff, quando sento bussare forte alla porta. Non faccio in tempo ad aprire gli occhi, che due uomini sono gi entrati nella stanza. Si presentano: l'ispettore Walter Daniel e l'ispettore Sydney Cameron. L'ispettore Daniel  un uomo robusto di mezza et con la pelle molliccia, specialmente intorno agli occhi. Tira fuori un taccuino, lo apre e rimane in piedi accanto al letto, preparandosi a prendere appunti.
Inizio dal giorno in cui mi sono trasferita a North Dandry e Jack  partito per Chicago. Spiego che ho fatto installare dei chiavistelli alla porta, e l'investigatore Daniel annuisce.
Quando termino il racconto riferendo che sono stata alla stazione di polizia ma poi sono corsa via, l'investigatore Daniel fa un cenno all'investigatore pi giovane di cui non ricordo pi il nome. Quest'ultimo, un uomo molto basso, con le mani femminili, si alza ed esce dalla stanza. L'investigatore Daniel prende una sedia e si accomoda accanto al mio letto.
Mi pulsa la testa e mi sento come se avessi urgente bisogno di caffeina. Sto cercando di ricordare, ma allo stesso tempo devo stare attenta a non parlare troppo. L'ho osservato bene durante il mio racconto, e il suo atteggiamento  cambiato. A un tratto ha smesso di sorridere. Ha cominciato a sollevare a intermittenza le sopracciglia; poi ha aggrottato la fronte. Alla fine il suo viso  diventato inespressivo.
Mi rendo conto che sto cominciando a sproloquiare, perci rallento. Devo pensare bene a ci che dir dopo. Quando gli confesso che non so dove si trovi mia figlia, lui continua a prendere appunti ma non mostra nessun segno di impazienza. Alla fine rimane semplicemente seduto a guardarmi. Mi fissa come si guarda un bambino che racconta di aver visto dei mostri sotto il letto. E capisco che non mi crede. D'un tratto mi rendo conto di una cosa, e questa consapevolezza mi colpisce come un pugno nello stomaco: non  stata diramata nessuna Amber Alert,1 non c' stata nessuna conferenza stampa, nessuna telefonata urgente, nessun ordine impartito ai poliziotti. Invece  cos che dovrebbe essere.
Forse perch io stessa non ho mostrato nessuna urgenza? Ma ero rimasta ferita nell'incidente e tutti quei farmaci mi avevano intontita. Adesso  tutto pi nitido. E la cosa pi grave che mi viene in mente  rapimento; cos  proprio questa la parola che uso: rapimento.
L'ispettore non mi crede. E io devo assolutamente fargli cambiare idea. Ho chiuso a chiave la porta! Nessuno sarebbe potuto entrare, ne sono sicura. So che forse avrei dovuto ma ecco, io non ero Non ho mai dimenticato di chiudere a chiave la porta! Ho controllato tutte le sere.
In questo momento sono in corso le ricerche. Chiude il taccuino e infila la penna nella tasca della giacca. Si alza dalla sedia, fa un sospiro pesante e serra le labbra mentre gli scrocchiano le ginocchia. Non riusciamo a capire quale sia stato il suo processo mentale, signora Paradise. Perch non ha chiesto subito aiuto?.
Il mal di testa che mi  partito da dietro gli occhi si  spostato alla nuca. Mi paralizza, e l'odore di disinfettante mi soffoca. Eccola di nuovo. L'immagine si fa sempre pi viva, accecante e dolorosa, come i fari di una macchina che si avvicinano, e non riesco a distogliere lo sguardo. Sangue. Quel ricordo non accenna ad andarsene. Mi ipnotizza. Un lenzuolo, bagnato di chiazze color cremisi a forma di piedini di bimbo. Chiudo gli occhi e faccio un respiro profondo.
La prego, qualcuno deve aver visto qualcosa. Non riesco a ricordare nulla, ma so di non essere mai andata a Dover. Non sono brava a leggere le cartine stradali, non saprei come arrivarci. Non penso che potrei mettermi in macchina e andare l senza nessun motivo. Sono cos confusa.
Forse semplicemente era in macchina e ha deciso di fermarsi l. Pu darsi che non fosse la sua destinazione e magari abbia solo deciso di fare una sosta.
Una sosta, e per quale motivo?.
Lui ignora la domanda. Ci servir una foto di sua figlia.
Ne ho centinaia. Ho centinaia di foto di mia figlia. A casa. Nella custodia della macchina fotografica nera, sulle memory card.
Le abbiamo trovate. Si ferma un istante; poi continua. Ci serve una foto recente, capisce, in cui si veda bene il suo viso. In modo che la gente possa riconoscerla.
Devo riflettere prima di replicare. Il flash la spaventava, e cos non ho scattato nessuna fotografia, non di recente. Mia era cos insofferente negli ultimi tempi, e non volevo che. Devo stare attenta. Parlare piano. Devo dire cose ragionevoli. Devo convincerlo. Non ho nessuna foto recente di Mia. Ha solo sette mesi. I dottori mi hanno detto Ecco, secondo loro la bambina soffre di coliche. Insomma, non aveva nulla. Solo qualche colica. Sarebbe passata da un giorno all'altro.
Quanti mesi ha la bambina?
Sette.
E a quell'et i bambini soffrono ancora di coliche? Io ho tre figli. Certo, non posso dire di essere stato io a prendermi cura di loro, ma ricordo che il pi piccolo soffriva di coliche. Di solito passano abbastanza presto. Ha un'espressione accigliata, sospettosa. L'ha portata dal pediatra?.
Ciuccio, bagnetti caldi, copertine morbide. Le ha fatto fare il ruttino? La tenga in braccio. La culli. Le faccia fare una passeggiata, la porti in giro in macchina. Cerchi di calmarla.
Le hanno fatto un paio di esami per vedere se soffrisse di reflusso gastroesofageo. Ma cresceva, e non aveva febbre. Mi hanno assicurato che stava bene: dovevamo solo aspettare che le passasse. Mi hanno anche raccomandato di andare al pronto soccorso pi vicino se mi fossi accorta di non farcela pi. Ma questo evito di riferirlo all'ispettore.
Bene, annuisce lui, e si appunta qualcosa sul taccuino. Ci serve un campione di DNA della bambina. Ci pu dare una spazzola forse? O un biberon da cui ha bevuto? O l'impronta di una mano o di un piede? Ha presente quei kit con l'argilla che si vendono ai grandi magazzini, per fare i calchi dei piedi o delle mani?.
Scuoto la testa.
Magari una spazzola per capelli? O uno spazzolino? Ha presente quei piccoli aggeggi di plastica che si infilano al dito, per spazzolare i dentini?.
Scuoto la testa.
Un pannolino? Dev'esserci un pannolino sporco da qualche parte.
Scuoto di nuovo la testa.  sparito tutto. Quasi lo bisbiglio e perci non sono sicura che mi abbia sentito.
 sparito tutto, ripete lui, come se gli avessi appena detto un'ovviet. Perch non si agita?
S,  sparito tutto: i vestitini, i biberon. Tutto,  sparito tutto. Il suo armadio era vuoto. Mancano i pannolini, il latte in polvere, i biberon. Tutto.
Lo sappiamo. L'ispettore raddrizza la schiena e incrocia le braccia sul petto. Quindi qualcuno l'ha portata via, e ha preso anche tutte le sue cose?. Posa il suo prezioso taccuino, come se gli sproloqui di una pazza non fossero pi degni di essere annotati.  tutto molto strano. Se le porte sono rimaste chiuse a chiave tutta la notte, ed erano ancora chiuse al mattino quando ha trovato il lettino vuoto, dev'esserci un'altra spiegazione. Devo essere sincero, non mi pare che tutto questo abbia senso.
Mi fa male sentirmelo dire. Lo so che pu sembrare strano, ma  tutto ci che posso dirle.
Daniel si rilassa un attimo, poi si sporge verso di me. Posso trovare sua figlia solo se so dove cercarla. Fa una pausa; poi aggiunge: Dove dovrei cercarla?. Ha un tono gentile, come se stesse cercando di convincere una bambina a raccontargli la verit.
Che cosa sta insinuando? Che io so dov'?
Lei sapeva che era scomparsa e non ha chiesto aiuto. Ha ragione, non so come ribattere.
Se sa dov', deve dirmelo, continua lui.  cos piccola, indifesa. Potrebbe avere freddo, fame.  tutta sola l fuori.
Mi chiedo che cosa intenda per l fuori. Stringo le labbra per trattenere le lacrime. Non voglio piangere davanti a lui. Quando ho pianto davanti a Jack, non ho fatto altro che peggiorare le cose.
Ha mai avuto la sensazione che avrebbe potuto far del male a sua figlia?.
Se avessi potuto farle del male? Scuoto la testa, perch non oso dirlo ad alta voce.
Piangeva tanto?, chiede lui.
Eccole. Le immagini emergono come se l'ispettore avesse premuto un pulsante. Schizzano come diapositive proiettate contro il muro. Pugni chiusi, le gambette sollevate, la rabbia senza lacrime di una bambina diretta verso di me. Il mio amore per lei impotente, incapace di alleviarle il dolore.
Era una bambina che soffriva di coliche, era molto impegnativa. Ma non le avrei mai fatto del male. Era la mia vita.
Vedo qualcosa guizzare nei suoi occhi; poi annuisce come se avessi detto qualcosa che si aspettava di sentire.
All'improvviso si volta e se ne va, come se la mia testimonianza non avesse alcun senso.
Poi mi rendo conto di aver parlato di Mia al passato.
1 Amber Alert o Allerta Amber  un sistema di allarme nazionale in caso di sospetto rapimento di minore, adottato nel 2002 dagli Stati Uniti e dal Canada. Il sistema prende il nome da Amber Hagerman (1986-1996), una bambina di nove anni rapita in Texas e poi uccisa dal suo rapitore (n.d.t.).
NESSUNA NOVIT SUL CASO DELLA BIMBA DI 7 MESI SCOMPARSA DALLA CULLA
Brooklyn, NY  Dopo frenetiche ricerche non sono ancora emerse novit sul caso della bambina di Brooklyn scomparsa dalla culla nelle prime ore di domenica primo ottobre.
Secondo Eric Rodriguez, portavoce del dipartimento di polizia di New York, gli investigatori non riescono assolutamente a capire come qualcuno si sia potuto introdurre in casa della bimba scomparsa. Al momento non abbiamo un identikit, non abbiamo la targa di un veicolo per poter diramare l'Amber Alert e non ci sono testimoni oculari. Tutta l'area circostante  stata setacciata dagli agenti, e anche da un'unit cinofila, ha riferito Rodriguez. Stiamo seguendo diverse piste, ma non abbiamo ancora in mano nulla.
Spesso nei casi di rapimenti di bambini sono coinvolti i genitori, o un genitore  fuggito via con il figlio, ma stavolta non  cos. Questo ci preoccupa moltissimo, ha dichiarato l'investigatore Robert Wilczek.
Una fonte ha rivelato all'emittente televisiva CTAB che la scomparsa della bambina desta grande preoccupazione, dal momento che la madre non ha denunciato subito l'accaduto.
La polizia chiede a chiunque sia in possesso di informazioni di chiamare il numero verde 1-888-267-4880.
Capitolo 7
Io e Mia Paradise Connor fummo dimesse dall'ospedale cinque giorni dopo il parto. Jack torn a lavorare, e si occupava delle poppate notturne nel weekend. Io dormivo, mangiavo e mi facevo la doccia solo quando era possibile.
Ero incantata dalla mia creatura. Osservavo Mia, le guance paffute, la boccuccia da uccellino che si contraeva nel sonno. Le facevo il bagnetto e le tamponavo la pelle con un asciugamano, spalmandole la crema alla lavanda. Adesso non era pi la neonata con gli occhi gonfi e le gambette storte. Le gambette arcuate si erano raddrizzate, la testa conica si era arrotondata, e la pelle non era pi screpolata, ma rosa e soffice.
Amavo guardarla mentre studiava il mio viso, cercando di memorizzarlo, come se racchiudesse tutto il conforto e l'amore di cui aveva bisogno. Si svegliava tra le mie braccia, apriva gli occhi e cercava freneticamente il mio viso: si tranquillizzava subito non appena mi riconosceva.
Il suo pianto non era sempre uguale. A volte sembrava infastidita, per esempio da un calzino troppo stretto o una giacca troppo calda. Poi c'era il pianto stanco, insofferente, prolungato: in quei momenti era pronta a fare un pisolino. Infine c'era un pianto pi persistente, a indicare che aveva fame. E in quel caso bastava un biberon a calmarla. Ma in seguito, quando aveva circa tre mesi, emerse un altro tipo di pianto. Un pianto improvviso, che sembrava causato dal dolore, come se si fosse punta con un ago. Un pianto che mi faceva battere il cuore all'impazzata e soppiantava qualsiasi altro suono. Sentivo solo il suo pianto e il mio cuore martellante. E di colpo Mia non voleva pi essere tenuta in braccio, una cosa che prima la calmava. Invece protestava ogni volta che la stringevo a me. Mi sembrava di toccare un filo elettrico quando la avvolgevo in una copertina: i pugni stretti, la schiena arcuata, i muscoli tesi, le gambette rigide.
Per tranquillizzare una bimba insofferente, usa i rimedi di una volta. Prova a ricreare la sensazione dell'utero materno. Bastano una copertina e un'efficace tecnica di fasciatura.
Il suo pianto improvviso non era soltanto una richiesta, ma un'esigenza impellente di mettere fine a ci che la disturbava, qualsiasi cosa fosse. Adesso Mia reclamava le cose con pi veemenza, piangeva di pi, mangiava con maggiore voracit e protestava pi energicamente. Se non avessi provveduto subito ai suoi bisogni, sarebbe crollata, sarebbe andata in pezzi; cos mi pareva.
Era una bimba molto sensibile, perci protestava con forza quando i suoi bisogni venivano ignorati. Io accorrevo subito a soddisfarli e mi sforzavo di prevederli per non farla agitare. Mi consumava ogni briciola di energia, e io accettavo di buon grado; eppure lei chiedeva sempre di pi.
Le davo tutto ci che avevo, eppure qualcosa era andato storto. In un certo senso, non ero pi la donna che era entrata in ospedale e ne era uscita con una bimba in braccio. Era come se mi fossi lasciata alle spalle ci che ero stata un tempo e fossi tornata a casa nelle sembianze di un'altra persona. Mi svegliavo sempre pi stanca, forse perch non riposavo abbastanza. Ogni ora di veglia mi pareva interminabile, ed era come se le trascorressi con il volume al massimo. Le poche ore di sonno erano briciole che mi lasciavano esausta. Avevo sempre il terrore di non svegliarmi quando Mia piangeva; temevo che Jack sarebbe stato troppo impegnato per aiutarmi nel weekend, che il pediatra le avrebbe somministrato il vaccino sbagliato, che le avrei dato da mangiare troppo o troppo poco. Anche se andavo avanti  mi prendevo cura di Mia, le cantavo le canzoncine, le facevo il bagnetto  mi sembrava che ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato. Dov'erano finiti l'amore e l'euforia iniziale? Perch non ero pi felice? Chi era questa donna che viveva dentro di me?
Ogni mattina, al mio risveglio, prima che la realt prendesse il sopravvento, dopo uno o due istanti di pace mi sentivo circondata da un gelido velo di tristezza. Avevo l'impressione di recitare una parte, e ci era lampante soprattutto quando incontravo le altre mamme al parco: erano tutte pi contente, felici e soddisfatte di me. Ma avrei sempre potuto appropriarmi della loro storia, fingere di essere una di loro. Decisi di accettare la mia mancanza di entusiasmo come un difetto del mio carattere, e di rimediare in altri modi.
Un giorno, mentre la allattavo, Mia si addorment e si stacc dal seno. Anche se le sue labbra erano gi schiuse da un po', continuava a muovere la lingua e la sentivo ancora schioccare. Presi la macchina fotografica e scattai qualche foto delle vene blu che le attraversavano le palpebre, erano talmente sottili che persino un filo avrebbe faticato a entrarci. Sulla tempia si scorgeva una vena pi grande: si allargava a poco a poco come il letto di un fiume che si avvicina al mare; le correnti che aspettano di essere raggiunte dalle onde.
La mia macchina fotografica, abbastanza piccola da poter essere usata con una sola mano, divent un'ossessione. Fotografai Mia da ogni angolatura possibile: i piedini, le dita ripiegate in avanti o aperte, le piccole unghie morbide, le manine minuscole e delicate che afferravano gli oggetti. Le mie labbra affondavano nella sua pelle soffice e malleabile, eppure il suo cuore rimaneva per me inaccessibile. Cercavo il modo di raggiungere quella parte della nostra relazione che non funzionava, ma anche se i nostri corpi si toccavano  le orecchie piegate come petali di rosa che si muovevano su e gi mentre succhiava dal mio seno, le labbra rosa che si arricciavano intorno al capezzolo  restavamo due estranee.
Fotografavo il latte del mio seno che le colava lungo la guancia, verso l'orecchio, come a ricordarmi che non tutta la quantit di latte era riuscita a raggiungere la destinazione. Scattavo foto delle mie mammelle congestionate, delle gocce di nutrimento che scendevano dai miei capezzoli crepati e doloranti.
Il flash della macchina fotografica la infastidiva, la agitava ancora pi del solito. Piangeva e non accennava a smettere, come se fosse disgustata dai miei tentativi di ritrarre il suo viso. La cullavo, le facevo posare la testa sul mio petto, ma niente la consolava: le mie canzoni, la mia voce dolce, il mio seno, niente. Piangeva ogni singolo giorno e non c'era niente che riuscisse a calmarla.
Le cantavo una ninna nanna. Dormi, bimba, dormi. Pap guarda il gregge, mamma scuote l'alberello, ti porta tanti dolci sogni. Dormi, bimba, dormi.
In quale universo distorto una madre non  capace di consolare il proprio figlio? Come ci si deve sentire a vivere in questo minuscolo corpicino indifeso, sconvolto da tanta sofferenza, mentre tua madre rimane a guardare, incapace di alleviare il tuo dolore; incapace di darti quello che ti serve? Era senz'altro colpa mia. E il mio modo di riparare alla mia inadeguatezza come madre era andare di dottore in dottore, ma tutti mi sbattevano in faccia la stessa diagnosi: Coliche. Per il resto la bambina  sana. Cause sconosciute. Nessun motivo evidente.
Jack non si preoccupava di quel pianto costante, mentre era sempre pi allarmato dai costi delle visite specialistiche. Sono coliche, ripeteva. Ti hanno detto tutti la stessa cosa. Un sacco di bambini soffrono di coliche. Passeranno.
Le obiezioni di Jack erano assolutamente logiche; dopotutto lui sembrava cos a suo agio con la bambina. La faceva saltellare sul ginocchio mentre studiava i fascicoli di un caso a cui stava lavorando e riusciva a farla addormentare in pochi minuti, senza che lei gli mostrasse neppure un segno di rabbia. Ma io ero sorda alla sua logica.
Voglio portarla in un altro ospedale. Forse possono sottoporla a qualche altro esame. Se non riesco a convincere il medico a farmi un'impegnativa, dovremo pagare di tasca nostra.
Vidi piet nei suoi occhi, ma quando sent parlare di soldi Jack si irrigid. Fu quasi impercettibile, ma io me ne accorsi. Da come raddrizz la schiena, da come socchiuse gli occhi. Avevo paura di dirgli che avevo esaurito la disponibilit delle mie carte di credito.
Dalle uno o due mesi di tempo, aggiunse mentre si dirigeva alla porta. Vedrai che andr meglio.
Io annuii, se possibile ero ancora pi esausta di qualche minuto prima. Altri due mesi, cio sessanta giorni e sessanta notti.
Lo sai che sei fuori di testa, vero?, sibil Jack, e usc sbattendo la porta.
Un sabato mattina, troppo presto per alzarmi e troppo tardi per rimettermi a dormire, allungai la mano dall'altra parte del letto e mi accorsi che Jack non c'era.
Sentii una voce sconosciuta che quasi mi mand in panico: un borbottio stridulo. Mi alzai e andai in camera di Mia. C'era Jack, che teneva in braccio Mia, un fagottino stizzoso e agitato di cinque mesi che muoveva le braccia come un direttore d'orchestra.
Perch non dormi?, sussurr Jack.
Poi pass a un tono di voce lamentoso e stridulo. No, non voglio. Voglio restare sveglia cos posso guardarmi intorno. Ma come? Sai parlare?, esclamava Jack con finto stupore.
Posso fare qualsiasi cosa, pap. Jack mimava una conversazione tra lui e Mia, passando dalla sua voce normale a una balbettio stridulo.
Perch non ti plachi, piccola? C' qualcosa in quella testolina che ti tormenta?. Sul viso di Jack c'era pura preoccupazione.
Mia dimenava le gambette e scalciava.
Non ho niente che non va, pap.
Lo so che non hai niente che non va. Hai mangiato, sei stata cambiata, hai fatto il ruttino. Non c' bisogno di innervosirsi. Poi Jack la adagi sul braccio e la cull con dolcezza: il corpicino che si adattava perfettamente alla curva del suo gomito. Ecco qua, principessa. Va meglio, vero?.
Molto meglio, pap.
Adesso rilassati e torna a dormire. La mamma non  contenta quando piangi cos.
Passavo giorni interi, a volte anche due di seguito, senza chiudere gli occhi. Quando mi addormentavo, crollavo di botto in un sonno profondo, e poi mi svegliavo sempre con un sussulto. Passavo da uno stato comatoso a uno di allerta, come se qualcuno mi stesse scuotendo il braccio per farmi svegliare.
Le mie giornate erano confuse, offuscate: i biberon, i pannolini, il pianto. Come uno zombie andavo a comprare vestitini, riempivo il carrello, camminavo per i corridoi dei negozi e compravo multipli di ogni cosa: babbucce, completini, calzini per Mia. Acquistavo tutto quello che avrebbe potuto procurarle sollievo e farla smettere di piangere: sacchetti profumati al rosmarino, lozioni calmanti, sveglie che riproducevano lo scroscio delle cascate, dispositivi per il rumore bianco, e persino un orsacchiotto che simulava i suoni dell'utero. Eppure, nonostante tutti quegli acquisti, sentivo che non potevo darle ci di cui aveva bisogno. Avrei potuto comprarle un intero negozio e non sarebbe servito a nulla, perch nel mio intimo, sapevo che era tutta una presa in giro.
Un giorno rincasai, carica di borse della spesa, e trovai Jack nello studio: parlava al telefono, mentre teneva in braccio Mia. Lei sembrava calma e serena, il viso rilassato, le labbra chiuse. Non appena mi avvicinai per prenderla, il suo faccino si irrigid, le labbra s'incurvarono verso il basso come a minacciarmi: Non osare avvicinarti. Mi ritrassi subito come se mi fossi scottata.
Ogni volta che la prendo in braccio, piange. Mi odia. Cosa sto facendo di sbagliato? Il problema sono io, Jack, sono io.  colpa mia. Tu sei tutto per lei, mentre io potrei essere la sua tata.
Come ti salta in mente una cosa del genere?
Ma lei piange quando la tengo in braccio io. Forse faccio qualcosa di sbagliato.
Non stai facendo niente di sbagliato. Rilassati,  solo una bambina, concluse Jack.
Confidai a Jack che ero costantemente in ansia; avevo paura che si facesse male, che si soffocasse con un cuscino o un lenzuolo, o ingoiasse qualcosa. Jack disse che dovevo smetterla di immaginare il peggio.
Non fasciarti la testa, continu, e non essere sempre cos nervosa. Come se bastasse non pensarci troppo: gi, perch nel suo mondo andava tutto bene. Nel suo mondo non esisteva la sindrome della morte improvvisa: i bambini non si soffocavano mai con una biglia, non morivano per la febbre alta, non si strozzavano mai con un rigurgito, non contraevano mai una malattia rara che veniva diagnosticata troppo tardi.
C'era un animale dentro di me, che si era formato mentre Mia cresceva nel mio grembo, ed era nato lo stesso giorno in cui lei era venuta al mondo. All'inizio avevo avvertito un lieve tremolio; poi l'avevo sentito muoversi, a volte agitarsi, ma ero sempre riuscita a tenerlo a bada e a placarlo. Ultimamente, invece, si dimenava e scalciava, e io mi sentivo impotente. Ci pensavo, ci pensavo sempre e mi soffermavo su quel pensiero. L'idea di una disgrazia imminente incombeva su di me, e mi sentivo come un animale selvaggio, legato a una fune che mi impediva di scappare. E niente riusciva a dissuadermi da quell'immagine. Non volevo tenere in braccio Mia: finch fosse stata tra le braccia di Jack, ci avrebbe pensato lui. Come se volessi passargli i miei doveri: finch la bimba fosse rimasta con Jack, sarebbe andato tutto bene.
Quel giorno nel suo studio, Jack mi affid Mia: una mano sotto la testa, l'altra che le reggeva le gambette, il piccolo corpo avvolto nella copertina.
Devo andare a lavoro, torner tra qualche ora. Mi porse il fagottino, come se mi stesse offrendo un dono.
All'improvviso mi balenarono in mente le immagini di un capro espiatorio sgozzato su un altare di pietra. Riuscivo quasi a sentire il sangue appiccicoso tra le dita. Vidi uno sprazzo di luce, piccolo come la pupilla di bambino, che brillava sulla testa di Mia, proprio sotto la fontanella. C'era un demone intrappolato l sotto, un demone che la incitava a respingermi: la faceva piangere e protestare ogni volta che la toccavo. Se fossi riuscita a raggiungere quel punto, a scavare una fessura, il demone sarebbe fuggito via, ed entrambe avremmo trovato pace.
Rimasi immobile, non mi allungai a prendere Mia. Jack mi guard, stravolto. Le sue labbra si arricciarono in un mezzo sorriso mentre cercava di recuperare il controllo. Io presi un paio di forbici dal portapenne e uscii dallo studio.
Andai nel bagno in corridoio, posai le forbici sul bordo del lavandino e mi lavai le mani con il sapone antibatterico. Studiai il mio riflesso nello specchio e cercai di raccogliere un po' di coraggio per confidare a Jack quei segreti: l'oscurit e le ombre che incombevano sulla mia vita. Una vita ridotta a minuscolo spioncino, che mostrava il mondo completamente distorto e stravolto. E da quello spioncino vedevo il sangue. Vedevo la pietra fredda di un altare coperta di strumenti affilati, seghettati e appuntiti, capaci di affondare nel tessuto morbido della fontanella. Strumenti molto affilati, come quelle forbici poggiate sul bordo del lavandino.
La cameretta odorava di talco, olio, lozione idratante, camomilla e rosmarino, e pannolini sporchi. Jack mi aveva raccomandato tante volte di non lasciarli l.
La giostrina sospesa sopra il lettino  una vivace carrellata di farfalle, scarabei, fiori, con al centro Campanellino  si muoveva delicatamente, sospinta dalla brezza del ventilatore al soffitto. Le imposte erano chiuse, le tende tirate. La sedia a dondolo se ne stava ferma accanto al lettino, coperto con un lenzuolino bianco. Alla base della culla si vedevano i segni della vernice nera delle scarpe di Jack.
Vuotai le borse della spesa, una dopo l'altra: misi a posto ogni articolo nei cestini sulla mensola bianca; ero convinta che finch avessi tenuto in ordine la cameretta di Mia, sarei riuscita ad arginare anche il caos che avevo dentro. Tirai fuori i vestiti e presi le forbici per tagliare le targhette.
Sentii nella mano il metallo freddo. Prima ancora che potessi tagliare una sola etichetta, entr Jack: teneva in braccio Mia. La bimba era silenziosa e si guardava intorno spaesata. Poi fiss lo sguardo sul ventilatore al soffitto. Jack mi pos il corpicino di Mia contro il petto, e la baci sulla fronte.
Devo andare, sono gi in ritardo.
Avevo bisogno che rimanesse a casa, ma non sapevo come chiederglielo. In realt non sapevo neppure cosa volessi esattamente da lui. Dovevo ammettere la mia sconfitta. Non mi preoccupava pi riconoscere il mio fallimento come madre. Ero gi oltre: dentro di me, sentivo di non aver pi niente da offrire.
Jack accarezz delicatamente la guancia di Mia con il dorso dell'indice. Lei apr le labbra e il ciuccio salt fuori dalla bocca come se fosse stato spinto da una pressione interna. Le sue labbra cercarono conforto ma non lo trovarono, e subito s'indispett.
La porta d'ingresso si richiuse sbattendo. Jack se n'era andato, e con lui la quiete.
Tenni Mia a qualche centimetro di distanza dal mio corpo, come se la distanza tra noi potesse calmarla, farle passare la feroce delusione per la mia presenza. Lei scoppi a piangere, sempre pi forte. Quando mi voltai per adagiarla sul fasciatoio, i miei occhi adocchiarono lo scintillio di un oggetto argentato. La luce e le pale rotanti del ventilatore creavano ombre spettrali che mi esortavano ad afferrare le forbici. Il piccolo corpo di Mia pareva vibrare, il visetto cremisi si rifiutava di far entrare aria nei polmoni.
Mi costrinsi a non guardare le forbici, ma sembravano pulsare di vita propria. Strizzai gli occhi: le vidi sollevarsi in aria verso di me, prima solo di qualche millimetro, e poi ancora pi in alto, volgendo le punte affilate verso la testa di Mia, decise a liberare il demone luminoso imprigionato l sotto.
Adagiai delicatamente Mia nel lettino. Mentre mi staccai da lei, pregai che riuscisse a sopravvivere. A me.
In quel momento mi resi conto che ero capace di tutto: avrei potuto mettere a tacere il suo pianto. Fu allora che capii che la sua vita era in pericolo. Urlai, e per la prima volta le mie urla superarono le sue.
Quel giorno Jack aveva parlato di qualche ora, ma in realt lavor per dodici ore di fila. E io feci l'unica cosa che sapevo fare: attivai il pilota automatico e andai avanti. La sera, con la fronte premuta contro la finestra in attesa del suo ritorno, cercai di ricordare da quanto tempo ormai mi evitasse. Jack stava diventando sempre pi distaccato, persino gelido, a stento mi parlava. Lavorare fino a tardi non era pi un'eccezione, ma una regola, e la sua distanza aggiungeva altre insicurezze alla mia mente gi satura. Non rispondeva mai al cellulare, e a stento mi richiamava quando vedeva le mie telefonate. Quando entravo nel suo studio chiudeva frettolosamente dei fascicoli, quando squillava il telefono se lo infilava subito in tasca e da un po' di tempo evitava qualsiasi contatto fisico. Quando era stata l'ultima volta che mi aveva abbracciata o baciata, e da quanto tempo era diventato cos riservato?
Osservai Jack scendere da una limousine sfavillante. Quando super la porta d'ingresso, mi lanci uno sguardo di muto disprezzo.
Scusa, ho fatto tardi, mormor, ma in realt intendeva dire: Se tu avessi raccolto i panni asciutti, sarei arrivato in tempo. E con tutto il tempo che hai avuto a disposizione, perch la cena non  ancora pronta? E la casa, come mai  tutta disordinata?
Ci ho messo una vita a trovare un taxi, aggiunse.
La sua ventiquattrore era aperta, il BlackBerry gi in mano.
Un taxi?. Ma non lo avevo appena visto uscire da una limousine?
Ci fissammo per un momento; poi abbassai lo sguardo. Sapevo che ero cambiata fisicamente: lo vedevo negli occhi di Jack ogni volta che mi guardava. Ero dimagrita tanto, pesavo pi o meno come una ragazzina. Era come se i miei lineamenti si fossero corrosi, e negli ultimi due mesi ero invecchiata di dieci anni. Prima della nascita di Mia, andavo a tagliarmi i capelli regolarmente. Andavo in palestra a fare yoga, pilates e tutto il resto. Ora non avevo pi l'energia per fare nulla.
Avevi detto che saresti stato via solo qualche ora.
Eh, stai scherzando?, ringhi Jack. Mi dici cosa vuoi da me? Fammi capire, non ti va bene che io vada a lavorare per portare i soldi a casa?.
Riflettei un attimo prima di rispondergli. Come potevo spiegargli che mi sentivo la testa fragile e ingombra di pensieri? Per una frazione di secondo, mi sembr un ragazzino che si aspettava la predica di un genitore e vidi la sua paura. Temeva che aggiungessi qualcos'altro, che gli facessi altre domande. Nessuno di noi due per aveva le energie per discuterne. Anche se c'era un'altra donna, non avevo neppure la forza di pensarci. Cos'altro poteva essere? Volevo chiedergli perch mi aveva mentito, sostenendo di aver preso un taxi quando invece era sceso da una limousine. Volevo domandargli se avesse una relazione, ma non ero sicura che mi interessasse davvero. La sua distanza era una sciocchezza rispetto a quella cosa che viveva dentro di me.
Ehi, tesoro, bentornato! Indovina un po'? C' un demone intrappolato nella testa di nostra figlia e ogni minuto diventa sempre pi difficile resistere alla tentazione di infilarle un oggetto affilato nella fontanella.
Ha pianto tutto il giorno, Jack. Non so pi cosa fare.
 colpa del demone.
L'hai portata fuori?.
Non esci da giorni.
Non fa altro che piangere. Perch dovrei portarla fuori?.
 il demone che la sta facendo piangere. Se riesco a prendere il demone, tutto si sistemer.
Bene, allora cosa hai fatto?.
Non risposi.
Aiutami, Jack, aiutami. Ho paura di farle del male.
Non piange tutto il tempo, Estelle. Ora non sta piangendo, vero? Piange qualche volta, lo fanno tutti i bambini.  il loro modo di comunicare. Si lasci cadere sul divano e apr la ventiquattrore. Ho del lavoro da fare. Parliamo dopo, d'accordo?. Affond distrattamente le bacchette negli avanzi del cibo cinese mentre si concentrava sul suo BlackBerry.
Va bene, mormorai, pi a me stessa che a Jack. Guardai fuori dalla finestra: il mio riflesso nient'altro che una sagoma distorta in un mare di oscurit.
In genere l'umore di Jack migliorava quando gli veniva sonno. Pi tardi, a letto, mi sorprese a fissare il soffitto. Con un tono di voce all'improvviso dolce e gentile, mi chiese a cosa stessi pensando.
A cose brutte e terribili, risposi mantenendo per un tono leggero e allegro. Demoni. Sangue. Omicidi. Roba di questo genere.
Lui spazz via le mie parole con un sorriso incerto. Be' finch non  niente di serio Senti, puoi sempre prendere una babysitter un paio di volte alla settimana. Io ti aiuter quanto pi possibile.
Cio, in che modo mi aiuterai? La terrai un attimo in braccio mentre vado a preparare un biberon? Certo, risposi. Le nostre conversazioni si erano trasformate in una realt alterata in cui entrambi ci ostinavamo a credere: non c'era niente che lui potesse fare per me.
Be', allora non ci pensiamo troppo.
S, meglio di no, conclusi e sentii il gelo avvolgermi il cuore.
Mi dispiace per prima. Com' andata la giornata?, chiese Jack. Si gir dall'altra parte buttandosi addosso la coperta.
Come al solito.
Vediamo un po'. Negli ultimi cinque mesi non ho dormito per pi di un'ora di seguito. Uso le salviettine bagnate perch non sempre riesco a farmi una doccia. Il pensiero che domani sar come oggi mi fa venir voglia di gettarmi da un ponte. In ogni istante mi sembra di toccare il fondo, e immagino l'oscurit di un pozzo. Acque putride che arrivano fino alle caviglie, cadaveri di rospi che galleggiano sulla superficie dell'acqua melmosa, ragnatele piene di bozzoli di insetti e scarafaggi essiccati. E questo ancora prima di accendere un fiammifero e guardare da vicino.
Il respiro di Jack divent lento e regolare. Non ebbi bisogno di guardarlo per sapere che stava gi dormendo.
Ma non importava, perch anche se fosse stato sveglio, non sarebbe riuscito a sopportare neppure la met di quello che io avevo dentro.
Capitolo 8
La sera seguente Jack mi telefon per dirmi che avrebbe fatto tardi, ancora una volta. Allora parcheggiai davanti al palazzo del suo ufficio e sorvegliai il bancone della reception dietro le porte a vetri. Jack mi stava nascondendo qualcosa? Un pensiero si era fatto strada, all'inizio lentamente, e io mi rifiutavo di ascoltarlo. Ma negli ultimi tempi quella vocina si era fatta pi forte. Volevo vedere con i miei occhi, e dopotutto non lo avevo voluto io? Mi ero dimostrata incapace come madre e altrettanto incapace come moglie. E non potevo biasimarlo: guardandomi nello specchietto retrovisore non potevo affatto biasimarlo. Persino io non riconoscevo la donna che mi guardava, pallida e smunta.
Rimasi in macchina a osservare le luci del semaforo e le altre auto, e aspettai finch l'addetto alla sicurezza non fece il suo giro. Presi l'ascensore fino al quinto piano e notai che in tutti gli uffici le luci erano spente, tranne che in quello di Jack.
Non riuscivo a decifrare le voci distorte che giungevano dalla porta, e allora immaginai le mani che si muovevano frenetiche, le lingue che strisciavano come serpenti, i vestiti appoggiati sulle sedie o abbassati fino alle caviglie, gli odori penetranti nella stanza. Mentre ascoltavo le voci e le risate, mi guardai nel pannello di vetro alla porta, e rimasi scioccata dalla donna che ero diventata. In realt non ero nemmeno pi una donna, ma una megera con i vestiti larghi, i capelli sfibrati e una risata fragorosa, gelida e trionfante. I poteri di quella strega erano infiniti, e io ero semplicemente impotente.
Cominciai a tempestare la porta di pugni e, qualche secondo dopo, Jack la apr di botto e mi guard: all'inizio sorpreso, poi con rabbia. Mi voltai senza dire nulla e scappai via. Raggiunsi la macchina, tremante, incapace di pensare, ma riuscii lo stesso a guidare fino a casa. Quando mi fermai nel vialetto d'ingresso, fui sorpresa di avercela fatta.
Aashi, la babysitter, si era addormentata sulla poltrona in camera di Mia. Era una studentessa indiana di medicina, affetta da una carenza di sonno cronica ma molto disponibile e paziente con Mia e i suoi problemi di coliche. Odorava di anice e cardamomo, e il labbro superiore sembrava pi scuro rispetto al resto del viso.
La mia mano non aveva ancora raggiunto la sua spalla, che lei aveva gi aperto gli occhi.
Signora Paradise, Mia non si  svegliata per niente. Le ho dato da mangiare intorno alle dieci e poi si  riaddormentata subito, bisbigli e si scost un manto di capelli neri dal viso; i braccialetti colorati le danzavano sul polso.
Doveva essere davvero stanca, conclusi. Abbiamo passato tutto il giorno al parco, tutta quell'aria fresca. In realt, durante quella piacevole passeggiata Mia non aveva fatto altro che strillare nel passeggino, finch non si era addormentata per lo sfinimento.
Guardai Mia: ora era immobile nel lettino, il viso angelico e sereno. Eppure, prima non aveva fatto altro che dimenare le braccia verso di me, la bocca spalancata come una ferita aperta.
Aashi se ne and e io mi misi a vagare per casa, incapace di placarmi. Di colpo mi ritrovai davanti allo studio di Jack. Non volevo ficcare il naso; l'incursione nel suo ufficio adesso mi sembrava solo un momento di follia, ma Jack mi avrebbe chiesto spiegazioni e io non avevo nulla da offrirgli, se non un mare di irrazionalit. Mi avrebbe fatto domande, mi avrebbe chiesto come mai mi fosse venuto in mente di fare una cosa del genere. Mi serviva una ragione, una prova della sua infedelt, per dimostrargli che non mi potevo pi fidare di lui. Dovevo trovare un'immagine, una lettera, una fotografia, qualsiasi cosa che avrebbe potuto giustificare la mia scenata.
Rimasi sulla soglia a guardarmi intorno tra i vari scaffali e schedari. Non avevo la minima idea di cosa stessi cercando. Da quando era nata Mia, era Jack a occuparsi delle bollette e di tutta l'amministrazione casalinga, e io ero ben contenta che lo facesse. Non avrei potuto prendermi in carico nessun altro compito, specialmente quelli che implicavano scadenze da rispettare. Ma forse Jack si occupava delle nostre finanze soltanto per estendere ancora di pi il controllo su di me, che ero naufragata cos miseramente. Per ironia della sorte, proprio le differenze caratteriali che ci avevano spinto a stare insieme  la determinazione di Jack e la sua attrazione verso il mio modo di essere spensierato e, ai suoi occhi, imprevedibile  erano proprio le cose che adesso ci stavano separando. Quelle, e il mio fallimento assoluto come madre.
Le assi del pavimento scricchiolarono quando entrai nello studio, e fui accolta da un familiare odore di pelle. Come un'osservatrice, me ne stavo l a guardare me stessa, mentre cercavo false pareti tra le file di libri. Osservavo quella donna che si guardava intorno, aspettando che un antico dipinto a olio cadesse dal muro, o una vecchia busta ingiallita finisse sul pavimento, rivelando un messaggio clandestino. La donna apr i cassetti della scrivania. Le scivol la mano, e quasi si spezz le unghie, mentre cercava di aprire un cassetto chiuso a chiave. La guardai allungare le dita sotto la scrivania, spostare gli oggetti, guardare sotto la tastiera, il tappetino per il mouse e nel portapenne. La realt le si present davanti in tutta la sua brutalit: non c'erano cassetti nascosti, nessuno scomparto segreto, ma solo moderni mobili da ufficio. Squill il telefono, e la donna torn all'improvviso alla realt.
Mi allontanai di scatto dalla scrivania. La sedia cadde sul pavimento. Bum. Il telefono era una lagna continua.
Driiin.
Driiiin.
Il rumore molesto fu seguito da un debole gemito, che riecheggi nella casa. Sulla scrivania di Jack c'era il baby monitor con lo schermo luminoso che indicava il volume delle grida di Mia. Sei su dieci. Poi le luci aumentarono fino a raggiungere il volume massimo, e infine il telefono si ammutol, e cos anche il baby monitor. Guardai l'orologio al muro: era ormai mezzanotte.
Il telefono squill di nuovo, squarciando l'aria con la sua urgenza. Asciugai le lacrime che mi scendevano lungo il collo, scivolando dentro il maglione.
Ancora una volta il gemito rilevato dal baby monitor si trasform in un piagnucolio; il piagnucolio in uno strillo e infine in un urlo vero e proprio. Le luci rimasero al massimo, fino a quando un ultimo gemito si affievol in lontananza. Poi cal il silenzio. Uscii dallo studio e andai in camera da letto verso la cabina armadio di Jack, un capolavoro di scaffali a muro fatti di legno d'acero e maniglie di acciaio satinato. Le nostre cabine armadio erano adiacenti, separate da un muro, accessibili da due diverse porte. Lungo una parete c'erano le camicie da ufficio di Jack, sistemate in base al colore, tutte immacolate e stirate; lungo l'altra le scarpe. Alzai lo sguardo verso lo scaffale pi in alto, raggiungibile solo con la scala scorrevole.
Di malavoglia passai davanti allo specchio a figura intera di Jack, quello stesso specchio in cui lui si rimirava tutti i giorni: gli abiti firmati, le cinture e le scarpe. Avevo paura della donna che avrei incontrato. Mi avvicinai e lei mi guard. Cercai di tirare fuori un sorriso seducente, ma i suoi occhi spenti erano vuoti, come quelli di una bambola. Non una di quelle bambole graziose con un bel vestito e i boccoli. No, una bambola di pezza con due bottoni sbilenchi al posto degli occhi. Eppure non riuscivo a distogliere lo sguardo, perch era cos familiare: la mia grottesca gemella, una replica terrificante di me stessa. Da quando quella donna nello specchio era diventata cos potente? Cos potente che le permettevo di rubarmi i miei beni pi preziosi? Il mio contegno, la mia sanit mentale, la mia felicit e persino il mio essere madre. Quella donna riflessa nello specchio era un'estranea, che mi guardava con occhi rabbiosi.
Poi un'esplosione di rumore bianco. Una voce sfugg dalle tenui venature degli scaffali d'acero e, a differenza della mia, diceva cose razionali.
La scatola, diceva. Dov' la scatola?
La scatola, quella che non c'entrava nulla con tutto il resto?
S, proprio quella.
La vecchia scatola consunta che notavo ogni volta che appendevo i vestiti puliti di Jack, e cambiava continuamente di posto, da uno scaffale all'altro?
S, la vecchia scatola di fotografie tutta ingiallita, con i cerchi metallici, rettangolare e piatta, un po' pi grande di una scatola di scarpe.
Dovrei cercarla e aprirla?
S, cercala. E aprila.
Spinsi la scala all'estremit dello scaffale: le palline di metallo scivolarono lungo il binario, ronzando come uno sciame di calabroni. Mi tolsi le scarpe e salii. Eccola. Una semplice scatola di cartone come tante altre. Riuscii a scendere senza farla cadere, la poggiai sul pavimento e mi inginocchiai l accanto.
Era difficile da aprire: bisognava sollevare il coperchio da entrambe le parti contemporaneamente. Nell'angolo in basso a destra riconobbi il logo con il castello: Rosenfeld, Manhattan; un negozio di abiti nuziali da uomo tra i pi forniti di New York, e forse di tutta la nazione. Aprii la carta velina. C'erano foto ingiallite con gli angoli smerlati, che ritraevano persone a me sconosciute. Un ragazzino con un cappotto blu, e accanto una donna appoggiata a lui, che gli cingeva le spalle con il braccio.
Un atto di propriet. Jack mi aveva detto di aver fatto degli investimenti immobiliari quando era studente, ma non sapevo che possedesse una casa. Un atto di propriet relativo a un palazzotto di mattoncini rossi su North Dandry, Brooklyn.
Prima che potessi cercare una spiegazione, mi ritrovai in mano un astuccio nero piuttosto pesante. Attraverso il velluto tastai la sagoma di una pistola. La tirai fuori e la strinsi in mano. Sembrava una pistola vecchio stile, anche se non capivo niente di armi. La puntai in lontananza e spinsi il tamburo, che si spost verso destra. Era vuota.
Sotto l'astuccio nero era nascosto un porto d'armi, una targhetta plastificata con le credenziali di Jack. Non avevo idea che Jack possedesse una pistola, e tanto meno un porto d'armi, ma mi sembrava logico che un avvocato ne avesse una. Nell'angolo c'era una scatolina piena di proiettili. Non era cos strano che un avvocato possedesse un'arma, ma non riuscivo a crederci che fosse stata sempre l, a mia insaputa.
Presi dei proiettili e li strinsi nel palmo della mano. Erano freddi e tintinnavano leggermente quando si sfioravano l'un l'altro. Mi alzai, caricai il tamburo e lo richiusi. Rabbrividii quando sentii il ticchettio di un orologio da polso. La mia attenzione fu attratta dal fruscio della plastica di un pannolino. Una zaffata di talco per bambini mista al tanfo dell'inganno: una combinazione che aveva il potere di ridurmi al silenzio.
Alzai lo sguardo. C'era Jack, in piedi nella cabina armadio: in braccio teneva Mia, che si contorceva, inarcandosi. E poi c'ero io, con la pistola in mano. Feci appena in tempo a nasconderla dietro la schiena e indietreggiai lentamente verso lo scomparto delle camicie. Lui mi guard con occhi vuoti e impassibili. Allungai il piede e feci scivolare la scatola sotto le camicie, il tappeto berbero che le permise di dileguarsi come un fantasma. Ma non avevo motivo di preoccuparmi: Jack era concentrato sulle solite cose.
Non hai sentito che piangeva?. Ogni parola che pronunciava era un blocco di ghiaccio. Ancora una volta, non ero stata abbastanza vigile. Ancora una volta, non ero stata una brava madre.
C'erano parole che Jack non diceva mai, eppure mi sembrava che le avesse pronunciate pi volte: incapace, inefficiente. Una cattiva madre, una cattiva moglie. Non sarei dovuta essere l in quel momento. Non sarei dovuta andare al suo ufficio prima; n introdurmi nella sua cabina armadio, nella sua casa, nella sua vita. Non avrei dovuto essere la madre di sua figlia.
Cos' questo?, domandai, mostrandogli l'atto di propriet. Non fai che parlare di soldi; sostieni che non possiamo permetterci nulla, che dobbiamo risparmiare di pi. Mi hai fatto credere che siamo sul lastrico. Sembra che tutto si riduca sempre ai soldi. Ero sorpresa della forza della mia voce. Era tutto sbagliato: Jack, Mia, il ticchettio dell'orologio, la pistola, le fotografie, l'atto di propriet. Come mai ci arrabattiamo per arrivare a fine mese, quando tu possiedi una casa, Jack? Me lo spieghi? Quanto vale questa propriet? Un milione?
Possiedo? Io non possiedo nulla. Su quella casa grava un'ipoteca. Volevo venderla tra qualche mese, ma ci sono stati problemi con le autorizzazioni. Ho dovuto fare due mutui. Di, adesso non venirmi a dire che ti intendi di immobili. Se rimango indietro anche solo con un pagamento, la banca si prende tutto.
Me lo avresti mai detto?
Ho fatto il passo pi lungo della gamba, va bene?  questo che vuoi sentirti dire? Che non sapevo quello che stavo facendo? Eccoti servita. Sei contenta adesso?.
D'un tratto mi pareva un ragazzino: piccolo, pi pacato, meno sicuro di s; come se si fosse afflosciato.
Jack.
Non sono ricco, Estelle. Per niente. E non ho mai affermato che siamo sul lastrico. Non ho mai usato questa espressione. Ho solo detto che dobbiamo stare attenti con i soldi. E questo, indic il documento che stringevo in mano, non  nient'altro che un atto di propriet relativo a una casetta decrepita su cui grava una grossa ipoteca. Ho voluto rischiare e ho fallito. Sei contenta adesso?.
Lo guardai, accorgendomi all'improvviso che non sapevo quasi niente di lui. Fare investimenti immobiliari era una cosa, ma come gli era venuto in mente di imbarcarsi in un progetto cos costoso e ad alto rischio, che per sua stessa ammissione era fallito miseramente, quando non possedeva neppure una capanno per gli attrezzi?
Ci sto lavorando. Sono arrivate le autorizzazioni, stanno per completare i lavori di ristrutturazione. Non  chiss cosa,  solo un investimento. La fai sembrare un tale tradimento da parte mia. Cosa volevi che facessi? Dirti che ho fatto un mutuo che non posso permettermi? Farti preoccupare ancora di pi? Gi ci stai riuscendo benissimo da sola.
Sono tua moglie, penso che dovrei conoscere la tua situazione finanziaria.
Non avevamo problemi economici finch non hai iniziato con le tue ossessioni: tutte quelle visite dai dottori mentre eri incinta, e tutti quegli esami che volevi assolutamente fare, la sfilza di specialisti che hai consultato, per niente. Hai idea di quanto abbia dovuto pagare per quell'infinit di esami e le visite dei dottori da cui sei andata senza ricetta? Mi sono costati una fortuna.
Riduci sempre tutto a una questione di soldi. Sto cercando aiuto per nostra figlia.
Lei non ha bisogno di aiuto. Non ha bisogno di altri esami, di altri dottori. Ha solo bisogno che tu le faccia da madre. Quindi non prendertela con me. Sei tu quella che.
Quella che ha speso tutti i tuoi soldi per degli esami inutili.
Non ho detto questo, ma sono io che pago quelle visite. Adesso aveva alzato la voce: stava perdendo il controllo. La nostra assicurazione sanitaria copre tutte le visite necessarie. Invece tu hai insistito con gli specialisti. Lo capisco, lo sai che lo capisco. Ma non ti  bastato neppure quello. Persino dopo la nascita di Mia, hai continuato in questa tua.
Sapevo che stava cercando le parole adatte, stava cercando un nome per la mia pazzia. Ma ero davvero pazza? Si poteva essere soltanto un po' fuori di testa? Leggermente svitati? Ero preoccupata per Mia. E lo sono ancora. Ogni minuto che passa.
Da allora non hai fatto altro che ingigantire problemi inesistenti, non hai fatto che creare mostri.
Sogghigno. Bella analogia.
Creare mostri? E non avremmo dovuto far niente per nostra figlia? Sapevo gi cosa mi avrebbe detto. Ma che diavolo
Hai iniziato a portare di dottore in dottore una bambina perfettamente sana. E questo non  normale.
Normale? Che razza di madre sarei, Jack, se non provassi ad aiutare la mia bambina? Dimmi, che razza di madre sarei?
C' qualcosa che non va. Piange troppo. Non lo capisci?. La mia accusa scaten altro risentimento da parte sua. Come sempre, il pianto eccessivo di Mia era solo un prodotto della mia immaginazione.
Non c' niente che non va in lei, niente. Il fatto che tu non riesca a gestire una bambina non significa che lei abbia qualche problema. Hai portato Mia di dottore in dottore, e tutti ti hanno confermato la stessa cosa: si tratta di coliche, e passeranno. Non puoi continuare a insistere con questi esami insensati. Ti ho assecondata per tanto tempo, ma ora voglio che tu metta fine a questa pazzia.
Jack mi guard a lungo; poi fece un passo indietro. La sua voce era calma, ma aveva il collo coperto di chiazze.
Non so cosa fare, ma non posso permetterti di andare avanti cos.
La mente di Jack non era pronta ad accettare un'emozione cos sgradita: non sapere cosa fare. Aveva cercato di rimettere insieme i cocci, ma ora si rendeva conto che per me non c'era pi speranza. Quando sei un po' a pezzi, Jack ti rimette a posto. Ma io ero andata completamente in frantumi, ed erano cos tanti che era impossibile contarli. Non si trattava pi neppure di pezzi singoli, ma di un ammasso. Una distesa di sabbia. Una quantit indefinita.
La sua decisione di sposarmi, perch ero rimasta incinta, si stava ritorcendo contro di lui. Non solo non tenevo fede ai miei impegni, ma impedivo anche a lui di onorare i suoi. C'era del lavoro da fare, un sacco di lavoro. Un carico infinito di lavoro: fascicoli di casi, i testimoni, gli interrogatori da preparare. E anche se Jack era esausto, sapevo che le pressioni del suo lavoro gli parevano piacevoli in confronto a ci che lo aspettava a casa ogni sera. Gettai indietro la testa e scoppiai a ridere in maniera esagerata.
Questo matrimonio  stato un errore fin dall'inizio. Di, Jack, ammettilo: questa  la tua via di fuga.
Jack si avvicin come se volesse afferrarmi il braccio. Ma ascoltati sei irrazionale. Mi segui al lavoro, vieni al mio ufficio, mi metti in imbarazzo. Questo non  un comportamento razionale. Non so cosa ti stia succedendo, ma hai bisogno di aiuto.
Io rimasi a guardarlo in silenzio, mentre scuoteva la testa.
Poi la sua voce divenne di ghiaccio. Ti trovo qui, nella mia cabina armadio, mentre Mia piange disperata. Ti sembra un comportamento razionale?.
Mia si mosse, le manine che cercavano di afferrare qualcosa di invisibile: le sfuggivano piccoli gemiti dalle labbra. Gli occhi di Jack guizzarono da una parte all'altra. Quando finalmente parl, la sua voce si era ridotta a un bisbiglio.
Sei irrazionale e non posso pi affidarti mia figlia. Tutto questo finir stasera. Continu a passarsi Mia da un braccio all'altro, mentre lei si agitava sempre di pi: stava per scoppiare a piangere e in quel momento, solo un biberon avrebbe potuto calmarla. Estelle, cos non si pu pi andare avanti. Perch non cerchi semplicemente di.
Semplicemente cosa? Di essere normale?  questo che vuoi da me? Che sia normale?.
Lui rimase immobile, senza dire una parola. Tutto ci che voleva era una donna normale. E io ero tutto, fuorch quello. Peccato. Ti  andata male, Jack.
Hai bisogno di aiuto, mormor. Domani mi prendo un giorno di permesso e andremo da qualcuno. Hai bisogno di un aiuto professionale.
Rimasi l e aspettai che uscisse dalla cabina armadio, facendo attenzione a non voltare la schiena. Andai in cucina e, mentre il biberon si scaldava nel microonde, infilai la pistola in fondo al cassetto delle cianfrusaglie. Diedi da mangiare a Mia, la adagiai nel lettino e andai nello studio: Jack era concentrato a esaminare il fascicolo di un caso. Se ne stava l tranquillo, come se non fosse successo nulla. Quando mi vide, cambi atteggiamento. Ora sembrava agitato.
Mi sedetti su una sedia davanti alla scrivania e incrociai le gambe. Riuscii a sorridergli e sperai che la mia faccia non sembrasse troppo tesa. Volevo tranquillizzarlo, sembrare pi razionale possibile.
C' una cosa di cui dobbiamo parlare, esord Jack.
Io feci un respiro profondo, poi espirai.  arrivato il momento di dirmi della tua ragazza, quella che prima era con te, nel tuo ufficio?
Non c' nessuna ragazza. Io Io volevo dirtelo al momento giusto, ma diamine, ultimamente non si riesce mai a trovare un momento giusto. Fece una pausa. La donna che hai visto prima nel mio ufficio era Victoria Littlefield.
Il nome mi suonava familiare, ma non riuscivo a ricordarmi chi fosse.  dell'ufficio del procuratore distrettuale. Stavamo parlando di un'offerta di lavoro. Si alz, si avvicin e abbass la voce fino a un bisbiglio. Finch non ti sei presentata nel mio ufficio come un'isterica. Non posso nemmeno biasimarla se alla fine non mi ha offerto il lavoro, dopo aver scoperto che mia moglie  pazza.  il lavoro che ho sempre sognato. Tra dieci anni potrei diventare procuratore distrettuale. Ma adesso non ha pi importanza, vero?.
I suoi occhi comunicavano ci che Jack non esprimeva a parole: la mia scenata era stata il colpo di grazia al nostro matrimonio gi fragile. E aveva fatto crollare anche la sua carriera. Jack non aveva un'amante, no: le relazioni sono sempre troppo incasinate e imprevedibili. No, Jack voleva diventare procuratore distrettuale, e io gli avevo distrutto un altro dei suoi sogni: niente famiglia felice, niente carriera.
Non hai idea di quello che ho passato, mormor. A volte rimango in giro in macchina per un'ora solo per perdere tempo e ritardare il mio arrivo. Quell'ora in macchina, da solo,  la cosa pi vicina alla normalit che provo da mesi.
Trattenni le lacrime. Era un uomo in gabbia. Intrappolato da una donna che non era alla sua altezza.
So che tu fai molto di pi di me, hai maggiori responsabilit nella gestione di Mia, ma io mi sveglio nel cuore della notte per la poppata e il giorno dopo mi reco lo stesso al lavoro. E non vado certo a riscaldare la sedia. Non posso tornare a casa ogni volta che chiami.  da quando ho iniziato a lavorare che spero di ottenere questa promozione e tu. Si interruppe, esausto. Stasera la finiamo con questa storia. Domani andremo da un dottore.
Quando arrivai alla clinica, ero in ritardo. Jack mi stava aspettando davanti alla porta, impeccabile nel suo abito grigio scuro Hugo Boss: il suo preferito; semplice ed elegante. Lo indossava come al solito con una camicia bianca e la cravatta grigia.
Quando mi vide, sembrava stanco. E stizzito. Me ne accorsi da come si accigli mentre mi avvicinavo. Aveva aggrottato la fronte: era piena di rughe che non avevo mai notato.
Scusa, ho fatto tardi. Sollevai il viso e le sue labbra mi sfiorarono la guancia. Mi sentivo in colpa. Dopotutto, il suo tempo era prezioso.
Jack mantenne un atteggiamento pragmatico durante tutta la visita. Il suo abito immacolato, la sua camicia inamidata: tutti segni che aveva successo nella vita. Raccont al dottore che ero ossessionata da dettagli irrilevanti, che non volevo accettare la diagnosi delle coliche e che lui era riuscito a tenere tutto in piedi da solo.
Mi lanci uno sguardo mentre parlava: probabilmente si stava chiedendo come fossimo arrivati a quel punto, considerato che lui non aveva fatto altro che provvedere alla famiglia e sostenermi. Era un marito perfetto e un padre modello, eppure eccolo qua, spossato e stravolto.
Alla fine della visita mi resi conto che il dottore non era uno psichiatra o un analista, ma solo un medico di famiglia. Perch gli specialisti costano, e anche il dottor Wells poteva prescrivermi un antidepressivo.
Il dottor Wells mi lanci un'occhiata, tir fuori il blocchetto delle ricette e scribacchi qualcosa. Se la situazione non migliora, rivedremo il dosaggio. Poi mi raccomand di tornare dopo un mese a riferirgli i miei progressi. Appena la bambina comincer a dormire di notte, le cose cambieranno. Alcune madri hanno semplicemente bisogno di abituarsi ai nuovi ritmi. Si conceda del tempo.
Povero illuso, secondo te  solo questione di tempo e di riposo notturno?
Giusto, osservai. Sorrisi e strinsi la borsetta. Era pesante. Dentro c'era la pistola di Jack, che fremeva di gioia.
Mentre tornavamo a casa, Jack pareva pi tranquillo. Nel suo mondo, per risolvere un problema bastava inventarsi un rimedio, e senza dubbio la boccetta di pillole che avevo in borsa avrebbe sistemato le cose. Per far tornare la sua vita alla normalit bastavano una boccetta arancione e tre nuove prescrizioni.
Dimmi che starai bene. La sua voce era dolce, quasi fragile.
Sembrava premuroso, ma conoscevo Jack: non si preoccupava mai troppo a lungo. Era una persona pragmatica, e quella situazione per lui era inconcepibile.
Per favore, prendi i farmaci, e poi non devi far altro che andare avanti.
Avanti?. Ecco, questa frase era pi da lui. Non devi far altro che andare avanti.
Intendo con la tua vita, vai avanti con la tua vita. Porta fuori la bambina, incontra le altre mamme al parco. Non so, fai quello che fanno di solito le mamme.
Ero davvero stufa di farmi vendere la sua logica come fosse un ciarlatano che offre olio di serpente spacciandolo per una miracolosa cura per l'ulcera. Era ridicolo. Certo, cosa ci vuole? Basta socializzare con le altre mamme. Una pillola al giorno leva il medico di torno.
Se ci pensi bene, non  complicato. Mi cinse la spalla con il braccio, tirandomi verso di lui. Tu tendi ad analizzare troppo le cose, ecco qual  il tuo problema. Nessuno ti chiede di essere perfetta. Alla fine devi solo cambiare qualche pannolino e scaldare un biberon.
Il suo abbraccio era finto, per niente spontaneo. Guardai dal finestrino, fissando lo sguardo su un albero alto quasi quanto l'edificio retrostante. Mi chiesi se la profondit delle radici di un albero corrispondesse davvero alla sua altezza. Sembrava quasi impossibile: era una parte segreta della citt, invisibile ai suoi abitanti. Quando ti accorgevi della sua esistenza, ti faceva davvero paura.
Le pillole mi provocavano strani sogni. Riuscivo a malapena a dormire ed ero cos stanca che cominciai a fingere di stare bene. Quando annunciai a Jack che volevo smettere la cura, lui si accigli.
Ma le pillole mi fanno cadere i capelli, mi lamentai. Lui mi guard l'attaccatura dei capelli. Ne sei proprio sicura?, sembravano dire i suoi occhi, come se stessi cercando di fare entrare un oggetto tondo in un buco quadrato.
Non  tra gli effetti collaterali riportati qui, replic Jack e rigir il foglietto illustrativo. Bocca secca, eruzioni cutanee, vomito e respiro corto. La perdita di capelli non viene menzionata. Forse dovresti prendere delle vitamine.
E che mi dici del torpore alle braccia e alle gambe?
Vai in palestra, una che abbia il baby parking. Forse non ti muovi abbastanza.
E del fatto che fingo di stare bene, cosa mi dici?, volevo chiedergli. E del fatto che ti sto mentendo?  un effetto collaterale, questo?
Ma, in fondo, non mi importava pi di nulla, neppure che fossi cos disinteressata. Il mio corpo era in preda alla nausea e alle vertigini causate dalle pillole. Io e Mia cercavamo di cavarcela. C'erano giorni in cui mi sentivo meglio, seguiti da giorni pi difficili. Tutto sembrava attutito e le difficolt meno insormontabili. Mia cresceva e prendeva peso, ma non smetteva di piangere.
Jack sembrava di buon umore, e io continuavo la cura. Circa un mese pi tardi, Jack rincas in anticipo dal lavoro. Era allegro e mi porse un scatola di cibo cinese da asporto.
Il tuo preferito, disse. Penso che tu stia molto meglio, aggiunse. Non credi?, chiese, ma senza aspettare la mia risposta. Cominci a parlare di soldi, del fido, del fatto che i pagamenti del mutuo per la casa di Brooklyn si sarebbero protratti ancora a lungo. E considerate le condizioni del mercato, nessuno poteva sapere quanto tempo ci sarebbe voluto per trovare un acquirente. Lui non poteva convivere con quella mole di debiti e la minaccia di un pignoramento, aspettando di ottenere un lavoro da procuratore. E allora aveva escogitato un piano.
Un piano, ripetei. Che piano?
Non c'erano alternative. Ho dovuto prendere una decisione. Le sue parole mi scivolavano addosso, a malapena mi sfioravano. Faremo cos, annunci. L'economia  in crisi, i soci dei grandi studi legali non ricevono pi stipendi enormi, ma si possono fare soldi nell'intermediazione internazionale e nel mercato azionario e obbligazionario. C' una compagnia a Chicago.
Ci trasferiamo?, chiesi.
Pi o meno. La casa di Brooklyn rientra nel mio piano. Non posso metterci degli affittuari perch non sopporterebbero il rumore dei lavori. Con i soldi che guadagno a Chicago potremo pagare il mutuo, finire i lavori di ristrutturazione e in un anno al massimo potremo o venderla o affittarla.
C'era cos tanta energia nella sua voce. Era bravissimo a fare piani. Il processo logico e coordinato di individuazione delle soluzioni. Una volta avevo fatto parte anch'io dei suoi piani, prima che cambiassi. Ora il suo problema era solo liberarsi dai debiti: ogni altra cosa si sarebbe sistemata da sola. Io avevo le mie pillole e sarei riuscita ad andare avanti. Mi guard con gli occhi radiosi come se avesse appena risolto tutti i nostri problemi. Era brillante, lo sapevo, amavo questo di lui, ma era anche un uomo scaltro. Era programmato per ottenere ci che voleva, e qualsiasi cosa volesse, l'avrebbe ottenuta.
Ho accettato un lavoro alla Walter Ashcroft di Chicago, un'agenzia di reclutamento per avvocati, mi rivel. Mi trasferisco a Chicago. E ho organizzato tutto affinch tu possa andare nella casa di Brooklyn.
Jack non era una brutta persona. Non lo vedevo con gli occhi di un'innamorata, ma non ero neppure ipercritica. Un tempo entrambi ci trattavamo con gentilezza, avevamo buone intenzioni. La nostra era una speranza, nient'altro che una speranza, ma eravamo fiduciosi. Avevamo avuto momenti di tenerezza: quando aprivamo i sacchetti della spesa, facevamo l'albero di Natale, passavamo una domenica pomeriggio al parco distesi su un telo. Ora invece mi stava mandando a vivere a Brooklyn, in un palazzotto di mattoncini rossi che, a suo dire, era gi abitabile nonostante i lavori in corso. Avevo bisogno di averlo accanto, ma non sapevo come chiederglielo.
Due mesi dopo io ero in macchina diretta a North Dandry, e Jack all'aeroporto, ad aspettare il suo volo per Chicago.
Non  la soluzione ideale, ma al momento non ci sono alternative, concluse quando lo chiamai dalla macchina, mentre ero in viaggio verso Brooklyn. Il capocantiere abita nell'appartamento di sopra: sta supervisionando i lavori negli altri due appartamenti. Si chiama Lieberman. Se hai bisogno di qualcosa e io non sono disponibile, rivolgiti a lui. Non dovrai alzare un dito. Gli addetti al trasloco scaricheranno e spacchetteranno tutto. Sar il trasloco pi facile della tua vita.
Non ho bisogno che qualcuno mi controlli, Jack.
Sto solo dicendo che, se hai bisogno di qualcosa, puoi rivolgerti a lui. Io sar via per tre settimane, al massimo quattro, dopodich torner a casa per il weekend. Te l'ho spiegato la settimana scorsa, ricordi?.
Stava cercando di dirmi che soffrivo di demenza senile?
Torner a casa il pi possibile, te lo prometto, a seconda del carico di lavoro.
Sentii un brusio e lui che si passava il cellulare da un orecchio all'altro; poi il suono di un metal detector e una voce che sollecitava qualcuno a farsi da parte. Mi immaginai Jack, con le braccia alzate, il metal detector che seguiva i contorni del suo corpo.
Sono all'imbarco. Prendi le medicine, ok?
Certo.
Sapevo che Jack contava le pillole, e aveva smesso di farlo solo dopo che io avevo telefonato in farmacia per ordinarne altre. La verit era che non ricordavo pi come ci si sentisse a essere normali. Mi dicevo che prima o poi sarei stata meglio. Potevano volerci settimane o mesi, mi aveva spiegato il dottore, e comunque non vedevo nessuna alternativa. E cos tranquillizzai tutti e mi convinsi che da un giorno all'altro le cose sarebbero migliorate.
Sterzai bruscamente a destra e andai a sbattere contro il marciapiede, ma qualche secondo dopo avevo di nuovo ripreso il controllo della macchina.
Allora, ciao. Ti chiamo presto, ok?.
Non risposi. Chiusi la chiamata e gettai il telefono sul sedile del passeggero. Avevo sempre guidato bene, con prudenza e attenzione, e adesso non mi riconoscevo pi. Mi stavo comportando come una pazza. Non mi sarei stupita se guardando nello specchietto retrovisore avessi scoperto di avere in testa un cappello da buffone.
Avvistai il cartello NORTH DANDRY, e dopo un po' accostai. Spensi il motore e guardai il palazzo di mattoncini rossi. Sul sedile posteriore, il corpicino contorto di Mia pendeva da un lato del seggiolino, la testa girata in modo innaturale: si era addormentata. E io avevo dimenticato di allacciarle la cintura di sicurezza.
NOVIT SUL CASO DI MIA CONNOR: LA MADRE DELLA BAMBINA RAPITA  STATA TROVATA NEL NORD DELLO STATO UNA SETTIMANA DOPO LA SCOMPARSA
Brooklyn, NY  La polizia ha rivelato nuovi dettagli riguardo al rapimento della bambina di 7 mesi, Mia Connor. Secondo una fonte anonima, la madre, Estelle Paradise,  stata trovata in un burrone nelle vicinanze di Dover, NY, a circa tre ore da New York.  stata rinvenuta qualche giorno dopo l'effettiva scomparsa della bambina. Estelle Paradise ha riportato gravi ferite alla testa e al torso, segni di ipotermia e altre gravi lesioni dovute all'incidente.
La scoperta  stata fatta da un signore che stava portando a spasso i cani. All'improvviso sono corsi via, ha raccontato riferendosi ai suoi due Labrador color cioccolato come indemoniati. Era impossibile trattenerli. Di solito se fischio tornano indietro, e invece sono scesi nel burrone. Pensavo di averli persi per sempre; poi ho sentito abbaiare.
Il burrone, chiamato dalla gente del posto la Fossa dell'Eco, sprofonda per venticinque metri fino all'alveo del fiume sottostante. Le autorit hanno riferito che ci sono volute sei ore per rimuovere la donna ferita dal sito a causa del terreno ripido. La squadra dei vigili del fuoco di Dover ha contribuito al salvataggio.
La donna  stata prima portata all'ospedale di Dover e poi trasferita in un ospedale a New York. Ha trascorso l'ultima settimana al County General Hospital e le sue condizioni sono stabili. Nessuna fonte ufficiale ha specificato che tipo di lesioni abbia riportato.
Non sono state diffuse altre notizie sul rapimento di Mia Connor.
Capitolo 9
Ispettori, il dottor Baker fa un cenno di saluto mentre esce. Mi raccomando, trenta minuti al massimo. Se al mio rientro trovo i parametri stravolti, mi sentirete.
Gli investigatori aspettano che il dottor Baker sia uscito dalla stanza.
Riconosco solo uno di loro. Mi hanno interrogata ieri e pensavo che si sarebbero messi a cercare Mia. Io non ho altro da aggiungere, ma gli ispettori mi guardano come fossi un insetto al microscopio. Non riesco a decifrare l'espressione sui loro volti.
Sono l'ispettore Wilczek. Faccio parte dell'Unit vittime speciali e sar io a condurre le indagini. Ha gi conosciuto l'ispettore Daniel, vero?. Wilczek ha un quarantina d'anni, capelli a spazzola, il fisico asciutto e atletico. Ha le unghie tutte mangiucchiate. Indica l'uomo pienotto di mezza et. Le siamo grati per aver accettato di parlarci, signora Paradise, continua, estraendo un taccuino.
Il dottor Baker mi ha tolto l'erogatore di morfina e devo cercare di ignorare il dolore dietro l'occhio sinistro.
Vorrei ripercorrere ancora una volta tutta la vicenda, se non le dispiace. Probabilmente si sar stancata di ripetere sempre le stesse cose, ma preferisco sentirle direttamente da lei.
Nel mio organismo permane qualche residuo di morfina e vorrei tanto che nel mio corpo si diffondesse ancora quel calore, quella sensazione di leggerezza: mi bastava premere un pulsante per averla. Era tutto surreale prima, mentre adesso mi sento pesante. Persino il cuore  cos pesante. Se avessero trovato mia figlia avrebbero esordito dicendomi che sta bene, e quindi resisto all'impulso di chiederglielo.
Allora racconto tutto: la mia vita durante quel primo mese dopo il mio trasferimento a Brooklyn, il lavoro di Jack a Chicago, i giorni precedenti alla scomparsa di Mia, la mattina in cui ho trovato il lettino vuoto. Mentre prende appunti, Wilczek non mi interrompe mai. Quando non scrive, si rigira al dito la fede sottile che porta alla mano destra.
Mi dica delle serrature di sicurezza. Perch le ha fatte installare?
Solo per stare pi tranquilla.
Si sentiva in pericolo per qualche motivo? Qualcuno l'aveva minacciata?
No, niente del genere. In pratica vivevo l da sola per la maggior parte del tempo. Era solo per precauzione.
Non  successo niente di insolito nei giorni precedenti alla scomparsa di sua figlia?
Non che io ricordi. Vorrei dirgli che ho gi risposto a tutte queste domande, ma poi mi viene in mente che appartengono a due dipartimenti diversi, e cos decido di collaborare.
Chi aveva accesso all'appartamento?.
Rifletto un attimo. Jack. Gli addetti al trasloco. L'uomo che ha installato le serrature di sicurezza. All'improvviso sento il battito accelerare. Il tipo che ha installato le serrature era strano, mi guardava tutto il tempo. Mi sforzo di ricordarmi qualcos'altro, anche se in realt non mi hanno ancora chiesto di lui.
Abbiamo setacciato tutto l'appartamento in cerca di impronte. Quelle sulla porta appartengono al signore che ha installato le serrature. Abbiamo controllato il suo alibi e lo abbiamo escluso dalla lista dei sospettati. Si occupa dei genitori anziani. Poi ci sono alcune impronte di suo marito, soprattutto sui mobili e, sempre sul mobilio, abbiamo rilevato altre impronte che a quanto pare appartengono agli addetti al trasloco. Wilczek si ricompone, adesso la sua voce  quasi gentile. Ha ricevuto qualche strana telefonata? C'era qualcuno che la spiava? Ha notato qualcosa di insolito? Anche un particolare insignificante potrebbe rivelarsi fondamentale.
Una volta vidi una piega nel mio letto, le lenzuola sgualcite, come se uno spirito si fosse preso la libert di usare la casa in mia assenza. Poi un giorno tornai a casa e lo specchio pareva inclinato. Era solo la mia immaginazione? La mia visione del mondo era deformata? Il mio primo pensiero fu: c' qualcuno qui. Ma controllai, la casa era vuota; e cos lasciai perdere. Poi fu la volta del tavolino da caff. Lo trovai leggermente spostato. C'erano dei segni sul tappeto, come se il fantasma di mia madre, seccato dalla mia mancanza di gusto nella disposizione dei mobili, fosse venuto a sistemare il tavolo. Ricordando lo specchio inclinato, non ci pensai pi. Ormai stavo accettando il disordine e la deformazione della mia casa, e avevo rinunciato completamente a qualsiasi tipo di logica.
Non ho notato niente di strano, risponde.
E poi: Mi ripete perch non ha chiamato il 911?
Avevo il telefono in mano, e stavo digitando il numero, ma poi ho visto che erano spariti i biberon. I vestiti di Mia, tutto. Non capivo cosa fosse successo.
Quindi cosa ha fatto?
L'ho cercata, dappertutto. In macchina, nei vicoli, nel quartiere, dappertutto. Ho chiesto a una donna, una senzatetto che stava l all'angolo, se per caso avesse visto qualcosa. Ho anche rovistato nei cassonetti. Mi rendo conto di ci che ho appena detto, ma ormai  troppo tardi. La parola cassonetti mi rimbomba nella mente. Non so perch, ma per qualche motivo non va bene. Ho cercato mia figlia nei cassonetti. Perch diamine ho detto una cosa del genere?
Sostiene di essere andata a cercarla in strada; ha chiesto aiuto?. La voce di Wilczek rimane assolutamente calma.
Scuoto la testa.
E gli operai stavano ristrutturando l'appartamento?
Era domenica, se n'erano andati tutti.
E il suo vicino? Era l'unico che abitava nel palazzo, giusto? Gli ha chiesto aiuto?
Nel weekend va a trovare sua sorella. Parte il venerd pomeriggio. L'ho chiamato diverse volte, ma non sono riuscita neppure a lasciare un messaggio in segreteria.
Secondo lei, cos' successo a sua figlia?.
Concentrati sulla domanda. Non so.
Ha telefonato a suo marito?
No. Chino la testa e mi chiedo dove sarei adesso se avessi chiamato subito Jack. Jack avrebbe informato la polizia, si sarebbe precipitato a casa e avrebbe saputo cosa fare, perch Jack sa sempre cosa fare. Non avvertirlo  stato solo un altro dei miei errori madornali.
Era appena partito e aveva cominciato da poco a fare un lavoro nuovo. Era gi molto stressato. Sapevo che gli sarebbe stato difficile telefonarci tutti i giorni, e comunque dopo una settimana o due sarebbe venuto a trovarci per il weekend.
Wilczek si sporge in avanti sistemandosi la cravatta. Perch non ha chiesto aiuto a lui?  un avvocato, ha risorse, amicizie che gli altri genitori di bambini rapiti possono solo sognare di avere.
Io.. Ecco Ero confusa. Pensavo a troppe cose.
Suo marito l'ha mai chiamata da quando ha lasciato New York?
S, abbiamo parlato. Non a lungo: solo come stai, come sta la bambina, va tutto bene, come procedono i lavori. Quel tipo di cose.
Ci spieghi perch ha riempito la casa di candeggina.
Ho riempito la casa di candeggina? Ah s,  vero. Ricordo la candeggina. L'acido che mi bruciava gli occhi e il naso, io che cercavo di respirare come se qualcuno mi avesse afferrato i polmoni e li stringesse forte, facendomi ansimare e tossire. Quando tornai a North Dandry, dopo aver lasciato la stazione di polizia, fui colpita da un tanfo, un misto di miscela di caff e aria stantia, dal momento che le finestre non venivano aperte da giorni, forse persino da settimane. E poi vidi la sporcizia che si annidava: lo scarico del lavandino sudicio e l'anello ammuffito intorno al rubinetto. Mi misi a lavoro con secchi, stracci e paglietta d'acciaio. Consumai uno spazzolino e ne presi un altro dal cassetto del bagno. Affondai le setole nella candeggina e sfregai le scanalature tra le piastrelle; buttai dei cubetti di ghiaccio nello scolo del lavandino. Passai di stanza in stanza, togliendo oggetti dagli scaffali, pulii il pavimento, strofinai, sfregai. Mentre cominciavano a bruciarmi le mani e le cuticole si stavano quasi sciogliendo, mi resi conto che per me quella era una vera e propria missione: stavo facendo qualcosa di giusto, finalmente non avevo sbagliato tutto.
Pulii tutta la casa con la candeggina,  vero. L'investigatore Wilczek vuole saperne giustamente la ragione. So che cosa sta insinuando. Io ricordo solo che non volevo lasciare la casa in disordine, ma non so perch. E ricordo che quando finii, avevo assistito a un'alba e a due tramonti.
Guardo dalla finestra come per cercare una risposta all'orizzonte. L'investigatore aspetta che io gli dica qualcosa, ma non ho nessuna spiegazione logica, e preferisco rimanere in silenzio. Stranamente lui rimane impassibile e va avanti come se comunque non si aspettasse una risposta coerente.
Voglio che mi spieghi perch se ne  andata dalla stazione di polizia senza denunciare la scomparsa di sua figlia. Capisco che lei possa aver preso il telefono e poi non abbia telefonato, quando si  accorta che era sparito tutto. Poi per ha deciso che era il caso di parlare con la polizia. Quindi  andata alla stazione di polizia, ma non ha chiesto aiuto. Capisce che tutto questo non ha senso? Non c' nessun intruso in casa, nessun segno di scasso. Abbiamo solo una bambina scomparsa e una madre che non riesce a ricordare nulla.
Il dottor Baker vi ha riferito che soffro di amnesia, vero?
S, lo sappiamo. Wilczek avvicina la sedia, c' tenerezza nei suoi occhi. Ma i bambini non spariscono dagli appartamenti chiusi a chiave. Non scompaiono senza lasciare traccia. Mi sta dicendo che qualcuno ha attraversato le pareti ed  fuggito via portandosi dietro un armadio di vestiti, una decina di biberon e pacchi di pannolini? E tutto questo, mentre lei dormiva?.
Devo ammettere che ha ragione: sembra davvero una soap opera melodrammatica.
Non ha portato Mia dal pediatra, continua Wilczek. Per le vaccinazioni. L'ha portata a tutti gli appuntamenti precedenti, ma non a quello. Perch?
Me ne sono dimenticata. Non sono andata dal medico per le vaccinazioni? Non  possibile, dev'esserci stato un motivo. C' qualcosa che dovrei ricordare, ma non ci riesco.
Dall'asilo nido ci hanno riferito che non  pi tornata a portare il libretto delle vaccinazioni.
Per iscrivere Mia avevo bisogno del libretto completo delle vaccinazioni e poich ho saltato l'appuntamento dal pediatra, non c'era motivo di tornare. E poi non era un vero e proprio nido: solo un baby parking per un paio d'ore, ogni tanto.
Ha preso un altro appuntamento?
Stavo per farlo ma poi lei. Serro le labbra. Ho bisogno di stare da sola, ho bisogno di pensarci.  tutto cos vago, troppo confuso per esprimerlo a parole.
Lei, cosa?
Lei  scomparsa.
Wilczek china la testa ed esamina il taccuino.
Mi dica di quella donna, la senzatetto.
C'era una barbona all'angolo. L'avevo gi vista in precedenza, e ho pensato che se era stata l tutta la notte, forse poteva aver. All'improvviso capisco che se sanno della barbona, senza dubbio l'hanno gi interrogata. Avete parlato con lei? Che cosa vi ha raccontato?.
Lo vedo passare in rassegna gli appunti sul suo taccuino. Non voglio basarmi su ci che mi dicono gli altri, se posso sentire le cose direttamente da lei.
Era confusa. Aveva un cane con s. Non ricordo nient'altro.
E il seggiolino?, chiede Wilczek.
Sento un bip-bip dietro di me, che accelera sempre di pi. Poi mi ricordo: ho lasciato un seggiolino sul marciapiede e ho dato la mia valigia alla barbona. Scuoto la testa, incredula. Ho il cuore in gola. Che cosa stupida e assurda. Perch l'ho fatto?
Non so cosa dirle. Mi sforzo di sembrare calma, ma sento gli occhi riempirsi di lacrime. Il cuore mi batte forte, e involontariamente scuoto la testa. Si tratta di tremori causati dall'ansia, secondo il dottor Baker. L'incidente mi ha fatto dimenticare quello che  successo nei giorni precedenti. Non riesco a ricordare nient'altro.
Quindi c' qualcosa che non mi sta dicendo?
 questo che sto cercando di spiegarle. Non so che cosa non le sto dicendo. Non posso sapere che cosa non ricordo. Voglio essere collaborativa, rendermi utile, e cos piego le labbra in quello che vorrebbe essere un sorriso d'incoraggiamento. Quando me ne accorgo, ormai  troppo tardi: lui deve avermi vista sorridere, perch fa una smorfia.
Tempo scaduto. Il dottor Baker fa capolino nella stanza, mettendo fine all'interrogatorio. Quando la porta si richiude, Wilczek si alza per andar via.
Avete trovato tracce di sangue?. Le parole mi sfuggono prima che possa tenerle a freno. Attenta. Stai pi attenta.
Sangue? Che tipo di sangue?. L'investigatore Wilczek mi guarda impassibile.
Perch, ci sono diversi tipi di sangue? Il sangue  sangue. Ma non dirlo.
Mi stavo solo chiedendo se per caso c'era del sangue.
Siamo in attesa dei risultati della scientifica, replica lui, ma come ho detto, difficile con tutta quella candeggina Mi chiami se le viene in mente qualcos'altro. Torneremo a trovarla molto presto.
Io annuisco e chiudo gli occhi.
Qualche minuto dopo mi alzo. All'inizio vacillando; poi riesco a reggermi in piedi. Pi che sollevare i piedi, li trascino sul pavimento, cos riesco a camminare pi facilmente. Allungo la mano ad afferrare il pomello della porta. Non riesco a resistere all'impulso e sbircio fuori dalla porta chiedendomi che cosa potrebbe succedere se solo mi avviassi lungo il corridoio. Quando sente un po' di movimento, il poliziotto seduto si sporge leggermente in avanti.
Lungo i corridoi, attraverso la porta aperta, riecheggia il pianto di un bambino: punta dritto alla mia corteccia uditiva e la colpisce come una freccia.
Chiudo subito la porta e mi ci appoggio, come se stessi cercando di difendermi dalle onde acustiche. Mi passo le dita tra i capelli e stringo una ciocca, all'inizio delicatamente; poi mi tiro i capelli con violenza. Il mio cranio comincia a pulsare, ma almeno il dolore sovrasta il pianto del bambino. Se potessi tagliarmi l'altro orecchio per non sentire quel pianto, lo farei.
Mia figlia  scomparsa, e sospettano di me.
Mentre me ne sto seduta sul pavimento della mia stanza d'ospedale con un poliziotto onnipresente alla mia porta, un poliziotto del quale scorgo soltanto una gamba distesa; mentre mi tiro i capelli per attutire le urla del bambino in corridoio, mi vedo per quello che non sono. C' una definizione per il mio comportamento: emozioni attutite, blocco emotivo, indice di un trauma, un danno al cervello. Non sono una madre lacrimosa dagli occhi rossi e gonfi, che supplica il rapitore di restituirle sua figlia. Vorrei che il dottor Baker fosse qui adesso per vedere come mi sta facendo impazzire il pianto di questo bambino. Non sono una madre che strilla o supplica: rilascio affermazioni che io stessa trovo sospette, e sorrido anche se non ho motivo di essere felice. Faccio domande, anche se non riesco a ricordarmi le cose. Posso solo immaginare che idea si siano fatti di me gli investigatori.
Ho visto in TV madri sconvolte, che stringono il pupazzetto preferito del loro bambino, giurando che non smetteranno mai di cercarlo. I padri alle loro spalle le abbracciano: le famiglie intorno che li sostengono, si asciugano le lacrime, si sforzano di trattenere il pianto. Ho visto madri finite sulle prime pagine dei giornali, gli occhi di ghiaccio, il valium che per poche ore riesce a ritardare il dolore. L'agonia negli occhi dei genitori  penosa per gli spettatori, e riesce a passare anche attraverso gli schermi televisivi:  sfrenata, incontrollata. Uno spettacolo devastante.
E poi ci sono i mostri. I mostri che mentono sulla scomparsa dei loro figli, supplicano in lacrime rapitori inesistenti; ci sono le madri folli affette dalla sindrome di Mnchausen, che corrono al pronto soccorso tenendo in braccio bambini morti o in fin di vita. E alcuni neonati vengono infilati nei cassonetti dopo essere stati partoriti nei bagni dei supermercati. Con il cordone ombelicale non ancora reciso. Non si tratta di vere e proprie tragedie come dimenticare un bimbo in macchina, ma di un danno intenzionale, deliberato, forse anche premeditato nei confronti di un esserino indifeso. E io, a quale categoria appartengo?
Sento riecheggiare nella mente le parole di Jack. Possiamo ancora rimediare. Ho fatto qualcosa a cui bisognava rimediare? Ricordo il nervosismo con cui l'ho portata in braccio gi per scale ripide, ricordo il richiamo delle forbici e degli oggetti appuntiti: era come se mi attirassero; e ricordo anche come mi rendesse nervosa il filo della lampada accanto al lettino. Spigoli appuntiti e lame smussate, la vista dalla sommit delle scale che mi spingeva verso il basso.
Ho un sospetto. Non lo dir a nessuno, ma lo bisbiglio a me stessa.
Capitolo 10
Il giorno in cui Jack part per Chicago incontrai l'amministratrice del palazzo davanti alla casa di North Dandry. Jack aveva ingaggiato Yolanda Drake per la supervisione dei lavori di ristrutturazione. Non feci neppure in tempo a scendere dalla macchina che Yolanda aveva gi cominciato a parlare.
Ci sono alcune case che sembrano proprio. Si interruppe per cercare la parola giusta. Maledette, concluse e sollev l'indice.
Maledette? Non  un po' esagerato?. Mi accigliai incredula e raddrizzai delicatamente la testa di Mia, cercando di non svegliarla. Non riuscivo ancora a credere di aver dimenticato di allacciarle la cintura di sicurezza.
No, maledette  proprio il termine giusto. L'impresa ha finito i soldi, gli operai se ne sono andati, c' stato un furto di materiali dal cantiere e i permessi non sono arrivati. Pu dirlo forte:  andato tutto male. Non ho mai gestito una propriet con cos tanti problemi. L'impresa  stata obbligata a rispettare gli impegni, ma va supervisionata. Nessuno  molto contento in questo momento, specialmente suo marito. La propriet avrebbe dovuto essere venduta o affittata mesi fa.
Finsi entusiasmo per le confidenze che mi stava facendo, e annuii.
Non c' niente di peggio che un'impresa scontenta e costretta a onorare gli accordi presi, me lo lasci dire. La compagnia assicurativa ha pagato i danni, ma tutti stanno diventando impazienti.  stata un'ottima idea mettere qualcuno sul posto a controllare che vada tutto liscio. David Lieberman  un tipo esperto e sa come mettere in riga gli operai. Lieberman riferisce a me, e io riferisco a suo marito.
All'improvviso si ud un rumore: all'inizio un mormorio, poi uno schianto, che mi fece sobbalzare. Una nuvola di polvere emerse da un enorme contenitore verde di metallo posizionato davanti al civico 517 e collegato a un canale di scarico giallo accesso. Nel giro di qualche secondo fummo investite da una nuvola di polvere.
C' una data indicativa per il completamento dei lavori?. Cos l'aveva chiamata Jack. Una data indicativa, a partire dalla quale i rumori sarebbero finiti e la casa si sarebbe potuta affittare. Mi chiesi come avesse fatto Jack a pensare, anche lontanamente, che potesse essere una buona idea farmi abitare qui.
Navighiamo a vista. Le ditte di costruzioni non sono mai puntuali.
Mio marito mi ha assicurato che si tratter di un paio di mesi.
Yolanda Drake spost la sua mole considerevole da un piede all'altro e inarc le sopracciglia. Tutto  possibile, immagino, osserv e mi porse la chiave.  tutta sua, aggiunse. Si pul la mano sulla gonna e si allontan.
La seguii con lo sguardo finch non scomparve dietro l'angolo. Sentivo il calore della chiave nella mano. Lanciai un'occhiata verso la macchina: Mia stava dormendo serena sul sedile, calmata dal rumore costante proveniente dalla strada.
Accesi il baby monitor. Lasciai uno dei dispositivi sul sedile del passeggero e mi infilai l'altro in borsa. La temperatura era piacevole, circa quindici gradi; il cielo coperto. I vetri oscurati della macchina non permettevano di vedere quasi niente dall'esterno. Mi dissi che non c'era neppure bisogno di chiudere lo sportello anteriore, considerato che ci avrei messo solo un paio di minuti.
L'appartamento A1 si trovava al primo piano. Calcolai che potevo arrivare alla macchina in meno di trenta secondi, se Mia avesse cominciato a piangere. Non volevo svegliarla, sapendo che sarebbe scoppiata a piangere e sarebbe stata l'ennesima conferma di quanto soffrisse se rispondeva alla vita con una tale violenza. Ogni sonnellino rappresentava per me una speranza: la speranza che al risveglio Mia sarebbe sta pi calma, pi serena.
Chiusi la macchina con la chiave per evitare che il rumore del telecomando la disturbasse e salii per le scale fino alla porta d'ingresso. Si apr prima ancora che infilassi la chiave nella serratura. Davanti a me c'era un uomo con gli stivali con la punta d'acciaio, tutto ricoperto di truciolato come scaglie di cocco su una torta. Era sulla soglia, gli occhi adombrati dalla visiera del casco giallo. Sollev la testa e mi studi. Prosegu gi per le scale e gir a sinistra. Io lo seguii con lo sguardo, gi per il marciapiede e lungo l'isolato. Camminava a grandi falcate, il busto dritto.
Entrai nell'edificio. Rimasi l un attimo, giusto il tempo di sentire l'odore della vernice fresca e un lieve accenno di disinfettante. Sulla porta davanti a me, la scritta A1 in corsivo, con le lettere dorate. A sinistra c'era un varco, coperto da una pesante cerata per tenere lontano la polvere e i detriti.
Sentii un urlo da far rizzare i capelli e allungai la mano verso il baby monitor. Lo schermo verde era spento, si udiva solo un debole ronzio in lontananza. Poi il gemito si trasform in un lamento costante e gutturale. Spensi il monitor e lo riaccesi. Niente, solo rumore bianco. Quando inserii la chiave nella serratura e aprii la porta, mi resi conto che il suono veniva da dietro un'incerata: c'erano dei falegnami che segavano il legno, montavano i sostegni o sistemavano il parquet.
L'appartamento era circa di centottantacinque metri quadri, i pavimenti in solido legno di ciliegio, proveniente dal Nord dello stato. La distanza dalla porta d'ingresso al retro della casa era impressionante: pi di dieci metri. Il corridoio, tramite due grandi porte, conduceva al salotto, che occupava tutto il retro dell'edificio. A sinistra c'erano due stanze: la cucina e la sala da pranzo comunicante con il salotto. A destra altre tre stanze: un bagno e due camere da letto.
I miei passi riecheggiarono attraverso la casa e la luce che irrompeva dalle finestre era sgradevole e invadente. Le pareti avevano un'aria cupa, verniciate di un bianco asettico. Ispezionai le porte e le finestre. Alla porta d'ingresso c'era una serratura a doppio cilindro, che richiedeva una chiave per aprire o chiudere, e anche una serratura a incastro, di quelle che si trovavano generalmente nei vecchi edifici, per cui era praticamente impossibile introdursi in casa.
Improvvisamente dal monitor si sentirono delle interferenze; poi tacque di nuovo. Passai al secondo canale. Di nuovo, niente, solo rumore bianco. Tornai al canale iniziale e sentii la voce di un uomo. Prima che riuscissi a raggiungere la macchina, reggendo in mano il baby monitor, sentii un brusio, poi un borbottio di protesta e infine l'esplosione di pianto. I sussulti ansimanti di Mia interrotti solo dai tentativi di prendere aria.
Cercai in borsa la chiave della macchina e quando alzai lo sguardo, l'uomo con gli stivali con la punta d'acciaio che avevo visto prima mi stava fissando. Il suo sguardo pass dalla macchina  da dove si sentivano riecheggiare le urla  a me e al monitor che stringevo in mano. Mi squill il cellulare. Era la ditta di traslochi che chiedeva conferma dell'indirizzo. Quando mi voltai di nuovo, quell'uomo se n'era andato.
Una settimana pi tardi ero alla finestra: scostai la tenda e guardai fuori nella sera d'autunno. Era quasi buio e le strade erano deserte, eccetto poche persone che portavano fuori i cani per un'ultima passeggiata prima di farli accucciare sui divani o sul pavimento della cucina. Le foglie rotolavano via come cartacce, seguendo il loro destino nei canali di scolo, tra le grate delle finestre e nelle pozzanghere lungo il bordo dei marciapiedi.
Tirai la tenda e scacciai fuori il buio. Il tramonto a New York non era il mio momento preferito della giornata. I rumori esterni  il traffico, le voci concitate e i bambini urlanti nel cortile della scuola di fronte  non si interrompevano mai del tutto ma si limitavano a rallentare, come un orologio che ha bisogno di essere ricaricato.
All'inizio, quando Jack era andato via, mi ero sentita pi rilassata. Era chiaro che, senza di lui, pretendevo sempre meno da me stessa. La mattina non facevo pi la doccia e non mi sentivo in colpa se portavo sempre gli stessi vestiti. I primi giorni indossavo i pantaloni della tuta che avevo lasciato sul pavimento e tiravo fuori una maglietta a caso da una pila di vestiti. Passata la prima settimana, non mi preoccupai neppure pi di cambiarmi i vestiti. Smisi di fare la spesa. Mi nutrivo di cracker, porridge e ciambelle rafferme. Per lavavo scrupolosamente i vestiti di Mia, le piegavo i bavaglini, i calzini e le magliette e la vestivo ogni giorno in modo diverso.
Una vocina dentro di me mi rimproverava, per, dicendomi che Mia ancora non dormiva la notte e continuava a piangere pi del dovuto: la situazione mi sfiancava tremendamente. Non lasciavo che la bimba si placasse e si addormentasse da sola come suggeriva il dottore; invece correvo da lei e la abbracciavo mentre si dimenava e inarcava la schiena. Le sue urla riecheggiavano in casa, e mi chiesi quanto tempo ancora sarei riuscita a resistere. Jack telefonava spesso, ma le nostre conversazioni erano brevissime. Io fingevo di stare bene, e lui prometteva di tornare presto per il weekend. Mi chiedevo come avrei fatto a mettere in ordine la casa e a rifornire il frigo. La maggior parte delle volte mi addormentavo nei momenti meno opportuni e venivo svegliata dagli strilli di Mia. Mentre quelle giornate tutte uguali si dissolvevano, mi sentivo bloccata in un infinito ciclo vizioso di puro sfinimento e baby monitor rabbiosi e impazziti.
Quel giorno mi risvegliai di colpo da uno stato di dormiveglia, con uno squillo che mi rimbombava nella testa. Mi misi in ascolto, ma non sentii nulla. Chiusi di nuovo gli occhi. Si udirono altri tre squilli e mi resi conto che doveva essere il campanello. Sbirciai attraverso lo spioncino, ma intravidi solo la sagoma scura di un uomo.
S?, chiesi da dietro la porta chiusa.
Signora Paradise?
S?
David Lieberman.
All'inizio quel nome non mi disse niente, ma poi mi ricordai che Jack e l'amministratrice del palazzo avevano menzionato l'inquilino del piano di sopra che supervisionava il lavoro degli operai. Avevo la sensazione che non se ne sarebbe andato finch non fosse riuscito a parlare con me.
Solo un attimo, replicai ignorando Mia che piangeva nel lettino. Aprii la porta, con la catena del chiavistello ancora attaccata, e lo guardai dallo spiraglio.
Com' la pressione?. Aveva una voce viscida, come qualcosa da cui senti il bisogno di lavarti. Lieberman si controll le mani e cominci a pulirsi le unghie di una mano con quelle dell'altra.
Cosa?. Volevo dirgli di andare al diavolo, ma probabilmente lui lo avrebbe riferito a Jack, e mio marito mi avrebbe telefonato, aspettandosi che mi scusassi.
La pressione. La pressione dell'acqua.
Come, scusi?
La pressione dell'acqua. Scand bene ogni sillaba, come se non capissi bene la sua lingua, o fossi un po' sorda.
Cosa c' che non va con la pressione dell'acqua?. Mi finsi interessata e amichevole perch, a detta di Jack, Lieberman era l per aiutarmi.
Lui inclin la testa. Qualcuno qui dentro sta piangendo, osserv.
Cosa posso fare per lei?, chiesi, ignorando il suo commento. Mia per il momento stava soltanto piagnucolando.
Se la prende in braccio smetter di piangere. L'ho sentita piangere per tutto il giorno. Mi lanci un'occhiata. Non che le pareti siano particolarmente sottili in questo edificio, ma i rumori si sentono.
Che problema c' con la pressione dell'acqua?. Cercai di rimanere impassibile.
Si  fatta una doccia ultimamente?, mi chiese, e mi guard dall'alto in basso attraverso lo spiraglio: i capelli unti, la maglietta spiegazzata e i pantaloni che indossavo da una settimana. C' un problema all'impianto idraulico, stanno lavorando alle tubature.
Non ci avevo fatto caso.
Non smetter di piangere finch non la prende in braccio. Allung il collo per vedere cosa stesse succedendo in casa.
Iniziai a pensare che fosse un errore rimanere impassibile. Controllo e poi la chiamo, va bene?.
Chiusi la porta e mentre mi dirigevo in camera di Mia, evitai di guardarmi nello specchio. Poi superai la stanza della bambina, entrai nella mia e mi chiusi dentro per sfuggire al rumore. Dopo pochi minuti, o almeno cos mi sembr, il campanello suon di nuovo. Stavolta aprii la porta e rimasi sulla soglia. Mi ero quasi dimenticata delle tubature e della pressione dell'acqua.
La pressione sembra a posto, mentii, ma sinceramente non so come dovrebbe essere.
Le dispiace se controllo?.
Non risposi.
Ho incontrato suo marito un paio di volte. Esit leggermente, poi aggiunse: Mi ha chiesto di controllare come sta.
Non ho bisogno di essere controllata.
Forse mi ha frainteso. Vuole che io la aiuti se ha qualche problema. Tubature, elettricit. Di qualunque cosa abbia bisogno, me lo dica. Mi trova qui accanto o al piano di sopra. A parte nei weekend: il fine settimana non ci sono mai. Vado a trovare mia sorella che abita su a Nord. Ma durante la settimana, dal luned mattina fino al venerd pomeriggio, sono a sua disposizione. Mi sorrise, poi inclin la testa. Non mi ha telefonato per la pressione dell'acqua e mi sono reso conto che non ha il mio numero. Si avvicin e mi porse un foglietto. Mi arriv una zaffata di segatura e olio lubrificante. Non so cosa le abbia detto mio marito, ma la ditta di traslochi mi ha fornito un elenco di idraulici ed elettricisti.
Lieberman annu. Ha idea di quanto ci mette un idraulico a presentarsi? Lei ha cose molto pi importanti di cui occuparsi, concluse e si accigli.
Si sentiva il pianto di Mia in sottofondo, una cosa che non avevo per niente notato. Giusto, concordai e mi appoggiai alla porta.
Passo tutto il giorno a segare e a mettere chiodi. A volte il rumore  fortissimo e ci mette ore ad andarsene dalle orecchie, mormor e si tamburell l'orecchio destro con la mano. Sorrise senza mostrare i denti e si tolse il berretto dei New York Yankees. Poi a fine giornata, quando finalmente torno a casa, sento le urla della bambina dal soffitto. Ecco, solo questo.
Sembrava ancora pi giovane senza il berretto.
Controller e la chiamer. Lo prometto.
Va bene. Se non mi chiama, torner io, disse, ridendo.
Io gli rivolsi un sorriso amichevole senza per essere incoraggiante. Prima di chiudere la porta, sentii muoversi la cerata e per un attimo il rumore aument. Poi la cerata si richiuse e cal di nuovo il silenzio.
A un paio di isolati da North Dandry c'era un nido, il Gioco da Ragazzi, che offriva un servizio di baby parking.
Ecco una copia del nostro regolamento. Gli orari del gruppo di babysitting a ore sono flessibili. Gli altri gruppi seguono un programma, e per gli orari deve parlare con le educatrici. L'impiegata di mezza et con un camice tutto macchiato di gelato mi porse una caterva di documenti da dietro il bancone e mi accompagn a visitare la struttura.
Dietro una parete a specchio semiriflettente c'erano due educatrici in camice rosa sedute sulle poltroncine reclinabili, ciascuna intenta a cullare un bambino.
Il libretto delle vaccinazioni della bambina dev'essere aggiornato, osserv e si spinse indietro gli occhiali. Tra la modulistica c' l'elenco delle vaccinazioni richieste per legge. La porti dal pediatra e glielo mostri.  un elenco standard.
Passammo davanti alla vetrata della stanza riservata ai bambini di uno e due anni, dove una ventina di bambini, in gruppi di tre o quattro, erano distesi sul pavimento e si allungavano e si contorcevano seguendo la forma delle lettere dell'alfabeto.
Ci raggiunse una donna con un camice viola. Si present dicendo di essere la direttrice e lanci un'occhiata a Mia che dimenava le gambe e le braccia. Qualcosa di particolare che dovremmo sapere?, chiese mentre Mia prendeva fiato tra uno strillo e l'altro.
 solo un po' agitata oggi, mormorai, e cercai di rimetterle in bocca il ciuccio.
Non si dimentichi i documenti delle vaccinazioni. Non possiamo accettarla se il libretto non  completo, mi ricord la signora in viola. Firmai i documenti richiesti e le porsi un assegno per la quota d'iscrizione.
Quando uscii dal nido pensai a delle cose che ultimamente mi erano sembrate fuori posto: una bottiglia di latte in polvere che pensavo di aver lasciato sul bancone e invece era in frigo, vestitini di Mia che pensavo di aver appoggiato sul lettino e invece erano nel cesto della biancheria; avevo trovato delle finestre socchiuse, e alcuni pannolini sporchi che avevo lasciato in giro per casa erano finiti nell'immondizia. Probabilmente era solo frutto della mia immaginazione. Jack non poteva aver preso un aereo da Chicago per sorvegliarmi in segreto e spostare gli oggetti. Ho il cervello annebbiato tipico delle mamme, continuavo a dirmi. La parte del mio cervello preposta all'organizzazione del tempo e alla prevenzione dei problemi era stata completamente stravolta dalla routine della bambina. Probabilmente era anche colpa della nuova casa, dell'ambiente estraneo, ma di certo non avevo bisogno di altre preoccupazioni.
Mia stava dormendo nel passeggino quando entrai in un negozio di ferramenta ad appena un paio di isolati da North Dandry. Il commesso della Taylor Security & Lock indossava un grembiule con il nome Larry cucito sulla tasca, in un corsivo maiuscolo quasi illeggibile. Un nome leggermente pi complicato sarebbe stato impossibile da decifrare. Larry si arrampic sulla scala e tir gi delle scatole dagli scaffali pi alti, mentre io lo ascoltavo paziente, cercando di memorizzare i vari tipi di serrature disponibili e guardando gli occhi acquosi di Larry dietro gli enormi occhiali.
Che tipo di serratura ha adesso?, domand e si sistem meglio gli occhiali, lasciando delle ditate sulle lenti.
Fuori c' una serratura a scatto con un buco per la chiave, e dentro una manopola a pomello. C' anche un catenaccio alla porta. Mia cominci ad agitarsi nel passeggino. Era solo questione di minuti, poi sarebbe scoppiata a piangere.
Mi sembra gi abbastanza. Ha bisogno di altre serrature? Tipo un chiavistello o qualcosa del genere?
Non si pu mai essere troppo sicuri, risposi.
Mia si agitava e si dimenava sempre di pi. Gli occhi di Larry erano enormi dietro le lenti mentre alzava la voce per sovrastare il pianto di Mia. Quando la prendevo in braccio si infastidiva ancora di pi, cos mi limitai a spingere il passeggino avanti e indietro. Speravo di uscire dal negozio con il chiavistello, e magari senza ricevere consigli da Larry su come consolare una bambina urlante.
Che ne dice di un sistema d'allarme vecchio stile che fa un baccano mostruoso?, mi propose. La ditta sta per mandarci una nuova fornitura. Abbiamo un'offerta speciale in corso: venti percento di sconto e installazione gratuita.
Non voglio allarmare nessuno. Voglio solo poter chiudere a chiave la porta e lasciarla cos. Continuavo a muovere il passeggino avanti e indietro, nel tentativo di placare il pianto di Mia.
Non so se le conviene.
Mi dica solo se ha qualcosa che posso montare da sola. Controllai l'orologio. Larry lo interpret come un gesto di impazienza e cominci a tirar fuori scatole e aggeggi metallici dallo scaffale alle sue spalle.
E ho bisogno anche di qualche attrezzo, aggiunsi. Come un cacciavite e un trapano portatile.
Certo che ha dei bei polmoni. Guard Mia che ormai aveva il viso rosso, la bocca come un pozzo senza fondo di furia cieca.
Mi dia quello che le ho chiesto. E non si dimentichi gli attrezzi.
Lui non si offese per la mia scortesia.  sicura di farcela? Parler con il capo. Forse possiamo offrirle l'istallazione gratuita. Abita in zona?
Abbastanza vicino, risposi e controllai di nuovo l'orologio.
Vengo io stesso se  interessata. Si avvicin e quando mi allungai a prendere le scatole, lui non me le lasci subito. Seriamente, posso farlo. Come ho detto,  gratis.
Dopo aver pagato, lasciai il negozio sapendo che Larry mi stava seguendo con lo sguardo mentre passavo davanti alla vetrina. Avevo visto la delusione sul suo viso quando gli avevo detto che avrei pagato in contanti. Sapevo che avrebbe voluto leggere il mio nome sulla carta di credito e appuntarselo, per provare a contattarmi dopo. O chiedermi la patente per scoprire il mio indirizzo.
Tornata a casa, mi diedi subito da fare per installare le serrature, ma mi resi subito conto che era un lavoro al di sopra delle mie possibilit. Non riuscivo neppure a tenere fermo il trapano, n a individuare il punto preciso dove inserire le viti.
Due ore dopo la porta metallica del mio appartamento era tutta graffiata e ammaccata. Esaminai i pezzi che avevo comprato al negozio di ferramenta. Lessi cos tante volte le istruzioni sul retro delle scatole che alla fine quelle parole non mi dicevano pi nulla. Il catenaccio mi sembrava troppo lungo e non riuscivo a trovare l'inserto metallico. Una delle serrature conteneva un cilindro girevole, ma le viti erano troppo corte per raggiungere il chiodino dietro lo stipite. Ero frustrata, sudata e scoraggiata, e avevo le nocche tutte graffiate.
L'indirizzo e il numero di telefono del negozio erano stampati in alto sullo scontrino e sperai che l'offerta di Larry fosse ancora valida. Chiamai il negozio e chiesi di lui. Sentii un rumore di fogli e il tintinnio del campanello sopra la porta. Alla fine Larry venne al telefono. Gli spiegai chi fossi e cosa avessi comprato, e gli chiesi se l'offerta di un'installazione gratuita era ancora valida.
Ah, s, certo, rispose Larry e udii il registratore di cassa che si apriva e si chiudeva. Mi stavo proprio chiedendo come fosse poi andata con quelle serrature. Posso venire a dare un'occhiata dopo il lavoro. Qual  il suo indirizzo?
North Dandry 517, appartamento A1. Stanno facendo dei lavori e volevo chiedere a uno degli operai, ma ecco non voglio disturbarli.
Come le ho gi detto, potr venire dopo l'orario di chiusura.  solo una cortesia che facciamo ai nostri clienti.
Ci accordammo su un orario e concludemmo la telefonata. Se Larry fosse riuscito a fare tutto in fretta, n Lieberman n Jack avrebbero mai scoperto che avevo fatto istallare delle serrature aggiuntive. Quando chiusi il telefono, sentii un debole lamento proveniente dalla camera di Mia. Non prevedevo di farmi nessuna doccia nel prossimo futuro, ma forse sarei almeno riuscita a far installare le serrature.
Dopo aver dato da mangiare a Mia e averla cambiata, rimasi in piedi alla finestra con lei in braccio a guardare la strada. Alle finestre c'erano ancora le vecchie grate di ferro, e a meno che qualcuno non usasse una sega, parevano robuste e sicure.
Larry si present alla porta: la cintura porta-attrezzi intorno alla vita, la pancia sporgente. Appena entrato, poggi con cura una accanto all'altra tutte le serrature sul pavimento piastrellato.
Sa, ogni serratura ha la sua personalit, spieg.
Be', non ho avuto il piacere di sentirle parlare, replicai e spostai Mia da un braccio all'altro.
Lei strill all'improvviso, e a Larry cadde di mano il trapano, che lasci una crepa nella mattonella.
Maledizione, imprec Larry, esaminando il danno appena fatto. La piccola mi ha spaventato. Torner a sostituirgliela gratuitamente.
Non volevo che tornasse. Non si preoccupi per la mattonella. La far sistemare. Ci sono pile di mattonelle in corridoio.
Riusc a fare in una ventina di minuti quello che io non ero riuscita a concludere un paio di ore prima.
C' qualcos'altro che posso fare per lei?, chiese Larry e si prese tutto il suo tempo per rimettere a posto gli attrezzi nella valigetta rossa. Visto che sono qui. Sono bravo a sistemare un sacco di cose. Mi fece l'occhiolino e con il dorso della mano si asciug il sudore dalla fronte. Se non le dispiace, chiami il mio capo e gli dica del lavoro che ho fatto. Sa, siamo quasi a Natale:  periodo di premi produzione.
Gli promisi che l'avrei fatto e lo avrei richiamato se avessi avuto bisogno di qualcos'altro, poi mi affrettai a chiudere la porta. Era ammaccata, con la vernice scalfita, ma pensai che avevo tutte le serrature di cui avevo bisogno per sentirmi al sicuro e non avrei pi dovuto dubitare della mia sanit mentale ogni volta che qualcosa mi sembrava fuori posto.
Quella sera, mentre Mia riposava tra le mie braccia, esausta dopo una lunga giornata senza aver fatto un sonnellino, cominci ad addormentarsi. Aveva le gambe e le braccia tese anche se sembrava addormentata, e appena mi piegavo per adagiarla delicatamente nel lettino, si svegliava e ricominciava a piangere. Ripetemmo il rituale tre volte prima che finalmente si rilassasse e si abbandonasse a un sonno profondo.
Pi tardi quella sera mi avvicinai al camino e attizzai i ciocchi fino ad alimentare un bel fuoco. Mi sedetti di fronte a gambe incrociate, e sollevai i palmi finch il calore delle fiamme divenne insopportabile. Mi guardai intorno nella stanza. C'erano pochissimi mobili: un divano, una sedia e un vecchio tavolo.
L'architetto ingaggiato da Jack aveva deciso di dividere la casa in quattro appartamenti distinti, in modo da sfruttare l'impennata dei prezzi nel mercato immobiliare. Un appartamento era occupato da Lieberman, e un altro da me. I due appartamenti accanto erano ancora in costruzione. Mi immaginai come doveva essere stato questo palazzo un centinaio d'anni prima. I segni dell'opulenza erano ancora visibili sotto la coltre di usura e decadenza. Diverse stanze singole avevano preso il posto di un grande salone, le cucine erano diventate pi piccole e pi efficienti, e i grandi atri all'ingresso erano completamente spariti. Le porte del salotto avevano perso la loro lucentezza e le mensole di marmo del camino erano gi state sostituite da tempo. Il soffitto era ancora intatto, anche se qua e l si intravedevano delle chiazze. Tutte le porte e le modanature di legno mostravano segni di deterioramento, ma era proprio quello il loro fascino: nella bellezza dell'imperfezione. Mi chiesi come si fosse creato ogni piccolo segno, ogni piccolo graffio. Le camere erano spaziose, con imponenti soffitti alti quattro metri. Le porte lisce di mogano erano l'elemento distintivo dell'appartamento.
Il soffitto era stato levigato a macchina, ed era di cartapesta o stucco, e non di intonaco. La combinazione di lusso, gloria passata e decadenza barocca conferiva all'appartamento una sorta di magia. Dal momento che il primo e il secondo piano avevano la stessa planimetria, erano stati creati quattro appartamenti identici, usando l'imponente atrio come corridoio e separando i due appartamenti sullo stesso piano con un semplice muro.
La signora Drake mi aveva illustrato gli aspetti legali durante il nostro primo incontro, mentre il suo volpino di Pomerania guaiva rannicchiato tra le sue braccia robuste. Io avevo capito ben poco, ma scoprii che i lavori per gli altri due appartamenti erano indietro perch Jack aveva fatto causa all'impresa edile. Adesso che si era giunti a un accordo, sarebbero state chiamate altre ditte a completare l'ala sinistra del palazzo.
Le fiamme nel camino si erano placate e sui i muri tremolavano piccole ombre, quasi confortanti. Il frenetico tripudio di colori si stava esaurendo, lasciando il posto a un mite bagliore rossastro.
La mattina dopo, c'erano quattro biberon vuoti sul divano a riprova delle quattro poppate notturne. Presi due aspirine per il mal di testa. Aspettai che gli squilli alla porta si placassero, che i miei pensieri smettessero di girare vorticosamente.
Il campanello fece agitare Mia. Andai nella sua stanza, la sollevai e con mia sorpresa si calm nel momento in cui le avvicinai il biberon alle labbra. Attraverso lo spioncino vidi un'ombra passare davanti alla porta.
Pi tardi, quando Mia si era riaddormentata, proprio mentre chiudevo la porta della sua stanza sentii suonare di nuovo il campanello. Stavolta aprii subito. Era David Lieberman. Chin la testa e si tolse il casco.
Devo misurare la pressione. A quanto pare, ci toccher ripulire le tubature.
Pensavo fosse tutto sistemato, replicai, poi aggiunsi: In cucina o in bagno?
In cucina. L'impianto idraulico di questo palazzo  un labirinto.
Quindi bisogna solo aprire l'acqua e controllare cosa?.
Posso?. Lieberman mise la mano sulla porta. Poi si ferm. Cosa  successo qui?, chiese, passando delicatamente la mano sulla superficie della porta, le dita che sfioravano ogni solco e ammaccatura.
Ho fatto installare delle nuove serrature.
Ha fatto installare delle nuove serrature. Lieberman pareva perplesso e continuava ad accarezzare la vernice scheggiata. La scarsa pressione dell'acqua  semplicemente fastidiosa, ma la pressione eccessiva pu provocare diversi danni, spieg e mi mostr uno strumento di misurazione.
Mia si stava agitando nel lettino: diventava sempre pi impaziente. Gli intervalli tra uno strillo e l'altro erano sempre pi brevi, le sue proteste pi energiche e urgenti, ogni minuto che passava.
Non ho molto tempo, mormorai, ma aprii la porta e mi feci da parte. Lui and dritto in cucina e avvit lo strumento al lavandino. Io borbottai una scusa e andai nella cameretta di Mia a cambiarle il pannolino.
La adagiai sul fasciatoio e mi chinai su di lei, sussurrandole dolcemente, nella speranza che avrebbe collaborato. Il giocattolo che le avevo dato cadde a terra. Mia era contenta di stare nuda: allungava le gambe e si divertiva a muoverle senza pi l'ingombro del pannolino. Ogni volta era tutta euforica e contenta di giocare finch non le mettevo un pannolino pulito. Cercai di distrarla quanto pi possibile, ma il suo corpo si contrasse e le gambe si irrigidirono al punto tale che fu difficile infilarle il pannolino e chiudere le linguette adesive. Quando finalmente ci riuscii, trovai Lieberman ancora indaffarato sotto il lavello della cucina.
Non dovrebbe pensarci un idraulico?. Mi aveva detto che il suo compito era supervisionare il lavoro degli operai. Rimase in piedi davanti al lavandino e apr il rubinetto. A stento gocciol e le tubature emisero un leggero brusio; poi le pareti sembrarono vibrare e avvertii un tremolio sotto i piedi.
Dovr chiudere le condutture. Nel frattempo per la bambina dovr usare l'acqua minerale.
Quanto ci vorr?. Ancora non aveva neppure tirato fuori gli attrezzi, e mi domandai cosa avesse fatto tutto quel tempo mentre io cambiavo il pannolino a Mia e la vestivo. Provai una punta d'impazienza.
Me ne occupo io, replic e afferr una chiave inglese dal bancone. Lei vada solo a comprare dell'acqua. Mi indic la borsa posata sul bancone.
Non ero dell'umore adatto per vestirmi e correre al negozio, ma ero contenta di allontanarmi dal cigolio delle tubature, e in generale da Lieberman. Andai in camera di Mia e allungai le braccia verso di lei. Aveva il viso rosso e la boccuccia spalancata. Lei ricambi e si adagi tra le mie braccia, ma poi cominci a scuotere la testa con un movimento impaziente. Invece di reggersi a me, agitava le braccia in aria, gli urli acuti erano interrotti solo quando cercava di riprendere fiato.
La misi nel passeggino e afferrai la borsa, sperando che si calmasse camminando.
Quando arrivai davanti al negozio dove mi rifornivo di solito, Mia stava ancora piangendo, e cos decisi di proseguire per un altro isolato fino al negozietto all'angolo. Qualche minuto dopo cominci a piovigginare e coprii il passeggino con una copertina. Quando entrai nel negozio, Mia si era addormentata. Il commesso se ne stava seduto circondato da un'esposizione di riviste porno: probabilmente aveva un fucile a portata di mano da qualche parte.
Afferrai una bottiglia d'acqua e mi avvicinai al bancone. Posai l'acqua e mi misi a rovistare nella borsa. Non c'era nessun portafoglio e cercai alla cieca negli scomparti pieni di fazzoletti e scontrini, mentre il commesso mi guardava male. Mormorai una scusa e me ne andai in fretta.
Quando ritornai a North Dandry, Lieberman se n'era andato. Cercai il portafoglio in tutto l'appartamento e lo trovai in cucina, sul bancone, sotto una pila di lettere e documenti. L accanto c'era una tanica d'acqua da quattro litri. Scossi la testa, maledicendomi per essere cos smemorata. Aprii il frigo e provai una fitta di disperazione mentre guardavo una fila intera di bottiglie di latte in polvere.
Dopo quello che era successo con il portafogli, l'acqua e il latte in polvere, ammisi che non era pi questione di essere smemorata. La verit era che mi ero bevuta completamente il cervello. Non cercai neppure di ricostruire razionalmente il motivo per cui non riuscivo a ricordare cosa avessi fatto solo qualche ora prima. Una voce assillante, in un angolino della mia mente bisbigliava: Che cos'altro sbaglierai adesso?
IL CASO DI MIA CONNOR: CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI
Brooklyn, NY  Il caso di Mia Connor, di 7 mesi, sta tenendo la nazione con il fiato sospeso. I tragici fatti legati alla scomparsa di Mia Connor sembrano puntare in una direzione inquietante. Nei giorni precedenti alla scomparsa, la madre di Mia, Estelle Paradise, ha fatto istallare delle serrature acquistate in un negozio di ferramenta del posto. Secondo il commesso della Taylor Security & Lock, la donna voleva chiudersi in casa. L'ha descritta, preoccupata, un po' tesa. Poi ha aggiunto: E non si occupava della bambina, che continuava a piangere.
Il 3 settembre Estelle Paradise, 27 anni,  stata ripresa dalle telecamere di sorveglianza mentre cercava di comprare una bottiglia d'acqua. Dopo aver rovistato nella borsa, la signora Paradise ha lasciato la bottiglia ed  scappata via. Secondo il commesso, c'era una copertina distesa sul passeggino.
Il 1? ottobre Estelle Paradise trova il lettino di sua figlia vuoto. Non avverte le autorit. Il giorno stesso la signora Paradise, secondo le registrazioni della telecamera di sorveglianza, entra nella stazione di polizia del settantesimo distretto a Brooklyn. Viene vista vomitare nel bagno dell'atrio della centrale; poi scappa via senza aver parlato con l'ispettore di polizia, che la ricorda esausta e sconvolta.
Estelle Paradise  stata ritrovata il 4 ottobre in fondo a un burrone a Dover, NY, gravemente ferita. Nella macchina, tra gli altri oggetti  stata rinvenuta una pistola.
Viene trasferita al County General Hospital a Brooklyn il 5 ottobre. All'arrivo le sue condizioni vengono definite gravi. Il giorno dopo arriva in ospedale suo marito, Jack Connor, 38 anni, e padre della piccola Mia. Secondo una fonte anonima, la madre potrebbe essere chiamata a comparire in giudizio entro due settimane, a seconda delle sue condizioni di salute. Attualmente sono considerate buone.
Non sono emersi nuovi sviluppi sul caso e tuttora rimane un mistero dove possa trovarsi la piccola Mia Connor.
SECONDA PARTE
Comincia dall'inizio, disse il Re in tono solenne, e va' avanti fino alla fine. Una volta l, fermati.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
NOTIZIA STRAORDINARIA
Ancora nessuna accusa formale per Estelle Paradise, madre di Mia Connor, la bimba di 7 mesi scomparsa dalla culla.
Brooklyn, NY  Secondo il procuratore distrettuale, per il momento Estelle Paradise, madre della bimba scomparsa, non verr convocata in giudizio.
Luned mattina in tribunale c'era grande fibrillazione per la possibile comparsa di Estelle Paradise. Alcune fonti nell'ambiente legale avevano anticipato che, in assenza di un cadavere, le accuse probabili vanno da omicidio di secondo grado a omicidio colposo aggravato.
Poi il colpo di scena: il procuratore distrettuale Barrymore  uscito a parlare con i giornalisti che erano radunati l fuori da ore. Ha letto un breve comunicato. Estelle Paradise si trova in una localit segreta in attesa di ricevere cure psichiatriche. Al momento non ci sono accuse formali a suo carico. Le indagini sono ancora in corso e non posso rivelare altri dettagli. Non risponder a nessuna domanda.
I giornalisti si sono scatenati. Diverse agenzie di stampa hanno chiamato senza successo l'ufficio del procuratore.
Capitolo 11
Appena superato il confine del Queens, scorgo in lontananza la clinica psichiatrica Creedmoor, che si erge silenziosa su una collina affacciata sull'East River. Jack  taciturno, quasi in uno stato di trance. Procediamo senza dirci una parola, finch non compie una svolta improvvisa e quasi mi fa rivoltare lo stomaco. Affondo i talloni e cerco di resistere, perch c' solo un'altra cosa che Jack odia pi del pianto di una donna: le macchie di vomito sui lussuosi sedili, di pelle e color antracite, della sua auto. Il veicolo avanza come se fosse sospeso su un fondo di ghiaia e si ferma di botto. Jack gira la chiave e rimaniamo in silenzio sul vialetto. Lo guardo mentre nasconde il viso tra le mani. Quando comincia a scuotere la testa, sento dei singhiozzi e mi accorgo che sta piangendo. Infine solleva il viso, e io rimango colpita. Jack piange in modo composto, in silenzio: le lacrime gli rigano le guance come perle preziose.
Faccio dei respiri profondi per calmare lo stomaco in subbuglio, e nel frattempo tento di capire che cosa stia succedendo a Jack. Mi sento distante dal suo dolore, forse perch ho convissuto da sola con il mio per cos tanto tempo che non credo di potergli essere di alcun conforto. Guardo le lacrime che spuntano da dietro le sue mani e noto alcuni particolari: le lacrime di gioia sgorgano dall'occhio destro, mentre la prima lacrima che sgorga dall'occhio sinistro indica dolore. Non ricordo se  vero o solo una sciocchezza: in ogni modo, mi pare che Jack non stia bene. D'un tratto ha la schiena curva, le spalle scosse dai fremiti e si strofina gli occhi. Poi, altrettanto in fretta, si ricompone.
Quando finalmente parla, il suo tono di voce  cos basso che a stento riesco a sentirlo.
In tutta la mia vita ho sempre saputo come risolvere i problemi degli altri, e invece adesso mi ritrovo senza sapere cosa fare.
Poi mi racconta che non dorme: sta cercando di fare il possibile, ma tutta questa storia lo sta risucchiando completamente. Dice che io non sono pi la donna che ha sposato  quella donna era indipendente, capace  e si chiede se quella donna ritorner mai, ma comunque ormai non ha pi importanza, perch niente sar pi come prima. Mi confida che  molto combattuto, ma non specifica riguardo a cosa: non pu continuare a chiedersi, giorno dopo giorno, quale sia la verit. Vivere cos non  pi possibile, e non c' niente di eroico nel litigare tutto il tempo. Lui non ha pi la forza per entrambi, e ora tutto ci che gli resta  l'amore per sua figlia. Lei  cos piccola e fragile, e non ha mai fatto nulla di male a nessuno.  tutto un disastro e lui non lo regge pi, ma far tutto quello che pu per riportarla a casa.
E ancora: Non so cosa hai fatto, o cosa non hai fatto, Estelle. Io semplicemente non riesco a capacitarmi di ci che  successo, ed  per questo che sono costretto a fare un passo indietro.
Un passo indietro. Non riesco a immaginare cosa implichi quel passo indietro, ma sento qualcosa che incombe, qualcosa di sinistro e irrevocabile. Fatico a ragionare e non so cosa stia succedendo, quindi semplicemente lo ascolto e lo guardo sperando di avere un'espressione attenta e comprensiva.
Ho difeso tante persone: colpevoli, innocenti; gente dalla dubbia colpevolezza. Perch tutti hanno diritto a una difesa, ed  questo il lavoro dell'avvocato,  cos che funziona il sistema legale. Ma stavolta  completamente diverso,  una questione personale: si tratta di mia figlia.
 concentrato sull'amore per sua figlia: e glielo concedo, ha ben chiare le sue priorit; ma vorrei che almeno lo dicesse, che pronunciasse la frase: Non so se sei colpevole o no. Alla fine  il succo della questione.
Poi prosegue dicendo che non ha fatto niente per meritarsi questo, che non ha fatto altro che proteggerla, curarla e provvedere a lei. Adesso ha bisogno di concentrarsi sulle cose importanti, e non riesce a farlo con me tra i piedi. Lui continua a parlare e la mia mente si astrae, si allontana. Non lo faccio di proposito,  una cosa che mi succede involontariamente, e una volta tornata alla realt non so se mi sono persa qualcosa di importante. Jack usa espressioni come dubbio e responsabilit, gli scivolano sulla lingua; poi apprensione e disprezzo, e la mia mente urla, eppure non riesco a interpretare le parole che mi balenano in risposta, non riesco a metterle in ordine per dar loro un senso. Mi sforzo di concentrarmi, di arrivare a un'affermazione coerente, di trovare una frase per rassicurarlo e fargli capire che mi merito la sua fiducia. Noi due condividiamo questo spazio, l'aria, questo momento, eppure non potremmo essere pi distanti. Voglio gridargli che non ho mai desiderato altro che proteggere Mia: non sono diversa da lui, e neppure io merito questo, e cazzo, cosa significa fare un passo indietro?
Per una frazione di secondo ho un momento di lucidit e capisco che  lui ad avermi deluso: la colpa  sua, perch non si  preso le sue responsabilit. Almeno io ci ho provato, mentre lui semplicemente ha rinunciato. Mia non era al sicuro perch io non stavo bene, e lui mi ha abbandonata: quindi ha abbandonato entrambe, gi molto tempo fa.
Ma non gli dico niente di tutto questo, perch abbiamo parlato gi troppo di me e di come mi sento, e so che ha finito di analizzare la mia situazione. Adesso  il momento di parlare di lui e della ragione che l'ha spinto a Come ha detto? Fare un passo indietro.
Mi dispiace, mormora, e la sua voce si incrina. Non posso pensare a quello che  successo a mia figlia e continuare ad amarti.
Mi guardo nello specchietto laterale. Ha ragione, come sempre. Jack ha ragione, quello che ho fatto  inaudito. Sono una persona inaffidabile. Vorrei consolarlo, dirgli che lo capisco e ha ragione: so che ha bisogno di concentrarsi nella ricerca di nostra figlia. Vorrei dirgli qualcosa di coerente, incoraggiante, e penso di potercela fare, sento di poterlo consolare.
A volte me la immagino morta, esclamo e guardo dritto davanti a me. Sento la mia stessa voce, cos debole e mansueta, e so di averlo deluso ancora una volta.
Pi tardi, all'ufficio accettazione della clinica Creedmoor, l'infermiera si china a prendermi la valigia. Mi giro e scopro che Jack se n' andato senza che me ne accorgessi, senza neppure un'ultima parola. Mi chiedo quanti fallimenti abbia collezionato Jack in vita sua, e non me ne viene in mente nessuno. Sono il suo primo fallimento e lui non riesce a concepirlo:  semplice. E cos decido di abbandonare la speranza e di accettare la realt. Jack mi ha lasciata e dobbiamo andare avanti da soli, ognuno per conto suo. Mi sembra una sensazione familiare: so cosa significa quando qualcuno sparisce, non si trova pi, viene portato via, rapito, qualsiasi cosa sia successo. Qualsiasi cosa.
Qualcuno mi chiede di firmare dei documenti, ma tremo cos tanto che la penna mi scivola di mano. Atterra dolcemente sul pavimento di marmo, rimbalza un paio di volte e poi si ferma. Guardo il pavimento. Lo sfondo color crema  in forte contrasto con le venature marrone acceso. Scorgo un'immagine ovale tra le venature del marmo, probabilmente ha la stessa forma e la misura di un uovo. Mentre mi allungo a prendere la penna, sento un lieve singhiozzo, quasi delicato, che erompe e si fa strada attraverso la gola. Cado sulle ginocchia, incapace di distogliere gli occhi dalla forma dell'impronta insanguinata di un piede di bambino incastonata nel pavimento lucido. Provo a cancellarla, ma non ci riesco.
Non ricordo molto di quello che  successo dopo. Mi hanno riferito che ho urlato, ho cominciato a graffiarmi la faccia, affondando le unghie e lasciando scie di sangue, come un bambino che non ha nessun controllo. Mi infilano un ago nel braccio e poi mi ritrovo seduta in un ufficio a guardare l'orologio sopra la porta.  allora che mi ricordo della fotografia appesa nello studio di mio padre: ritraeva la Riverside Church, la chiesa costruita lo stesso anno della clinica Creedmoor. Penso a come la Riverside Church sia stata costruita mattone dopo mattone, come i Lego, sempre pi in alto verso il cielo, mentre lo splendido edificio di pietre e mattoni della clinica Creedmoor, simile a un castello, si estendeva sui prati, in una magnifica propriet dell'Upper New York Bay. Creedmoor  la mia vita adesso, e improvvisamente mi invade il panico. Non posso voltarmi e andare via: non ho pi scelta. Sono qui per Mia, non mi importa nient'altro. Quando faccio il primo passo verso la mia stanza, sento quasi scricchiolare le ossa.
Un'ora dopo sono seduta su un divano di pelle di fronte a una grande finestra. Dal divano scorgo le ciminiere di una vecchia fabbrica: sono di mattoni, color sangue coagulato. Posso affermare con certezza che una delle ciminiere, quella leggermente pi lontana, a sinistra,  inclinata come la Torre di Pisa. Anche se non attira frotte di turisti  nessuno si fa fotografare l davanti, e nessuno va a prendere il caff in un bar l accanto   la mia preferita.
La ciminiera storta sembra un'intrusa in quel paesaggio di angolature esatte e armonia artificiale. La sua disperazione mi  familiare, e mi immagino ad allungare una mano attraverso la finestra, su per la collina, per raddrizzarla e farla ricongiungere alla sua precisa esistenza verticale. Voglio che quel comignolo stia bene: voglio salvarlo dalla sua vita infelice, voglio strapparlo alla condizione di reietto e avvicinarlo agli altri comignoli che puntano dritti al cielo.
Nell'ufficio entra un uomo e si presenta come il dottor Solska Ari.  di origine pakistana: un signore stempiato sulla cinquantina con le guance rosee e i denti perfettamente incapsulati. La sua pettinatura  impeccabile, e odora di amido e di lucido per scarpe. Tiene gli occhiali bassi sul naso. Soltanto quando ci stringiamo la mano mi rendo conto che ha l'aura di un gigante, ma in realt  un uomo di statura media.
La nostra prima seduta  piena di convenevoli e spiegazioni sui processi mnemonici. Non prende appunti, ma usa un registrare digitale.
Mi permetta di raccontarle il mio primo caso come psichiatra, dice e guarda in lontananza. Una donna aveva mangiato un uovo e, all'improvviso, perse completamente la memoria. Non riuscivo a togliermi dalla testa l'accaduto. Che cosa aveva causato quel disguido nel suo processo mentale? A meno che non sia intervenuto un danno cerebrale, niente  perduto. Il cervello non dimentica. I ricordi sono stipati nei cassetti, e a volte quei cassetti sono chiusi a chiave, a causa di un disagio emotivo o di uno squilibrio ormonale. Un tempo si credeva che le persone che soffrivano di amnesia non volessero ricordare. I ricercatori che si concentrano sulle connessioni neurologiche credono invece che non riescano a ricordare. Io sono per la via di mezzo: credo che si tratti di una combinazione di entrambe le cose.
Mentre lo ascolto, mi rendo conto che quello che mi colpisce di pi  la sua calma. Sembra avere una pazienza e un'attenzione infinite;  una sorta di becchino, ma al contrario: dissotterra ci che  rimasto sepolto. Voglio credere che possa aiutarmi a ritrovare mia figlia. Un giorno voglio ricordarmi di questo momento, e pensare a lui come l'uomo che mi ha restituito la memoria, la mia bambina, la mia vita.
Alla fine della seduta, il dottor Ari mi chiede cosa ho pensato quando mi hanno comunicato che soffro di amnesia.
Confusione, mormoro. Tanta confusione. C'erano infinite implicazioni in quella frase.
Sua figlia potrebbe essere in pericolo di vita. Il fattore tempo  cruciale. Lei deve capire che abbiamo molto lavoro da fare, dice. Poi aggiunge: Devo chiederle di avere fiducia in me.
Mi acciglio.  forse una questione di fiducia? Le baster avere fiducia in me e tutto andr bene,  forse questo che mi sta dicendo?  tutto cos semplice e lineare?
Da una parte voglio che lei stia tranquilla: tutto ci che mi confider non uscir da questa stanza, continua il dottor Ari. Come vuole il patto di discrezione tra medico e paziente.  un concetto legale, quindi le nostre conversazioni sono assolutamente protette. La polizia lo sa benissimo. Niente di ci che dice qui potr essere usato contro di lei in tribunale.
Ha specificato da una parte.
L'altra parte  un po' pi complicata. Abbassa lo sguardo come se stesse studiando la mia documentazione. Le circostanze del suo caso mi mettono in una posizione particolare. Lo consideri il pi grande dilemma dello psichiatra, ma devo chiederle di rinunciare al patto di discrezione.
Non capisco. Se acconsento alla sua richiesta, qualsiasi cosa che io dica pu essere usata, e sar usata, contro di me.
Se mi dar il consenso, per solo io potr decidere se e quando comunicare qualcosa alla polizia. E, soprattutto, che cosa.
Non mi importa di ci che pu succedermi, replico.
A me invece s, e sto cercando di tutelare entrambi.
Quanto tempo abbiamo?
Vorrei poterglielo dire, ma sarebbe una bugia. Non c' una scadenza. Si tratta di fare progressi graduali. Potrebbe volerci una settimana, un mese o di pi.
Capisco, ma cosa succederebbe se. Che cosa mi sto trattenendo dal chiedere? Cosa succederebbe se non ricordassi? Che cosa succederebbe se non venisse fuori nient'altro se non il ricordo di quel sangue? Che cosa succederebbe se Non oso finire il pensiero.
Lei non deve pensare affatto alla polizia e alle indagini. Sono in contatto con l'ispettore che sta seguendo il caso, e lo terr informato su ci che riterr necessario. Le sua preoccupazione non farebbe altro che interferire con il nostro lavoro, mi suggerisce il dottor Ari, e si appoggia allo schienale della sedia, come se per lui l'argomento fosse chiuso. Lasci che sia io a occuparmi della polizia, aggiunge.
Com' finita la storia della donna che aveva mangiato l'uovo? Alla fine ha ritrovato la memoria? Il punto non era l'uovo, giusto?, chiedo, e gli rivolgo un sorriso ironico.
Certo che no, risponde lui, e si sistema la cravatta annodata in maniera impeccabile. Niente  cos semplice, e il punto non  mai stato l'uovo. Le propongo un patto: se scopriamo cosa  successo a sua figlia, io le racconter della donna che aveva mangiato l'uovo.
Il giorno dopo, all'inizio della nostra seconda seduta, il dottor Ari mi chiede quale sia il posto pi tranquillo che mi viene in mente. Un rifugio, per esempio. Un nascondiglio, un posto dove si sente al sicuro.
No so, mormoro e lo guardo perplessa.
Ha mai prestato attenzione al suo respiro quando si sente rilassata?.
Mi sembra una domanda stupida. Credo di no, rispondo, e mi chiedo se per caso non voglia sentirsi dire che mi immagino sdraiata su una spiaggia.
Di solito quando ci troviamo in una situazione molto stressante ci viene voglia di rifugiarci in un posto sicuro, continua. Ha mai desiderato essere in un altro posto in momenti del genere?.
Ogni giorno vorrei essere da qualche altra parte, penso, ma non dico nulla.
Cerchi di immaginare un posto sicuro. Ci provi.
Ho intuito cosa vuole sentirsi dire, e subito gli propongo diverse opzioni: Una spiaggia, la panchina di un parco, accanto a una cascata. Una cosa del genere?
Non va bene, risponde facendo rimbalzare la penna sulla scrivania. Questi luoghi non vanno bene.
Non so, ripeto. Lei mi ha fatto una domanda, e mi sono venute in mente questi posti. Perch non vanno bene?
Stereotipi, non sono nient'altro che stereotipi. Come il desiderio di viaggiare intorno al mondo. C' qualcuno che desidera davvero essere sempre in viaggio e non provare mai un senso di appartenenza? Essere sempre in movimento.  una cosa che la gente dice senza crederci davvero. Voglio che lei ci pensi. Si interrompe e getta la penna sulla scrivania. Allora lei non  mai stata in un posto sicuro.
Alzo le spalle.
I suoi occhi si accendono. E se provasse ad andarci? Pensi a un mezzo di trasporto che la sta portando in un posto sicuro e tranquillo. Lei non ha bisogno di sapere quale sia il posto; concentriamoci solo sul viaggio per arrivarci. Niente di preparato, qualcosa che succede e basta: un viaggio improvvisato. Lasci che le faccia un esempio. Si toglie gli occhiali e adagia le spalle sulla poltrona. Molto tempo fa, da ragazzo, quando vivevo in un paese lontano, passavo il weekend a casa di mia nonna. Ricordo che il suo letto era molto alto, mi sembrava quasi di dormire sulle nuvole. Naturalmente io ero piccolo e basso e il letto di Daadi era solo leggermente alto, ma a me sembrava arrivare fino alle nuvole. Di notte avevo spesso gli incubi, ma quando dormivo a casa di Daadi non mi svegliavo mai di notte, non c'erano mostri. Il suo letto era magico. Magico agli occhi di un ragazzino, ma comunque magico.
Pensavo avesse detto un mezzo di trasporto. Non capisco.
Quel letto mi trasportava verso i bei sogni. Non ricordo pi i sogni, ma ne feci tanti in quel letto. Quando ero l sembrava che niente al mondo potesse scalfirmi, niente potesse farmi del male. E tutte le mattine mi svegliavo sentendo il profumo della nashta, la colazione. E mia nonna cantava mentre la preparava. I suoi occhi diventano vitrei, come se fosse lontano con la mente. Ma in un attimo si riprende, si acciglia e il suo sguardo reclama un mio ricordo della pace infantile.
Il suo luogo di pace  il letto di sua nonna, ho capito. Sfortunatamente io non ho vissuto esperienze del genere, replico. Non c' nessuna nonna, niente nashta preparata con amore nel mio passato. Penso alla sua storia e cerco di ricordare i posti dove sono stata da bambina, ma ricordo solo tutte le volte che ho vomitato in macchina, in barca, e persino sugli autobus.
Adoro salire sugli ascensori. Sono sorpresa io stessa quando pronuncio queste parole. Poi mi rendo conto che  davvero cos: c' qualcosa di particolare in quel brusio, nella sensazione che provo nello stomaco, nel rumore delle porte che si aprono e si chiudono.
Il dottor Ari si rilassa, sembra contento. Un ascensore, quindi. Descriva il suo ascensore preferito. Poi ci entri.
Chiudo gli occhi e immagino di sentire la forza di gravit e il movimento di rotazione terrestre:  facile, come immaginare il calore del sole sulla mia pelle. Due pannelli lucenti si incontrano al centro, sono pannelli color argento. Le porte si aprono e io entro.
La voce del dottor Ari  rassicurante.  comodo e spazioso. Le luci sono basse,  quasi buio. Pu andare dovunque vuole. Nessun altro, a parte lei, controlla l'ascensore. Entri, si volti e osservi i pulsanti al lato della porta. Il pannello  rettangolare. I pulsanti sono tondi, illuminati e incassati nel pannello. Partono dal numero dieci per terminare con il numero uno.
Immagino l'ascensore. Premo un pulsante. Le porte si chiudono in silenzio. Mi sento al sicuro e assolutamente autonoma in questa scatola scura. Mentre l'ascensore scende, avverto un tremolio nello stomaco; poi le forze si riequilibrano e subito prima che l'ascensore si fermi, la forza diminuisce. E di nuovo ho la sensazione di librarmi per aria.
Perfetto, esclama il dottor Ari e sorride. Voglio che questo ascensore sia un'oasi di pace dove lei pu esercitare una sorta di autocontrollo. Ogni volta che si sente ansiosa, voglio che ci entri e scenda di un piano. Pi va gi, pi si sentir rilassata.
E a che cosa servirebbe? Questo esercizio, intendo.
Quando gli esseri umani sono in una condizione di stress emotivo o provano paura, il nostro corpo reagisce con quella che viene definita risposta lotta o fuggi. Di fronte a una minaccia, il nostro corpo risponde con dei segnali molto caratteristici: un cambiamento nella pressione sanguigna, nel respiro, nel battito cardiaco. O nella temperatura, nella tensione muscolare, solo per fare qualche esempio.
Giusto, confermo. Poi immagino delle tigri dai denti aguzzi che inseguono una zebra.
In pratica il nostro corpo si prepara a combattere o a scappare via, continua il dottor Ari. Voglio che lei affronti le sue paure, e costringa il suo corpo a una risposta di rilassamento. Una volta che riuscir a rilassarsi, nel tempo svilupper una condizione di maggiore consapevolezza. Questo  ci che stiamo cercando: la consapevolezza.
Sembra una cosa facile, dico.
Non proprio. Combattere le reazioni istintive richiede esercizio. Pi tardi un'infermiera qualificata le spiegher come fare.
Pi penso a questo concetto, pi fatico a immaginare un possibile sviluppo positivo per la zebra. Questo significa che mentre tento di ricordare, non avr paura e non scapper via. Dir al mio corpo di rilassarsi e stare in allerta. Combattere non ha senso, se ci si confronta con una tigre dai denti aguzzi, e non credo che una zebra possa essere pi veloce di una tigre. E tuttavia ho l'impressione che rimanere ferma equivalga a una morte certa.
Questo  il piano. Lei non lo eviter e non lo combatter.
Che cosa?
Il passato.
Giusto, concordo, ma non posso fare a meno di pensare a una tigre che affonda i denti nel mio collo.
La mattina della nostra terza seduta, una coltre umida di nebbia si  adagiata sull'East River e i comignoli lontani sono quasi scomparsi dietro quel velo denso. Sono ipnotizzata dalla nebbia che avvolge ogni edificio e ogni albero, trasforma tutto ci che c'era in ci che non c' pi. Si adagia pesante sopra le colline, soffocando ogni anima viva.
Prima sento in lontananza la voce del dottor Ari, e poi comprendo le sue parole. Mi parli di Mia. Parla a voce bassa, ma ha un tono pressante.
Avrei voluto che mi avessero somministrato il siero della verit e potenti pillole cos i miei ricordi sarebbero stati costretti a risalire in superficie. Mi sarei aspettata di essere ipnotizzata. Ero convinta che la mia mente sarebbe stata sottoposta a una manipolazione chimica. Ma dopo due sedute con il dottor Ari ho capito che qui ci sono soltanto io. Io, la mia mente annebbiata, e il dottor Ari che mi sprona a continuare.
Raccontarle di Mia?. Ripeto la domanda per prendere tempo. Mi concentro sulle ciminiere eteree e spettrali che si profilano fuori dalla finestra, a distanza di sicurezza da questo ufficio, avvolte in una nuvola spessa. Vorrei che gli strati di pelle che il dottore sta cercando di strappare via fossero lontani da lui come quella vecchia fabbrica decrepita in lontananza.
Non so cosa sia successo a mia figlia Mia. Ho aperto cassetti, vecchie scatole di scarpe, porte che conducevano a sgabuzzini e cantine. Ho rovistato nei cassonetti dell'immondizia, sotto i letti. L'ho cercata. Una figlia non  una cosa che uno si dimentica come un mazzo di chiavi o il menu del take-away. So solo che una mattina mi sono svegliata e lei era sparita, come se fosse stata inghiottita da un buco nell'universo. Non c'era neppure il segno del suo corpicino sulle lenzuola. Qualcuno l'ha portata via senza aprire i chiavistelli o scardinare la porta. Ha lasciato dietro di s un silenzio, un silenzio cos rumoroso che di notte mi tiene sveglia.
Nei giorni buoni, se ho dormito per tre ore di fila, la immagino con una bella coppia in Arizona, accoccolata tra braccia amorevoli. Quando visualizzo questa scena abbastanza a lungo, mi sembra quasi reale. Nei giorni brutti, la vedo mutilata e priva di vita da qualche parte nei boschi del Nord, sepolta da una montagna di fanghiglia, in mezzo ad aghi di pino, gusci di ghiande ed escrementi di cervo. I giorni peggiori sono quelli in cui sento una sostanza appiccicosa tra le dita e mi chiedo se non sia stata colpa mia.
Ma i giorni buoni e i giorni cattivi non servono a ricostruire la verit. Ho solo bisogno di un giorno di chiarezza. Un giorno cos chiaro e puro, scintillante e nuovo, da trovare il coraggio per capire cosa sia veramente successo a Mia.
Per adesso posso solo trovare sollievo se la immagino nella fabbrica abbandonata con il comignolo curvo. Vedo dei senzatetto che dormono sui cartoni, tossici accasciati negli angoli bui sotto graffiti colorati: quasi fossero i loro stessi manifesti pubblicitari in quel mondo di derelitti. Vecchie scarpe consumate, destinate a rimanere spaiate, e tutti i calzini perduti che non riusciremo a trovare mai.
Sento dei piedi che prendono a calci bottiglie di plastica di gin scadente: si sollevano nel buio come stelle cadenti, colpiscono le pareti e rimbalzano, solo per riatterrare in mezzo a lunghi corridoi bui di case serrate da decenni.
Dopo essermi costretta a scavare, a rivoltare pietre che resistevano come massi davanti a una caverna, in qualche modo adesso, in questa clinica, tra un'annotazione sul diario e un coprifuoco, mi sento pronta. Andr a caccia delle ultime immagini di Mia: prover ad afferrare i lembi della verit e mi ci aggrapper, anche se dovessero trascinarmi verso l'inferno.
Il mio sguardo  concentrato sulle mani del dottor Ari. Entrambi abbiamo atteso questo momento. Lui vuole risolvere il mistero che neppure i migliori investigatori di New York sono stati capaci di decifrare.  in gioco la fama leggendaria del dottore che fa tornare la memoria. Quanto a me, se non riesco a trovare una spiegazione logica a quello che  successo, finir in prigione. In un certo senso sono anche fortunata  se si pu parlare di fortuna in una situazione come la mia  perch ormai da anni lo stato di New York ha abolito la pena di morte. Posso sempre dichiararmi pazza, perch quale madre sana di mente ucciderebbe la sua bambina in fasce? E se non l'ho uccisa io, quale donna sana di mente non saprebbe dove si trova sua figlia? In entrambi i casi sono nei guai.
Parlarle di Mia?. Riesco a sentire la mia stessa voce come se fosse preregistrata. Non sembro io a parlare. Anzi,  come se avessi abbandonato il mio corpo. Da dove vuole che inizi?.
Il dottore deglutisce e il suo pomo d'Adamo va su e gi. Allontana la sedia dalla scrivania e fa qualche passo indietro. Controlla che il registratore digitale sia acceso.
Da dove vuole.
Raccontargli di Mia? Sto cercando un collegamento, mi sto allungando a prendere il pennarello, desidero cos tanto unire i puntini. Chino la testa per evitare il suo sguardo. Incrocio le mani sul grembo.
Ricordo. Mi trema la voce. Mi sento instabile, i muscoli dello stomaco sono tesi. Mi sforzo di stare dritta, di rimanere composta. Scelgo le parole con cura, perch hanno il potere di incendiare tutto il mio mondo.
I miei pensieri rimangono sconnessi e disorganizzati, come mezze verit mascherate da ricordi.  difficile parlare di lei. Perch c' tutto quel sangue. Proprio non vuole andare via. A volte mi soffermo un po' su quell'immagine, solo perch ho bisogno di farlo. Non significa che ne parler. Ma spero che presto, un giorno, mirer dritta al ricordo. Un proiettile, un colpo, e sar tutto finito. Ma devo essere onesta, la schiettezza non  mai stata una mia prerogativa. Perch non dirglielo e basta? Quell'immagine  in ogni angolo della mia mente. Ma ci sono anche altre cose. Cose di cui dovremmo parlare prima.
Vada avanti, mi incita.
Lo so, lo so, sarei disposta ad andare fino ai confini della terra per proteggere Mia e tenerla al sicuro, ma vi prego, non chiedetemi di vedere davvero quello che ho dentro. C' una parte di me che tengo rinchiusa in una gabbia d'acciaio; la parte che non vuole sapere cosa sono capace di fare.  come se avessi costruito dei muri cos resistenti, che mi impediscono di toccare la parte vulnerabile di me, la parte a cui non importa neppure se respiro ancora. La parte di me che crede che abbia davvero fatto ci di cui mi accusano.
Capitolo 12
A Creedmoor, durante il giorno, migliaia di corvi neri come il carbone si spargono su tutta la propriet, ma nel pomeriggio iniziano a volare insieme in piccoli gruppi per poi radunarsi sullo stesso trespolo quando cala il crepuscolo. I loro richiami producono un incredibile rumore di fondo; poi improvvisamente si placano e rimangono in silenzio per tutta la notte.
Li osservo lavorare a coppie, costruire nidi con i rami secchi, mangiucchiarsi le zampe indispettiti, giocare con gusci di ghiande e legnetti.
Forse hanno scelto di radunarsi qui per la maestosit dell'edificio, che si staglia nel cielo come un gigantesco capobranco dalle ali spiegate. Scorgo un nido tra i rami dell'albero davanti alla mia finestra e vedo un uccello, forse un piccione, deporre il primo uovo. Poco dopo lascia il nido e io mi chiedo che cosa ne sar di quell'uovo. Il giorno dopo depone un altro uovo, e li abbandona entrambi. La mia ansia cresce di ora in ora, ma il terzo giorno l'uccello ritorna e comincia a covare le uova, e da allora non lascia quasi pi il nido.
La clinica Creedmoor  una vero e proprio santuario. Fu costruita negli anni Venti, e le sue tecniche psichiatriche all'avanguardia si fanno beffa della storia intrappolata tra le sue mura: decenni di convulsioni indotte chimicamente e lobotomie. Persino l'elettroshock  tornato nelle grazie della comunit medica: adesso si chiama terapia elettroconvulsivante e viene eseguita sotto anestesia senza per questo minare l'efficacia del trattamento.
Il patrimonio architettonico di Creedmoor, ormai dimenticato, pu vantarsi di aver ospitato personaggi del calibro di Sylvia Plath, Edie Sedgwick e Ed Gein, divenuto celebre negli anni Cinquanta, quando si scopr che costruiva cimeli con pezzi di cadaveri riesumati dai cimiteri locali.
L'edificio, risalente agli inizi del Novecento,  in stile Kirkbride, un modello architettonico ormai sorpassato che al tempo era considerato la struttura ideale per i malati di mente. Negli edifici in stile Kirkbride i pazienti sono suddivisi a seconda del sesso e della gravit dei sintomi: in un'ala ci sono gli uomini, nell'altra le donne; e ogni ala a sua volta  suddivisa tra i casi pi gravi ai piani bassi e quelli meno problematici ai piani alti.
Non tutti considerano Creedmoor un rudere del passato. Ho saputo che una volta si fecero avanti degli investitori che avevano grandi progetti per l'edificio. Stava per essere riconvertito in una serie di appartamenti, ma il progetto fu bloccato perch la struttura non si prestava a essere suddivisa in abitazioni singole. I corridoi erano troppo lunghi e le camere troppo piccole.
La mia camera, almeno per il momento,  tutta per me: non ho una compagna di stanza. La cornice del letto  di metallo e le lenzuola sono morbide, consumate da anni di lavaggi in acqua bollente.
Quando suona la campanella della colazione  alle sette nei giorni feriali, alle otto il sabato e la domenica  i pazienti scendono in mensa, in fondo al corridoio al piano terra. I posti sono gi assegnati. Il tavolo accanto al mio  il raduno di un gruppo di anoressiche. La loro condizione  evidente: invece di mangiare, si limitano a risistemare il cibo nei piatti e spizzicano come gabbiani su un cumulo di immondizia. Le loro dita sembrano intinte nell'inchiostro blu e i capelli sono sottili e soffici come quelli di un bambino, mentre i denti hanno perso lo smalto.
La mia unica compagnia durante i pasti  una donna di mezza et, Marge Ruiz. Marge  placida e sembra vent'anni pi giovane della sua et. Le nostre storie in un certo senso sono molto simili. Siamo entrambe colpevoli di non aver parlato al momento giusto.  come se entrambe fossimo finite in manicomio per non aver rispettato una scadenza. Marge ha deciso di tenere segreta la morte di sua madre finch il tanfo del cadavere non ha messo in allarme i vicini. Non ha mai rivelato a suo marito o ai sui bambini che sua madre era morta: ha continuato a far visita al suo cadavere per mesi, portandole uova fresche, latte e pane. Mi immagino un frigorifero pieno di cartoni di uova e sfilatini di pane, tutti ammucchiati uno sopra l'altro.  divertente: una di quelle storielle bizzarre che raccontano sui pazzi. Ma poi mi riprendo. Raddrizzo la schiena e scaccio via i pensieri che si insinuano nella mia mente. Io non sono come lei, mi dico.
I parenti di Marge le fanno visita ogni fine settimana. Invadono il giardino dei visitatori e occupano le sedie a sdraio della terrazza coperta. Marge ha cinque figli e dieci nipotini. Il premio di consolazione che Marge riceve ogni settimana dalla sua famiglia  una scatola bianca di cartone piena di croissant ricoperti di zucchero, cuernos de azucar.
Mentre Marge  circondata dalla sua famiglia, io passo il tempo su una sdraio sotto una grande quercia nel giardino sul retro. Jack  a Chicago e sono certa che viene aggiornato costantemente sui miei progressi. Si occupa di selezione del personale in ambito legale, di ore fatturabili, spese lavorative e outsourcing. I ricordi perduti, le sedute di terapia e le visioni sanguinolente non fanno per lui.
Tendo a non soffermarmi sul ricordo di quando mi ha mollata nell'atrio della clinica con la valigia in mano. Mi esercito ossessivamente sulla tecnica dell'ascensore e alla fine, quando le porte dell'ascensore si aprono, mi accorgo che mi sto calmando.
Porto sempre con me il mio diario: vi appunto qualsiasi parola o immagine mi salti in mente. Ci sono immagini che sfidano la capacit di interpretazione, e cos cerco di disegnarle. Dopo qualche giorno, non riconosco i miei disegni, n sono sicura di essere stata davvero io a farli.
Il dottor Ari mi ha consegnato il diario nel corso della nostra prima seduta.
Quanti pi particolari possibile, si  raccomandato. Anche se le possono sembrare banali, alla fine potrebbero rivelarsi cruciali. Scriva qualsiasi pensiero che le venga in mente, le immagini, persino i sogni. Gli schemi e i temi ricorrenti possono rivelare molto su ci che tenta di risalire in superficie. Non bisogna trascurare niente. Niente.
Nel mio diario disegno dei quadrati sparsi. Disegno quattro angoli; poi allungo e ricalco le linee pi volte fino a riempire l'intero quadrato. Queste sono le scatole nere che contengono il passato. Scrivendo e disegnando nel mio diario, cerco di fare in modo che si materializzi un pensiero, tento di forzare quella scatola. Scendo sempre di pi fino a una condizione di rilassamento e lascio spaziare i pensieri, senza confini e restrizioni. Vedo delle immagini, ma non ne conosco il significato. Il sole, la luna e le stelle sono corpi celesti onnipresenti, immobili.
A volte, mentre me ne sto seduta sotto la quercia nel giardino dei visitatori, vedo uno sprazzo, il lampo di un'immagine. So che  l, appena sotto la superficie. L'immagine mi passa davanti come una nuvola  o il duplicato di un pensiero passato  e in quell'istante scorgo una sorta di replica dell'immagine, una copia di una copia per cos dire, e cerco di aggrapparmi come un pesce all'amo. C' un tema ricorrente. Frutta. Frutta in abbondanza. Cestini strapieni; frutti maturi e profumati che si aprono. Voglio essere il frutto, e voglio che quei frutti non si rompano. La polpa  succosa, la buccia che si ritrae quando la tocco. Alla fine si aprono e io cerco di costringere il frutto  tramite una sorta di controllo mentale  a resistere.
A Creedmoor il dottor Ari  una specie di leggenda. Le pareti del suo ufficio sono cosparse di documenti ufficiali. Diploma, laurea in medicina, tirocinio, e infine il titolo di presidente e primario di Psichiatria a Creedmoor. Mi chiedo se abbia una moglie, una famiglia. Sulla scrivania non ci sono fotografie, nessun lavoretto infantile. Nessun accenno alla sua vita privata.
Il dottor Ari mi parla a lungo del cervello e del suo funzionamento. L'oggetto pi complesso dell'universo, cos lo definisce, e sembra appassionato agli aspetti filosofici della sua professione. Riusciamo a gestire solo i dati di cui siamo consapevoli. Ogni cosa  al suo posto, solo che alcune cose sono ricoperte da uno strato di polvere. Tutto sta nel riuscire ad accedere a ci che giace in profondit.
Mi piace pensare a lui come a un mago che dissotterra scheletri e li riporta in vita. Quando gliel'ho detto, mi ha sorriso e ha commentato: Grazie. Non  entusiasmante come rinvenire antichi vascelli, ma la sua  un'ottima osservazione. La maggior parte degli scheletri si rifiuta di essere dissotterrata. Occorre molto lavoro.
Mi ha spiegato che  specializzato nella RMT, la terapia di recupero della memoria, e che a volte, a seconda dei casi, utilizza metodi di psicoterapia come l'ipnosi; anche farmaci ipnotico-sedativi, la regressione d'et e la visualizzazione guidata. Ha detto che la RMT non  riconosciuta formalmente nell'ambito della psicoterapia, e non viene usata nella psichiatria tradizionale.
A un certo punto della sua carriera il dottor Ari ha iniziato a collaborare con la polizia per contribuire alla risoluzione di alcuni casi. C' la donna dell'uovo, e poi tra i suoi pazienti c' anche Marge, che secondo Oliver, uno degli assistenti della clinica, potrebbe aver ucciso sua madre, oppure no. Forse il mio caso sar un'altra pietra miliare della fama leggendaria del dottor Ari.
Durante la seconda settimana il dottor Ari si sofferma sul concetto di memoria. La memoria non  altro che il processo del ricordare. Immagini di essere in un parcheggio, e di provare a individuare la sua macchina. Lei era presente all'atto del parcheggio; ciononostante non riesce a ricordare il posto esatto. Il suo subconscio per conosce l'esatta posizione della macchina e la RMT le permetter di tornare indietro al momento in cui l'ha parcheggiata.
Sono sorpresa che il procuratore abbia autorizzato questo esperimento. Ma dopotutto n lo stato di New York n il procuratore distrettuale n l'Ordine dei medici psichiatri ha niente da perdere.  come se avessero accettato di lasciare da parte per una volta il rigore scientifico per permettere alla pseudoscienza di fare un tentativo. Sono ben consapevole che il dottor Ari sta operando ai limiti della scienza. Le mie battute continue sul fatto che questo nostro tentativo di recuperare i ricordi sconfina nell'illecito lo hanno fatto sorridere, ma non hanno scalfito il suo contegno professionale.
Marted arrivo in anticipo alla nostra seduta e, quando raggiungo l'ufficio del dottor Ari, la porta  socchiusa. Entro senza aspettare il suo invito e mi accorgo subito del suo sguardo di rimprovero. Il registratore digitale, che di solito tiene sulla scrivania,  ancora chiuso nel cassetto. Ha il camice bianco ancora sbottonato. Sono entrata senza permesso, e non solo ho infranto il regolamento interno, ma anche l'etichetta e, cosa pi importante, le sue regole.
L'ho fatto perch ho paura. Venerd scorso, dopo che gli ho parlato del giorno della scomparsa di Mia, lui mi ha accennato che dalla seduta successiva avremmo cambiato approccio. Quel giorno i suoi occhi sembravano irrequieti, e ho la sensazione che oggi andremo pi a fondo, non ci limiteremo a rimuovere delicatamente la sabbia dai cocci di un antico vaso. Oggi cercheremo di tirare fuori tutto il vaso dalla sua tomba di sabbia e, come gli archeologi, procederemo con cautela, per non romperlo in milioni di pezzi.
Sono seduta di fronte al dottor Ari che, per punirmi di essere arrivata in anticipo, mi ignora per un bel po'. Io non mi scuso per la mia entrata impulsiva: lui non  il tipo di uomo che si aspetta delle scuse. Poi cominciamo a scambiarci qualche frase di circostanza, mentre lui sfoglia distrattamente il mio diario. Ho la sensazione di non essere pronta per quello che sta per succedere. Oggi il dottore sembra deciso a procedere velocemente, i suoi modi sono sbrigativi. Tra meno di due mesi l'ufficio del procuratore distrettuale mi citer in giudizio. Il dottore non vuole che io sia una noce che non  riuscito ad aprire. Mi chiedo cosa abbia in serbo, quale altra sorpresa nasconda. Sta per ricorrere a un trucco magico che mi schiarir la mente?
La sua voce mi riscuote di colpo dai miei pensieri.
Ricorda ci che abbiamo detto sulla perdita della memoria e le sue cause?.
Ho fatto delle ricerche sulla memoria e su come reagisce il cervello alla perdita dei ricordi. L'argomento  affascinante, devo ammetterlo. Sto anche cercando di darmi un tono: voglio che il dottore sappia che mi sto impegnando, anche dopo le nostre sedute.
Ricordo la teoria del deterioramento e la teoria dell'interferenza. Ipotizzando che i ricordi siano entrati nella memoria a lungo termine,  possibile che non si riesca a recuperarli perch nel tempo si sono deteriorati, oppure c' stata un'interferenza.
Il suo caso  piuttosto particolare. Non c' nessuna prova fisica di un danno cerebrale, e non si riesce a stabilire con certezza per quale motivo lei abbia perso la memoria. Se e quando saremo in grado di recuperare i suoi ricordi, capiremo il perch di tutto questo. Non prima. Non c' pillola, esame ematico o risonanza magnetica che possa rivelarci la ragione per cui lei non ricorda il passato. Ma c' una cosa che possiamo fare.
So che sta mentendo. Potrebbe somministrarmi dei farmaci ipnotici per svelare il passato che  rimasto bloccato nella mia mente e rifiuta di smuoversi. Ma il dottore vuole che la verit venga fuori in maniera naturale, senza costrizioni, perch se mi somministra dei farmaci qualcuno potrebbe non credere a quello che dico. Come si potrebbe distinguere il bene dal male, la verit dalle visioni indotte dai farmaci?
 tempo di andare a fare una gita, al 517 di North Dandry.
 come se mi avesse scagliato addosso un masso. La mia mente vorrebbe tanto entrare nella casa di mattoncini rossi, ma i suoi muri sembrano impenetrabili. Quello  il posto dove Mia  scomparsa.
Sento il cuore accelerare il battito e la testa che mi scoppia. Ho la bocca secca e sono tutta sudata. I miei pensieri corrono veloci, e culminano in un unico messaggio forte e chiaro: non posso tornare l. Mi sforzo di ripetermi che questo dolore  inevitabile. Tento di rallentare il respiro, di tenere a mente l'immagine dell'ascensore, simbolo onnipresente di autocontrollo.
Il dottor Ari ha lo sguardo di un falco. Mi sembra che stia meglio. Perch non proviamo a.
Non posso farcela. La mia voce sta per incrinarsi, ma provo a mantenere il controllo.
Tornare nel luogo dove  successo tutto, le permetter di ricostruire i ricordi, spiega lui. Non c' bisogno di agitarsi. Mi permetta di spiegarle cosa faremo.
Il luogo dove  successo tutto. Detta ad alta voce, la cosa si concretizza, diventa reale. Torneremo sulla scena del crimine.
Abbiamo molte pi probabilit di riuscire a recuperare la memoria se la mettiamo alla prova nello stesso contesto fisico in cui si  creato il ricordo. Nei casi di amnesia legata a un trauma, la cosa viene vista con scetticismo, ma in realt il processo  identico. Dovremo cercare di ricreare la stessa emozione che ha provato quando  nato quel ricordo.
I ricordi nascono. Allo stesso modo, muoiono?
Lei parla di recupero, contesto fisico, ricostruzione dei ricordi, dico, enfatizzando le espressioni che ha usato per mascherare ci che succeder davvero. Lei vuole che io entri nella stanza di Mia, e rimanga l in piedi a fissare il suo lettino?.
Non so se potr fare quello che mi sta chiedendo. Il pensiero di tornare nel posto dove  scomparsa Mia mi riempie di terrore. Un terrore cos profondo, che mi stringe il cuore in una morsa, e minaccia di distruggermi. Mi viene in mente una cosa: un articolo che ho letto in una delle riviste mediche sparse nelle tante sale d'aspetto della clinica. Tako-tsubo. Cardiomiopatia da stress. Sindrome del cuore infranto. Nell'angiogramma il cuore ha la forma del tako-tsubo, il cestello per polpi usato dai pescatori giapponesi. Mi aspetto quasi di sentire il suono del vetro che si infrange e il mio cuore che esplode.
Come se il dottor Ari potesse leggermi nel pensiero, si alza, fa il giro della scrivania e vi si appoggia davanti, rimanendo in piedi di fronte a me a braccia conserte.
Non le succeder niente di male. Quei ricordi sono potenti e intensi, ma  in gioco la vita di sua figlia, Estelle. Dobbiamo assolutamente provarci: lei deve assolutamente provarci. Ora la sua voce  pressante, il suo sguardo intenso.
Voglio essere collaborativa e scoprire la verit, proprio come lui. Ma pi di tutto voglio evitare il punto di rottura. Non voglio spezzarmi, come il frutto che nel mio sogno cerco di non rompere.
Il lettino.
Le serrature.
L'armadio vuoto.
E la visualizzazione guidata? Non posso semplicemente far finta di essere l? Non sarebbe la stessa cosa? Forse possiamo provare cos e poi.
Lui scuote al testa, e io so di aver perso in partenza. Mi creda quando le dico che alla fine si sentir meglio. E se non star meglio vorr dire che non saremo ancora arrivati alla fine. Abbia fiducia in me. Ricorda che le ho chiesto di fidarsi di me?.
Siamo gi oltre la visualizzazione guidata, e non  pi tempo di perdersi in chiacchiere: dobbiamo darci da fare, nient'altro. Non arriver nessun saggio a offrirmi un antico rimedio, nessuno sciamano a lanciare ossa per predire il futuro; nessuna palla di cristallo ci sveler la verit. Soltanto io conosco la verit, ma qualcosa dentro di me rifiuta di arrendersi. Nego il potere della verit, il suo giogo oscuro e potente. Se mi sottoporr a questo processo, se lascer andare la mente e il corpo, scoprir la verit. E se fossi responsabile della morte di Mia? E se non lo fossi? E se fosse ancora viva? Se mi avvicino alla verit e credo nella sua luce, riuscir a illuminare il mondo che mi circonda? A illuminarlo in modo da vederla, la verit? Vorrei farmi strada su quel filo sottile sospeso in aria, ma ho paura di precipitare nell'abisso.
Lei crede nell'inferno?, chiedo.
L'inferno in senso religioso?
No, l'inferno sulla terra.
Lui ci pensa un po'. I suoi occhi vagano, poi mi guarda. Io sono musulmano, risponde. Secondo il mio credo, a guardia dell'inferno c' Malik, il capo degli angeli. Malik dice ai malvagi che dovranno rimanere all'inferno per sempre, perch quando gli  stata offerta la verit, loro l'hanno rifiutata.
Malik. Ripeto il nome, testando il suo potere su di me. Niente. Sento tanto freddo dentro.
Secondo il mio credo, quando ti viene offerta la verit non devi negarla. Dopodich non hai pi nulla di cui preoccuparti, mi rassicura.
Non conosco bene l'Islam n le altre religioni; conosco a stento le preghiere e non mi confesso da quando ho fatto la prima comunione. Si fa presto a dire che bisogna aver fiducia nella verit: persino l'elettroshock sembra un passeggiata rispetto al nobile ideale del dottor Ari. Le sue parole riecheggiano, decise a raggiungermi. Lascia che ti venga offerta la verit e non negarla, ha detto. E poi non avr nulla di cui preoccuparmi. Ma di sicuro il dottor Ari sa che la verit potrebbe significare molte cose, e tremo al pensiero degli scenari possibili.
E lei ci crede?, chiedo, sperando in qualche altra parola di conforto.
Ci credo, s. E sono convinto che sia stato il destino a portarci qui. E che lei riuscir a superare tutto.
Allora devo tornare indietro a saldare il mio debito con la proverbiale libbra di carne umana?. Nel momento in cui lo dico, questa citazione mi colpisce, mi suona familiare:  qualcosa di pi che un mero riferimento a Shakespeare. Mi porto istintivamente la mano all'orecchio, o meglio verso il punto dove prima c'era il mio orecchio.
Quando?, domando sperando che succeda il pi tardi possibile.
Presto. Abbiamo ancora molte cose da dirci prima di andare sul posto, ma in quel momento lei sar pronta.  una promessa.
Immagino di s, dico, senza troppa convinzione.
Lui guarda l'orologio. Continueremo domani.
Continuare. Andare avanti. L'altro giorno Marge mi ha chiesto come faccio ad andare avanti. Non le ho risposto, non credo affatto di andare avanti. Mi sento incompleta, come se qualcuno si fosse portato via una parte del mio corpo, lasciandomi come una nave vuota in mezzo alla tempesta. Una nave scoperchiata, che non sar mai pi in grado di contenere tutto. Ogni dolore, ogni sentimento  amplificato migliaia di volte. Devo trovare un modo per andare avanti, un modo per convivere con questo dolore.
C' un pensiero che si  manifestato senza il mio consenso, ed  un pensiero difficile da digerire. Mi sembra di averlo rubato come un gettone, sottratto con l'inganno a qualche potere malvagio. Non sar mai in grado di chiudere definitivamente con il passato e immergermi in un futuro radioso. Per me non c' nient'altro che il passato. Il passato  tutto ci di cui  fatta la mia vita. Soltanto quello, e nient'altro.
Cantavo spesso delle canzoncine a Mia. Mi schiarivo la gola e lei mi guardava negli occhi e poi sorrideva. Alle prime note inclinava sempre la testa.
Dormi, bimba, dormi.
Cominciava a balbettare come se volesse provare a cantare anche lei.
Pap guarda il gregge.
Si imbronciava, aggrottava la fronte.
Mamma scuote l'alberello.
Senza mai distogliere lo sguardo, sbatteva leggermente le palpebre.
Ti porta tanti dolci sogni.
Il tono cantilenante che sfociava nell'acuto la faceva strillare.
Dormi, bimba, dormi. Dormi, bimba, dormi.
Il ricordo di quei fuggevoli momenti mi lascia un macigno sul cuore. Ma a differenza di un taglio o di un livido,  invisibile agli altri, e il fatto che sia stata io stessa a infliggermi questo dolore mi fa soffrire ancora di pi. Desidero con tutta me stessa avere il coraggio di lanciarmi dalla finestra o gettarmi nell'oceano, o prendere una pistola, puntarmi il metallo freddo sulla tempia, premere il grilletto e sparare, scacciando via tutto ci che provo. Sento che questo dolore non finir mai. La sua forza  perpetua, come quella delle onde che si abbattono su una spiaggia, e c' un filo che non si spezzer mai. North Dandry  il posto pi spaventoso che io possa immaginare, ma non c' alternativa. E cos mi rassegno.
Domani mi parler della sua famiglia.
Capitolo 13
Qualcuno mi aveva infilato in mano una pallina d'argilla. Persino adesso, dopo cos tanti anni, mentre sono seduta nell'ufficio del dottor Ari, devo resistere all'istinto di guardarmi la mano. Credo di non aver mai buttato via quella pallina. A volte me ne dimenticavo, ma poi qualcosa mi ricordava sempre della sua presenza che, come un sassolino nella scarpa, mi impediva di muovermi. Mi sconvolge scoprire che mi suscita ancora cos tanta emozione, persino dopo tutti questi anni.
Mi parli della sua famiglia.  una domanda cos semplice, eppure scatena un complicato groviglio di emozioni. La storia della mia famiglia incombe su di me non perch sia ingombrante; ma perch al contrario  talmente leggera da essere quasi impalpabile, come un fantasma.
Mia madre aveva partorito una bambina sana: Marcia Paradise. Io avevo undici anni; mio fratello Anthony quasi diciotto. Era un giorno feriale, ma quella mattina non andammo a scuola. Poi mamma e pap ci chiamarono per dirci che stavano tornando. La sera precedente avevo scelto dei giocattoli e dei libri da regalare alla mia nuova sorellina.
Il campanello suon, ma invece dei miei genitori, sul gradino all'ingresso c'erano due poliziotti e una donna con un soprabito beige. Furono molto sbrigativi: i miei genitori avevano avuto un incidente mentre tornavano dall'ospedale. Un tamponamento a catena, specificarono. Io non sapevo cosa fosse, ma non dissi nulla. Chiesero a Anthony se volesse chiamare qualcuno.
Nel giro di qualche ora arriv dal New Jersey la nostra unica parente, la zia Nell, sorella di mia madre, e si sistem sul divano in salotto. Aveva gli occhi rossi e gonfi e l'abitudine di ridurre a brandelli i fazzoletti. Era pi alta e pi robusta della mamma, ma aveva i suoi stessi capelli castani, e il loro profilo era quasi identico. La zia Nell per aveva i capelli pi corti e sembrava una versione meno raffinata ed elegante di mamma. La mattina dopo aprii il giornale e mi misi a osservare la foto dell'incidente. C'era una foto aerea scattata da un elicottero di un'emittente televisiva. Le macchine erano accatastate a fisarmonica: un cofano contro un paraurti, contro un altro cofano, contro un altro paraurti; una serie infinita di carcasse che si susseguivano lungo una striscia grigia su uno sfondo verde. Le strade sembravano un labirinto di asfalto e ponti d'acciaio, alcuni che si inarcavano verso il cielo, altri che si infilavano sotto. Era difficile credere che da qualche parte l dentro ci fossero i miei genitori e la mia sorellina appena nata.
Entrai nello studio di mio padre e presi la lente d'ingrandimento che usava per esaminare la sua collezione di mappe antiche. La mia mano tremava mentre tenevo la lente sollevata sul giornale. Pi mi sforzavo di riconoscere la nostra Suburban bianca, pi la foto si sgranava. Era impossibile vedere cosa fosse rimasto della mia famiglia, e mi chiesi se qualcuno avesse fatto una fotografia alla neonata prima che morisse.
Dobbiamo discutere sul da farsi, annunci la zia Nell il giorno prima del funerale. Bevve un sorso di caff; poi aggrott la fronte e aggiunse altre due zollette di zucchero. Un sacco di cose cambieranno, ma dovete sapere che, si schiar la gola e guard il caff nella tazza, bisogna prendere subito queste decisioni difficili. Prima le prendiamo, meglio .
Fissai gli anelli lasciati dalla tazza sul tavolo di pioppo, sperando che sarebbero venuti via con l'olio per legno che la mamma teneva sotto il lavandino.
Ne ho gi parlato con Anthony. Abbiamo pensato che  meglio se vieni con me nel New Jersey, Stella.
A vivere nel New Jersey?, chiesi.
S, rispose la zia Nell.
Per quanto tempo?, domandai.
Questo  il fatto, replic la zia Nell. Non tornerai pi qui.
Mi guardai intorno. E la casa? Tutta la nostra roba?
Credo che sia meglio vendere la casa. La zia Nell spinse la tazza verso il centro del tavolo, lasciando altri cerchi sul tavolo. Venderemo la casa con tutto quello che c' dentro.
New Jersey. Pensai al fatto che l non avessi amici e il parco era troppo lontano per andarci da sola a piedi. Improvvisamente provai un senso di panico indescrivibile. Mi voltai verso Anthony, che aveva chinato la testa.
La zia Nell aveva addosso costantemente un odore di fumo rancido e aveva sempre in mano un pacchetto di Virginia Slims. In quel momento immaginai di addormentarmi in salotto con una sigaretta accesa  una di quelle sigarette bianche e sottili  e di bruciare tutta la casa.
Waisenkind, mormorai e ripercorsi con gli occhi i cerchi sul tavolo.
Cosa?
Waisenkind.  una parola tedesca, significa orfano. Lo abbiamo studiato a scuola. Lo scrivevano sulle valigie i bambini la sera prima di partire per i campi di concentramento. Con il gesso. Waisenkind. Indica un bambino che  diventato orfano. Adesso preparer anch'io la mia valigia da orfana.
So che  molto difficile per te e tuo fratello, per tutti noi, ma non dovremmo prendere tutto in maniera cos drammatica. Che idea macabra la valigia da orfano. La zia Nell scosse la testa con disgusto.
Cosa potr tenere? E che ne sar dei miei libri? E dei mobili?
La mia casa  piccola. Porterai solo lo stretto indispensabile. Una valigia piccola. Ce la caveremo. La zia Nell sorrise e annu come fanno gli adulti quando non sono davvero convinti di ci che dicono.
E le macchine fotografiche di mamma? E tutte le cose di pap?.
La camera oscura era piena di fotografie e attrezzature, e nello studio di mio padre c'erano libri e cassapanche piene di mappe. Daremo tutto in beneficenza, rispose la zia Nell, agitando nervosa le mani.
Immaginai degli estranei che esaminavano le fotografie di mia madre e le mappe di mio padre in vendita in qualche mercatino dell'antiquariato. Mi guardai intorno nella casa. Le superfici erano ricoperte di polvere, come se le fredde ceneri del camino avessero ricoperto la casa con un velo di fuliggine. Volevo prendere quel velo e avvolgermelo intorno: il primo strato per nascondere la mia tristezza, quelli successivi per creare una coltre che mi avrebbe protetta, cos niente avrebbe potuto scalfirmi. Fai finta, mi dissi, fai finta di stare bene.
La zia Nell si alz e pos la tazza nel lavandino. I cerchi sul tavolo si erano ingranditi e avevano impregnato il legno. Mi chiesi se sarebbero mai venuti via.
Quella sera salii in soffitta e presi la valigia pi piccola che trovai su uno scaffale di scatole polverose. Misi dentro alcune mappe di pap, le fotografie di mamma, una tutina bianca da neonato e un paio di scarpine, il giornale con l'articolo sul tamponamento, e il premio che aveva vinto Anthony al festival delle scienze.
Giorni dopo, in New Jersey, aprii la valigia e scoprii che era piena di vestiti. Quando chiesi alla zia Nell che fine avessero fatto le cose che ci avevo messo io, lei scosse la testa.
Rimanere attaccati al passato non aiuta molto in una situazione come questa.
Quando scoppiai a piangere, disse:  difficile per me esattamente quanto lo  per te. Ti prego, non fare una scenata.
Ogni mattina mi svegliavo chiedendomi se per caso non fosse tutto un incubo. Non tentavo di convincermi che i miei genitori fossero ancora vivi, ma dovevo abituarmi ogni volta al fatto che non ci fossero pi. Ogni mattina, non appena aprivo gli occhi, ero convinta che fossero ancora vivi. Era come se ogni mattina morissero di nuovo: iniziavo la giornata piena di speranza e nel giro di qualche secondo, quella stessa speranza si spegneva.
Mi interrompo e mi guardo intorno nell'ufficio del dottor Ari, un'ampia stanza rettangolare. Dietro la scrivania c' una porta che probabilmente conduce al suo bagno privato. So che ho scelto io da dove iniziare il racconto, ma perch ho scelto proprio la pallina d'argilla e il funerale? Sono anni che non penso pi ai miei genitori: l'ultima volta probabilmente  stato alle superiori.  stato allora che ho smesso di cercare il viso di mia madre tra la folla;  stato allora che il mio cuore ha smesso di sussultare alla vista di una Suburban bianca.
Dottor Ari, perch sto parlando di questo? Non ci sono segreti di famiglia nascosti in soffitta, n cadaveri nel giardino. Perch la gente  cos attratta dalla propria infanzia?. Continuo ad abbassarmi le maniche della camicia, fin quasi alla punta delle dita. Non ho un solo ricordo della mia infanzia che risalga a prima dei miei dieci anni. Dovrei ricordare anche gli eventi precedenti? Sembra che prima di questo momento non ci sia stato niente, e che tutto inizi dopo. Non so, vorrei solo capire se c' un motivo per cui non ricordo la prima parte della mia infanzia.
Il fatto che lei non abbia ricordi non significa che la sua infanzia sia stata brutta, cos come non avere brutti ricordi non significa che sia stata bella. Lui sembra tutto fiero della sua risposta; io invece devo avere un'espressione a dir poco confusa. Il dottore incrocia le gambe e si sistema sulla sedia come per mettersi comodo e iniziare un lungo monologo. I primi anni sono quelli dell'attaccamento. Il tipo di adulto che si  diventati  l'indicatore pi affidabile di un'infanzia positiva o negativa, pi affidabile di qualsiasi ricordo o della mancanza di ricordi. Il dottor Ari mi guarda come se questo dovesse spiegare qualcosa.
Sono confusa. E nel mio caso, considerato il motivo per cui sono qui, cosa significa?
Pensando a sua madre, qual  il.
Cerchiamo di essere realistici, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono qui per cercare di ricordare se c'entro o meno con la scomparsa di mia figlia. Per usare un eufemismo. Perch in realt si tratta di una domanda precisa, quella a cui tutti si aspettano che risponda. Sento che mi sto agitando, il cuore mi batte forte e ho voglia di alzarmi e muovermi.
Quindi non vuole parlarmi di sua madre?
No, no, lei mi ha frainteso completamente. Non  che non voglia parlare di lei. I miei sensi non la ricordano: nessun odore, nessun contatto, nessuna emozione provata in sua presenza. Ricordo solo i fatti. Era sempre impegnata, forse un po' distante, ma questo che cosa significa? Quale conclusione dovrei trarne? Questo che cosa rivela di me?
Come ho detto, per il momento non significa niente, risponde lui.
E se io. Mi interrompo, non so dove voglio arrivare.
Essere distanti non  un tratto ereditario, non  una mutazione genetica, se  questo che si sta chiedendo, spiega il dottor Ari.
Forse non  un fattore ereditario, ma pu essere un modello a cui ci si ispira.  possibile?
S, ma non possiamo trarne nessuna conclusione. Mi permetta di farle un esempio. Il figlio di un tossicodipendente si trover ad affrontare il problema della tossicodipendenza. Una soluzione potrebbe essere tenerlo all'oscuro di tutto. Per, in questo modo ci saranno soltanto pi segreti. Cerchi piuttosto di pensare al comportamento dei bambini come a un tentativo di ovviare ai difetti dei propri genitori.
Peccato allora che mia madre non possa essere qui a rispondere a nessuna domanda. Cerco di non sembrare sarcastica, ma non riesco a trattenermi.
Nella mia professione capita spesso che ci si confronti con i propri genitori solo quando ormai  troppo tardi. Cos si rischia di vedere le cose solo dal proprio punto di vista, non crede?
 per questo che la gente si rivolge agli strizzacervelli.
Il dottor Ari serra le labbra fino a farle scomparire: la sua bocca sembra quasi un taglio fatto con un coltello. Comincia a battere la gamba; poi si sposta in avanti sulla sedia e si china verso di me.
Non pensi a me come uno strizzacervelli. Pensi a me come, come. Sta passando in rassegna le opzioni in cerca della parola giusta; poi il suo viso si illumina. Ecco, la sua ostetrica. Pensi a me come la sua ostetrica. Sono qui per assisterla e aiutarla a partorire il passato. N la compassione n l'amicizia la aiuteranno a completare il processo. Lei mi ignorer, mi pregher di fermarmi e quasi certamente a un certo punto mi odier. E alla fine, quando avr finalmente conquistato la verit, si render conto che sono sempre stato al suo fianco.
Quindi lei  dalla mia parte?, vorrei chiedergli, ma non lo faccio. Mentre rifletto sulle sue parole, mi rendo conto che posso soltanto sperare che qualcuno mi stia accanto. In quel momento esatto decido che avr fiducia in lui, e che gli permetter di portarmi lontano, in posti dover preferirei non andare. Tutto questo perch voglio trovare mia figlia. O scoprire cosa le  successo. O scoprire cosa le ho fatto.
Mi sembra nervosa, osserva il dottor Ari, guardandomi le mani.
Sono un minatore, scendo sempre pi gi in fondo alla miniera e tutto ci che devo fare  portare alla luce delle pietre preziose. Se  vero che i ricordi sono gemme, andr avanti cos, lasciando che sia il dottor Ari a separare l'oro degli stolti da ci che  davvero prezioso.
Al funerale dei miei genitori qualcuno mi mise in mano una pallina di argilla. Ero in piedi accanto a una fossa scura scavata nel terreno. La funzione religiosa, i pianti, le preghiere: tutto questo non aveva niente a che fare con la mia famiglia. L'impresa funebre aveva adagiato una accanto all'altra tre bare allineate; una piccola tra due pi grandi. Il prete era giovane e nonostante i suoi sforzi di farsi crescere i baffi aveva solo una leggera peluria. La sua pelle era priva di pori, come se avesse immerso il viso nella cera.
Di colpo mi ricordai di Joan Hardaway, una ragazza che abitava nella nostra stessa strada e veniva a scuola con me. Aveva la fama di quella che si tagliava, ma non capivamo davvero che cosa significasse. Sapevamo solo che le piaceva farsi del male. Joan Hardaway era una ragazza grassoccia con la forfora e i denti gialli. Una volta vidi le sue gambe, mentre ci cambiavamo dopo l'ora di educazione fisica. Aveva le cosce ricoperte di un reticolo rosso. Sembravano linee fatte intenzionalmente, come immagini disegnate nella sabbia, illeggibili, ma da cui traspariva una grande sofferenza. Pensai che era strano provare a dimenticare il dolore procurandosene dell'altro. A quell'epoca mi sembrava un comportamento illogico.
Mi sento addosso gli occhi interrogativi del dottor Ari e mi rendo conto che sono rimasta in silenzio da un bel po'. Il ricordo del funerale mi fa venire la nausea, esattamente come sedici anni fa. Devo rimanere concentrata; devo parlare lentamente e stare molto attenta. Devo dirgli cosa  successo: ho lanciato la pallina di argilla, che ha colpito la bara di mia sorella ed  andata a finire in mezzo ai fiori.
Racconto al dottor Ari che in quel momento sono diventata una spettatrice, perch era una scena troppo dolorosa, ed era come se osservare me stessa dal di fuori potesse alleviare in qualche modo il dolore. Ho un'immagine vivida di me e Anthony l in piedi, che ci teniamo per mano.
Quando calarono le bare nella fossa, una dopo l'altra, strattonando le corde con noncuranza, scoppiai a piangere. Provai ad allontanarmi da Anthony, ma lui mi trattenne, stringendomi la mano cos forte da farmi male.
No. NO. Aspettate. Lanciai un urlo, seguito da un sussulto generale. Alcune donne iniziarono a singhiozzare, i fazzoletti premuti contro le bocche, gli occhi sgranati, l'imbarazzo nelle voci soffocate.
Stella, ti prego, non farlo. Anthony mi stava supplicando.
Smettila di tirare cos forte. Smettila di tirarmi il bra.
I miei singhiozzi si fecero sempre pi forti, le lacrime mi offuscavano la vista, ma sapevo che mi stavano guardando tutti: fissavano la ragazzina che a un tratto aveva perso il controllo. Riuscii a liberarmi dalla stretta di Anthony e feci un passo avanti.
Non avevo intenzione di gettarmi dentro, non mi stavo preparando a saltare gi. Persi l'equilibrio, perch il terreno cedette proprio al bordo, nel punto in cui iniziava il tappeto d'erba. Caddi e atterrai, come un mucchio di terra appena spalata, su una delle bare pi grandi. Il profumo delle gardenie era asfissiante, i fiori mi pungevano, mi provocavano prurito. Mi girai, la spalla che mi pulsava e alzai lo sguardo. Decine di occhi mi stavano fissando, svettando sopra di me; innumerevoli mani si allungavano, aspettando che io porgessi la mia e mi aggrappassi. Ero seduta sopra la bara, senza sapere se fosse quella di mia madre o di mio padre, con tutti quei volti che mi fissavano. Guardai in lontananza, in alto nel cielo. Anthony si cal nella fossa e mi aiut a rialzarmi; poi delle mani mi tirarono fuori.
Qualche ora dopo si erano riuniti tutti a casa nostra, davanti a un camino freddo pieno di cenere che sembrava insensibile a quello che stava accadendo. Io ero seduta su una poltrona girata verso la porta d'ingresso: entrando, la prima cosa che la gente vedeva era una ragazza con un viso cupo e un piatto pieno in grembo. Lo avevo riempito di polpette, insalata di patate, sandwich e funghi ripieni. La zia Nell mi aveva lanciato un'occhiataccia, e io in risposta avevo preso ancora altri sandwich. Mi ero seduta con il piatto in grembo senza preoccuparmi di prendere una forchetta o un tovagliolo, e guardavo la gente che pian piano si riversava in casa. La mia guardia silenziosa alla porta non fu accolta bene: gli adulti non sapevano se accarezzarmi i capelli o passarmi una forchetta. Non mi salutava nessuno, ma c'era una signora di mezza et con dei baffetti piuttosto pronunciati, mai vista prima, che continuava a guardarmi.
Ciao, Sally, mi salut e mi porse la mano. Quanto avrei voluto essere Sally, pensai, ma non la corressi, n le strinsi la mano. Aveva le radici talmente rossastre che la riga tra capelli pareva sanguinarle.
Mi dispiace cos tanto, aggiunse.
Grazie, Shirley, mormorai. Grazie davvero.
Lei mi guard confusa e si allontan per andare a raggiungere la zia Nell.
Per tutto il tempo che rimasi seduta accanto alla porta, Shirley continu a guardarmi con sospetto. Rimasi l a osservare il fiume di persone tristi riversarsi fuori, finch finalmente la casa non si svuot.
Allora afferrai la mano di Anthony e lo trascinai nello studio di mio padre. Le pareti erano ricoperte di fotografie in bianco e nero di edifici, per la maggior parte industriali. Il primo, appeso proprio accanto alla porta, era il Lipstick Building, tra la Cinquantatreesima e la Terza: sembrava fatto di cappelliere ovali accatastate l'una sopra l'altra. Poi c'erano fotografie di chiese, tra le quali riconobbi la Riverside Church; c'era il Bryant Park Hotel, e poi la Grand Central Terminal, la mia preferita. Sulle pareti si succedevano foto di edifici, tutte allineate come foto di famiglia. Le aveva scattate mio padre, architetto, che si occupava del valore estetico degli edifici e viveva in un mondo fatto di pietra e acciaio, lastre e cemento.
Le tende erano abbassate e la grande cassapanca di cedro nell'angolo emanava un odore speziato, forte e intenso. L dentro pap teneva la sua collezione di mappe antiche. Nel corso degli anni quelle mappe, dal caratteristico odore di straccio bagnato, si erano impregnate del profumo aromatico della cassapanca. Si sentiva anche un lieve odore di fumo. Avevo visto la zia Nell fumare sui gradini all'ingresso e nel cortile sul retro, ma forse adesso aveva preso l'abitudine di accomodarsi nella poltrona di mio padre, a fumarsi una sigaretta con i piedi poggiati sul tavolo. Ebbi una visione di lei, con indosso il vestito di mia madre, che camminava per la casa fumando e facendo infiniti programmi di cui noi eravamo totalmente all'oscuro.
Anthony chiuse la porta dietro di s. L'aria umida della primavera giocherellava con le cianografie e le planimetrie sottili come pergamene, accatastate sulla scrivania di mogano di mio padre. Mio fratello mi guard e poi chin la testa, come se provasse vergogna.
Scrutai il suo viso, un viso che era cambiato enormemente nell'ultima settimana, come se dal giorno alla notte Anthony fosse diventato improvvisamente adulto: i peli della barba che sembravano cos fuori posto, il fisico pi corpulento e muscoloso di quanto non ricordassi. Sembrava cresciuto, un uomo serio e capace, e io mi sentii cos piccola accanto a lui. Non abbiamo bisogno della zia Nell, possiamo benissimo badare a noi stessi. Tu hai quasi diciott'anni e ti permetteranno di prenderti cura di me.
Stella, non posso.
S, puoi. Possiamo. La zia Nell non  niente per noi. Non sopporto neppure la sua vista, e vorrei tanto che facesse le valigie e se ne andasse. Prima se ne va, meglio .
Non posso prendermi cura di te, non posso. Non che io non vo-vo-voglia.  solo, solo che, io. Cominci a balbettare, una cosa che non faceva da anni. Poi si ricompose, come se a un tratto avesse deciso di mettere da parte quel problema infantile. Aveva gli occhi rossi e cominci a camminare avanti e indietro nello studio, cercando le parole giuste e una via d'uscita. Andr all'Accademia militare. Parto tra due mesi. Le sue parole rimasero sospese tra noi e risucchiarono tutta l'aria della stanza. Il mondo era immobile, e anche le tende avevano smesso di frusciare.
Mi faceva male la gola e, ogni volta che deglutivo, mi ritrovavo a rivivere un sogno che avevo fatto, in cui un merlo si infilava lentamente lungo il mio esofago. Proprio come sentivo ancora il dolore del becco che in sogno mi lacerava e strappava la carne, cos sentivo la crudelt delle sue parole. Il cuore cominci a martellarmi. Era come se il merlo fosse rimasto intrappolato nel mio petto, e stesse aprendo le ali sempre di pi. Per un attimo capii perch Joan si procurava quei tagli per sfuggire al dolore. Se rimpiazzi un dolore con un altro dolore, hai l'impressione di avere le cose sotto controllo.
Non sar cos brutto come pensi, azzard Anthony, e sentii che in quell'esatto momento qualcosa stava cambiando, come se stessi abbandonando il mio corpo.
Lungo il corridoio si sentirono riecheggiare dei passi che venivano nella nostra direzione, ma poi si interruppero: non capivo pi se qualcuno si stesse avvicinando o stesse andando via. A ogni modo, da quel momento in poi non sentii pi nulla.
Il dottor Ari mi passa un pacco di fazzoletti. Sto piangendo, ma senza singhiozzare: un fiume silenzioso di lacrime che mi scorrono lungo le guance, il collo, in bocca, dentro la camicia. Hanno lo stesso gusto delle lacrime che ho pianto il giorno del funerale, e mi domando se le lacrime di gioia abbiano un gusto diverso. Il ricordo del funerale dei miei genitori  ancora molto vivido, ma non so perch mi sconvolga cos tanto dopo tutti questi anni.
Rimango con la schiena dritta, cercando di sminuire lo strazio che provo. Ma non posso ingannare il dottor Ari, il falco onnipresente, che avvista il dolore come fosse una preda, si lancia in picchiata e colpisce.
In un certo senso mi sentivo al sicuro nella mia tristezza, e mi dissi che non poteva andare molto peggio di cos. I miei genitori erano morti, mio fratello stava per partire e la zia Nell si stava prendendo a poco a poco ci che rimaneva della nostra famiglia e della nostra casa, come un avvoltoio che con il becco si accanisce sulle viscere fuoriuscite da una carcassa. In sostanza, pensai di aver raggiunto il fondo. Ma mi sbagliavo. Eccome se mi sbagliavo.
Mi guardo le mani, aspettandomi di vedere quella pallina di argilla, ma sono vuote. Finora abbiamo a malapena tirato via lo strato pi esterno ed entrambi sappiamo che rimangono ancora molti strati da strappare via: ferite da aprire sempre pi a fondo fino a mostrare l'osso. Basta, non dir nient'altro di mia iniziativa.
Mi dispiace moltissimo per quello che le  successo, dice il dottor Ari.
Sento una voce, la mia stessa voce, che mi sta tradendo. Mi guardi. Sono seduta qui a cercare di ricordare qualcosa che. Cerco le parole, metto alla prova la mente, sforzandomi di assecondare la svolta che ha preso la mia vita. E adesso? Arrivata a questo punto non so pi in quale direzione andare. Forse ero solo una bambina che aveva perso i genitori e si sentiva sola. Forse la mia infanzia  stata tragica, ma la mia disperazione era iniziata prima del funerale, molto prima, forse prima ancora della mia nascita.
Dottor Ari, alcune persone nascono tristi? Non intendo introverse o riservate, ma depresse? Forse sono uscita dal grembo di mia madre con una predisposizione a cosa pu essere alla tristezza?  possibile?
Esiste una vulnerabilit genetica causata da neurotrasmettitori e agenti biochimici, ma pu intervenire anche un evento traumatico nella fase dello sviluppo, come nel suo caso la morte dei suoi genitori. Il dolore  un grosso agente stressante nel periodo dell'infanzia.
Per la prima volta mi vedo attraverso gli occhi della gente al funerale. Come mi stavo comportando? Ero soltanto un'eccentrica? O corrispondevo alla classica ragazza disturbata, forse persino pazza?  come guardare la mia immagine in una casa degli specchi, solo che non sono affatto distorta. Sono proprio cos, una ragazza cupa, seduta di fronte alla porta a guardare la gente che entra: ecco, questa sono io.
Se vogliamo dirla tutta, nella mia vita ho sempre visto il bicchiere mezzo vuoto. Non solo da adulta, ma anche da bambina. Non ricordo nessun momento particolarmente felice. Non ricordo di essermi mai sentita davvero emozionata, euforica. Dopo il parto ero felice, mi sentivo soddisfatta. Il fatto che alla fine abbiano dovuto praticarmi il cesareo non m'importava. La consapevolezza che il mio corpo era stato capace di dar vita a quella creatura, per me  stata una grande gioia. Ecco,  stata quella la sensazione che ho provato. Ma ecco che ci risiamo: a cosa avrei dovuta paragonarla? La felicit  un sentimento che mi sembra quasi di non poter provare, come se non fossi in grado di percepirla, o qualcosa del genere. Indico il registratore digitale. Come questo registratore. Pu solo registrare l'audio, non pu percepire nient'altro. Non pu registrare la temperatura della stanza, e dopo, quando si riascolta la registrazione, non si pu sapere com'era il tempo in quel momento. Non so se mi spiego.
Io non sono d'accordo.
Su cosa?, chiedo.
Sul fatto che non ci siano stati momenti di felicit nella sua vita. Forse non se li ricorda tutti, ma. Fa una pausa e poi il suo viso si illumina. Da piccolo, mia nonna mi insegn a giocare a petteia, un gioco da tavolo. Una sorta di gioco degli scacchi, per semplificato: vince chi fa pi punti, non chi fa una certa mossa con una pedina.
Il fatto che sua nonna le insegnasse un gioco da tavolo lo considera motivo di felicit?
Non era il gioco in s, ma la lezione di vita che voleva trasmettermi. Per vincere bisognava circondare l'avversario.
Quindi sua nonna le insegnava una sorta di strategia di guerra,  questo che sta cercando di dirmi?
Io non l'ho vista mai come una strategia di guerra; piuttosto mi insegnava che alla fine la pazienza viene sempre ricompensata. Ma soprattutto ricordo il rumore delle pietruzze sulla scacchiera. Il profumo del t, il tintinnio dei gioielli di mia nonna. La sua pazienza mentre mi spiegava le mosse, le strategie. E se facevo una mossa vincente, me la lasciava sempre ripetere. Era una donna saggia e gentile.
Lei sa ancora giocare a quel gioco?
Non proprio. Non credo di essere mai diventato bravo.
Quindi qual  la morale di questa storia?
Che nella vita di ciascuno ci sono sempre dei momenti di gioia. Ma la felicit, come la tristezza,  coperta da vari strati.
Proprio come i ricordi.
Proprio come i ricordi, annuisce lui.
Devo solo ritrovarli. Rimango in silenzio per un po' e rifletto sulle percentuali di tristezza e felicit nella mia vita. I momenti tristi sono sopra, in bella vista, mentre quelli felici sembrano sepolti. Mi volto verso destra. Uno schedario occupa tutta la parete, nascosto strategicamente da una serie di cassetti a scorrimento. Cassetti rimovibili riempiti di documenti cartacei ormai obsoleti. In alto svettano i premi del dottor Ari, incorniciati nel plexiglass, sistemati simmetricamente e attaccati con dei ganci da parete invisibili. Nel mondo che si  costruito il dottor Ari non devono esserci segni di debolezza: persino i quadri devono mostrare di non aver bisogno di un chiodo.
Anthony probabilmente non sa nemmeno che sono qui.
Il dottor Ari solleva le sopracciglia, poi sfoglia il mio fascicolo, come se manipolarlo gli desse l'illusione di poter toccare il mio passato.
Forse di questo dovremmo parlarne presto.
Tira fuori dalla tasca il suo orologio, come se non si fidasse di quello di plastica poggiato sulla scrivania. Per domani voglio che lei rifletta sul concetto di felicit.
Ed  possibile pensare alla felicit?, chiedo.
Un ricordo  un posto che si visita, non un posto in cui si vive. La felicit quindi non  uno stato permanente, ma piuttosto un momento nel tempo. Pu provare a pensare a un momento di felicit? Lo faccia per me.
Io alzo le spalle e gli ricordo che il tempo a nostra disposizione  finito.
Pi tardi, quella sera, mentre scrivo sul mio diario e rifletto sulla storia della nonna del dottor Ari, cerco di ricordare qualche momento particolarmente felice del mio passato, pi che il sentimento stesso di felicit. Provo a pensare ai momenti felici del passato come se fossero andati in frantumi e per recuperarli dovessi ricomporli.
Poi mi viene in mente un'immagine. L'immagine di un edificio, la sua bellezza immobile e silenziosa in evidente contrasto con la frenesia circostante. In quel ricordo mio padre indossa un abito blu scuro e un cappotto. Io indosso un vestito e delle scarpe nere di vernice che mi vanno strette. Mio padre ha promesso di svelarmi un segreto ben custodito.
Siamo alla Grand Central Terminal per il mio decimo compleanno.
Quando lasceremo la stazione, annuncia, sarai tra i pochi eletti che sono a conoscenza di questo segreto. Ha un tono cospiratorio: gli mancano solo un mantello nero e una bacchetta magica.
Non dici sul serio, vero pap? Stai scherzando, giusto?
Estelle, sono assolutamente serio. Sai chi  Adolf Hitler?
Certo che lo so. Il dittatore della Germania nazista. Spero che questa non sia una lezione di storia.
No, non lo . Dopotutto  sempre il tuo compleanno, ride.
Che c'entra Hitler con il nostro segreto?.
Lui abbassa la voce, si china e mi sussurra nell'orecchio. E se ti dicessi che ha mandato delle spie per sabotare questo posto segreto?
E ci sono riuscite?
No, l'FBI le ha arrestate.
C' di mezzo l'FBI?. La cosa si fa entusiasmante.
Raggiungiamo l'atrio principale e pap mi prende la mano. Io lo guardo negli occhi; poi seguo il suo sguardo verso l'alto. Siamo sotto una specie di affresco astronomico. Lo sfondo  blu, le costellazioni dorate. L'affresco ricopre tutto il soffitto dell'atrio principale. Mi vengono le vertigini a guardare in alto. Abbasso la testa e gli stringo la mano.
Che cos'?, chiedo.
Quello, amore mio,  opera di un pittore francese. Quante stelle pensi che ci siano?.
Sento un po' di nausea. Decido di non sollevare di nuovo lo sguardo e provo solo a dire un numero plausibile. Cinquecento.
Duemilacinquecento stelle. Sarebbe il cielo del Mediterraneo. Le stelle pi grandi sono le costellazioni.
Cos'ha di cos speciale? E perch le spie hanno provato a sabotarlo?
Oh no, non  questo il posto segreto che le spie hanno tentato di sabotare. L ci andremo dopo. Intanto volevo mostrarti questo, perch il pittore senza accorgersene ha commesso un errore.
Un errore?.
Esamino l'affresco.
S, ha usato un antico manoscritto. Ci hanno messo molto tempo a capire il motivo dell'errore. Vedi, il cielo  al rovescio. A quell'epoca i cartografi rappresentavano le costellazioni da un punto di vista esterno.
E noi quel manoscritto ce l'abbiamo a casa?.
Lui ride e dice: Secondo te, quella che abbiamo in salotto  la vera Monna Lisa?  solo una copia. Ti mostrer il manoscritto quando torniamo a casa. Adesso andiamo.
Mi stringe la mano mentre camminiamo verso il retro della stazione. Raggiungiamo un vecchio ascensore di servizio. Lui preme un pulsante e immediatamente la porta si apre come se stesse aspettando noi. Entriamo e l'ascensore scende, stridendo e vibrando.
Ovviamente sono gi stata in altri ascensori prima d'ora, ma me li ricordo come gabbie cigolanti e asfissianti che si muovono piano, immerse nella penombra. Questo ascensore non  da meno, eppure il ronzio che sento in sottofondo  persino misterioso, quasi potesse portarmi in una dimensione completamente nuova. Sto per scoprire un segreto, e questo  il momento pi magico della mia vita. Cos quando l'ascensore si ferma vorrei supplicare mio padre di farlo partire ancora, ma non oso perch mi sembra un comportamento infantile. Appena prima che l'ascensore si blocchi, il mio corpo sembra privo di peso, come se il mondo intero si fosse fermato per un secondo.
Quando usciamo, ci ritroviamo in una parte dell'edificio riservata agli addetti ai lavori. La stanza  enorme, il soffitto  pi alto di come mi aspettavo potesse essere in un ambiente sotterraneo. Una parte della stanza  ricoperta da contenitori metallici a forma di scatole con sopra dei quadri di controllo; e nell'altra ci sono dei vecchi macchinari che sembrano giganteschi ingranaggi di un orologio. Il pavimento  fatto di grosse griglie, che vibrano attraverso le scarpe. Sento passare l'aria calda, e sotto di me il rumore di gigantesche ventole.
Ci siamo!. Mio padre  euforico.
Non capisco, non so che cosa ci veda lui di tanto speciale, e mi sembra quasi di deluderlo perch non colgo l'importanza di questo posto.
M-42, aggiunge lui.
Ok. No so cos'altro dire.
Questa  una parte molto importante della stazione. Solo pochi eletti sanno di questo sotterraneo segreto. Ebbene, in questo momento ti trovi nella stanza segreta chiamata M-42. Allora, che ne dici?.
Mi guardo intorno, e devo ammettere che i grossi ingranaggi che fuoriescono da terra hanno davvero un fascino misterioso.  questo il posto che le spie hanno tentato di sabotare? Perch?.
Lui abbassa la voce come se volesse condividere un segreto. Se le spie fossero riuscite a disattivare i convertitori, tutta la stazione sarebbe rimasta chiusa durante la seconda guerra mondiale. Questa stanza era sorvegliata cos bene che chiunque fosse arrivato senza autorizzazione sarebbe finito in prigione. O gli avrebbero sparato.
Ah.
Sai cosa significa?.
Non so cosa dire e alzo le spalle.
Significa che ti trovi un posto che non  riportato su nessuna mappa, nessuna cianografia. Ogni edificio che sia mai stato costruito ha una cianografia; ogni edificio deve essere disegnato sulla carta prima che i costruttori posino il primo mattone. Le pareti sostengono il tetto, i pavimenti sorreggono le pareti, e cos via, e gli architetti calcolano e pianificano ogni centimetro dell'edificio. Tu ti trovi in una stanza che solo in pochi conoscono, eppure ogni giorno milioni di persone ci passano sopra senza saperlo. Affascinante, no?.
Ci rifletto un po' e comincio a comprendere il suo entusiasmo. Immagino che non dovrei condividere questo segreto con nessuno allora, giusto?, osservo, facendogli l'occhiolino.
Lui si acciglia, ma poi mi sorride.  il nostro segreto. Un giorno, forse tra dieci o quindici anni, ci saranno visite guidate, documentari in TV, e questo posto non sar pi segreto. Controlla l'orologio. Ma per adesso,  il nostro segreto. Che ne pensi?
Fico per. Tutte quelle persone che passano per la stazione non ne sanno nulla. Salgono sui treni, vanno a lavoro o a casa, senza sapere di questo posto. E noi abbiamo la fortuna di essere qui mentre  ancora un posto cos speciale.
Lo penso anch'io. Sapevo che ti sarebbe piaciuto molto, dice pap. Mano nella mano torniamo verso l'ascensore che ci riporter sopra, nella stazione brulicante di persone: come insetti realizzano il proprio destino portando avanti i loro svariati compiti, a dimostrazione di che luogo meraviglioso  il mondo.
Quella notte, mentre sono a letto sveglia a fissare il soffitto nella mia stanza, cerco di capire cosa sia successo: non dove possa essere finita Mia, ma che ruolo posso aver avuto io in tutto questo.
Chiudo gli occhi e viaggio a ritroso nel tempo verso la mia infanzia. Sento il copriletto di ciniglia sotto le dita e i rami della vecchia quercia che graffiano contro il vetro della finestra. L'unico filtro che hanno le persone  la loro infanzia, e mentre il fantasma dei miei genitori si materializza, riconosco che a quel tempo i miei erano l con me, presenti fisicamente: mi nutrivano, mi vestivano, e provvedevano ai miei bisogni.
E poi mi viene in mente una cosa. Mio padre non ha mai dovuto tirarmi indietro da un davanzale, non  mai corso in strada a prendermi per salvarmi da un macchina in arrivo. Non ricordo di aver ricevuto mai nessuna dimostrazione di affetto da mia madre, ma immagino che lei fosse seduta accanto al mio letto quando ero malata, e quasi sicuramente mi ha cucito i vestiti di Halloween.
Ma se provo a cercare qualcosa di pi, rimango a mani vuote. Alla fine il punto  questo: non so come giudicare l'amore che i miei genitori provavano per me. La vita non li ha mai costretti a prendere misure straordinarie, non li ha mai spinti a dichiarare la profondit del loro amore al di l dell'affetto naturale, genetico. Loro mi volevano bene. Oltre a questo, era semplicemente una questione di dovere. Ecco, ci risiamo: la mia sacca non contiene gioielli. Soltanto sassolini.
Capitolo 14
Mi parli di Jack, dice il dottor Ari.
Siamo finalmente arrivati al capitolo dedicato a Jack, l'uomo che ho sposato dopo soltanto un anno dal nostro incontro. Il solo pensiero che dovr parlare di lui mi crea gi ansia. Jack dopotutto  un ricordo ancora molto vivo, molto caldo, eppure sento freddo dentro a pensarci. Dalla casa dei miei genitori a Bedford mi ero trasferita a casa di Nell nel New Jersey, e poi in vari seminterrati economici. Ma dopo aver sposato Jack, andai a vivere in un appartamento a William Street. Era al trentaseiesimo piano dell'edificio condominiale della Gotham Tower, con le pareti che rimbombavano in maniera inquietante. Sembrava un castello, e io stavo andavo a vivere nella torre, con tanto di scala a chiocciola. In qualche modo sapevo che tutto questo avrebbe avuto un prezzo.
 davvero molto grande, avevo commentato, cercando invano di non sbattere i tacchi sul pavimento di ardesia.
Lo dici come se fosse una cosa negativa. Jack si tolse il cappotto e poggi la ventiquattrore sul bancone in lava smaltata. Quel gesto indicava che stava per succedere qualcosa. Adesso quando penso a Jack lo immagino sempre intento a mettersi il cappotto o a toglierselo: sempre di passaggio, ma mai davvero presente.
Qual  il prezzo del biglietto?, chiesi allegra, guardando il soffitto di lamiera che prometteva di durare in eterno.
Jack era alla finestra, affascinato dall'incredibile vista della citt. La tua anima, rispose scherzando. La sua ombra che disturbava la perfetta lucentezza dei pavimenti di legno massiccio.
Ricordo che mesi prima avevamo visto dei dimostranti davanti a una clinica che praticava aborti. Jack si era accigliato. Non  altro che un infanticidio, aveva sibilato, chi abortisce  solo un assassino. Quelle erano state le sue parole.
Il dottor Ari mi guarda mentre incrocio le braccia sul petto.
Jack mi chiamava la sua principessa. Per molti versi era un tipo all'antica: fiori, regali, mi apriva lo sportello; gesti del genere. Ma niente era come sembrava: Jack aveva problemi di denaro, alcuni investimenti erano andati male, e alla fine ha dovuto accettare un lavoro a Chicago. Era un lavoro temporaneo, ma lo pagavano bene, e ci ha permesso di uscire dai debiti.
Dopo aver allungato la mano verso il cassetto della scrivania, il dottor Ari si toglie gli occhiali e si pulisce le lenti con un panno.  pronto a guardare le cose pi da vicino o  solo stanco delle macchie che infestano il suo mondo?
Tamburella con la penna sul fascicolo che ha davanti; poi lo apre e lo sfoglia. Vuole essere sicuro di aver capito bene.
Mia aveva solo sette mesi. Per suo marito dev'essere stata una decisione difficile da prendere, considerando lo stato in cui si trovava lei.
Ci sono molte donne che crescono i figli da sole.
Mi dica come si  sentita. Il dottor Ari mi richiama all'ordine, non ha intenzione di lasciar andare la corda: vuole sapere cosa c' dall'altra parte. Mi guardo intorno nel suo studio, cercando di concentrarmi su qualcosa che possa calmare il battito del mio cuore. Il martellio alle tempie  doloroso, come se dentro di me fosse intrappolato qualcosa che cerca di evadere. Gli racconto che ero stanca, oppressa, avevo i vestiti sporchi di rigurgiti della bambina. Che da quando avevo avuto Mia, sentivo di non star bene nel corpo di una madre. Andare avanti significava soltanto alzarmi, mettermi addosso qualche straccio e un sorriso finto per il mondo che mi circondava. Ogni mattina guardavo Jack uscire di casa con un abito lavato a secco e una camicia inamidata. Odorava di vernice per le scarpe e caff, e quando la porta si richiudeva dietro di lui, sprofondavo nell'oscurit. Poi Jack rincasava, ma non per questo ero meno sola. E sprofondavo ancora di pi. Spiego che non riuscivo a far fronte alle esigenze di Mia, mentre Jack in sostanza mi diceva che dovevo soltanto scuotermi e tornare alla realt. E che tutti quei mesi di raccomandazioni da parte di Jack alla fine erano serviti, perch quando lui era andato a Chicago per permetterci di ricominciare, io ero gi riuscita a rivoltare me stessa come un calzino sporco, e a trasformarmi in una versione migliore e pi allegra di me stessa.
Ha mai consultato un medico?. Il dottor Ari ha lo sguardo attento, preoccupato.
Quando gli spiego che un dottore mi ha prescritto degli antidepressivi, mi chiede se abbia mai consultato un professionista, uno psicologo o uno psichiatra, e se abbia mai iniziato una terapia.
La terapia era l'ultima cosa di cui avevo bisogno. Mi dava la nausea anche solo immaginare il suono della mia stessa voce che rimestava nel passato.
Rimango assolutamente immobile. Chino lo sguardo e mi concentro sul fascicolo che il dottor Ari ha davanti. Ha le mani congiunte, poggiate sopra il dossier, le unghie curate, lucide e dalla forma perfetta. Mi domando cosa contenga quel fascicolo. Verbali della polizia, referti medici, fotografie, articoli di giornale.
Non voglio farle pensare che sia stata tutta una terribile tragedia. Non ho mai dimenticato di essere stata l'artefice di un miracolo, neppure per un secondo. Amavo Mia cos tanto che pensavo che il cuore potesse esplodermi. Ma quando ha cominciato a piangere per tutto il tempo, le giornate sono diventate infinite. Scuoto la testa a quest'ultima parola.
Adesso il dottor Ari sembra guardarmi come si guarda un paziente borderline. Quando non riusciva a farla smettere di piangere, si sentiva una madre inadeguata?
Ho fatto tutto quello che mi hanno consigliato i dottori, ma non ha funzionato.
Mi sentivo spiata, osservata, sotto un microscopio. Confesso al dottor Ari che sapevo quello che pensava la gente di me, glielo leggevo negli occhi: Guardate la pazza che non riesce a occuparsi di sua figlia. I dottori, Jack, le infermiere, la gente per strada. Mi davano consigli, mi dicevano di fare questo e quello, di non cullarla cos forte, di cullarla di pi, farla sfogare, prenderla in braccio. Dovunque andassi: al supermercato, al parco.
Quando ha visto che non c'era niente da fare, che cosa si  detta?
Ora, in questo momento, capisco che le cose cambiano. Che tutto passa, che non sarebbe stato cos per sempre. Ma in quel momento, il mio mondo era ristretto al momento che stavo vivendo. Ero emotivamente instabile.
Pensava che Mia stesse soffrendo? Pensava che in qualche modo dovesse liberarla da sua madre, dal suo dolore? Le era venuto in mente un pensiero del genere?.
Il mio cervello cerca disperatamente una via d'uscita e sento una vampata di calore. I miei pensieri accelerano. Voglio rallentarli, ma non ci riesco.
Ci sono cose che non riesco a dire ad alta voce,  come se indossassi un'armatura.
Pu provare a scriverle?. Il dottor Ari mi avvicina il diario. Inspira profondamente e poi espira, liberando la frustrazione, che adesso incombe sulla stanza. Ieri non ha scritto nulla sul diario. Perch?.
La sua irritazione mi risucchia come un vortice. Non ho fatto i compiti, non ho rispettato l'accordo. Ultimamente penso cos tanto che mi fa male la testa: ogni giorno durante le sedute, ogni notte quando scrivo nel diario. In ogni momento di veglia non faccio che pensare. Persino i miei sogni sono costanti interrogativi, che mi scrutano spudorati alla ricerca della verit.
C' un muro, e per quanto mi sforzi non riesco mai a vedere cosa c' dall'altra parte. Invece ho un mal di testa persistente, leggero e martellante, proprio dietro gli occhi.
Mi dica a voce quello che non ha scritto.
Alzo la voce. Non era nulla, davvero. Un grosso albero che ostruiva la vista di un edificio. Nel mio sogno il vento muove i rami, li fa ondeggiare, ma non riesco a vedere ci che c' dietro. Le finestre mi guardano come fossero occhi. Sono vicina, vicinissima, ma poi tutto scompare e mi ritrovo di nuovo all'inizio.
In un sogno un albero non  mai soltanto un albero. Il dottor Ari cerca di convincermi a tornare sul sentiero della memoria, disseminato di sassolini che dovrebbero innescare i ricordi. Solo cos potr continuare il racconto che lui desidera tanto ascoltare. Riprende il diario ed esamina l'ultimo pezzo che ho scritto.
Da quando sono arrivata a Creedmoor i miei ritmi del sonno si sono normalizzati. All'inizio  stato difficile, visto lo stato di ansia i cui mi trovavo, ma i rigidi orari di Creedmoor mi costringono a una sorta di tranquillit. Non sono pi uno zombie che gira per la casa, incapace di concentrarsi sulle incombenze quotidiane.
Il dottor Ari mi ha detto che, mentre mi addormento, dovrei esprimere a parole il desiderio di ricordare i sogni che faccio. Ho usato una particolare sveglia digitale che mi desta ogni novanta minuti a partire dalle tre del mattino, durante o immediatamente dopo la fase REM. La scorsa notte qualcosa  cambiato. Il sogno  iniziato con le immagini di una piccola casa, costituita da una singola camera quadrata. C'era un fiume che scorreva accanto alla casa. Era leggermente inclinata verso il fiume, che si muoveva impetuoso. Le sue correnti erano potenti, quasi rabbiose. Ero consapevole del pericolo, riuscivo quasi a sentire la pressione delle acque impetuose sulle pareti intorno a me. Battevano sui muri della stanza, che scricchiolavano e gemevano. Riuscivo a vedere l'acqua che sgocciolava attraverso le crepe e sapevo che presto la porta avrebbe ceduto alla potenza della corrente. Era solo questione di tempo: le acque sarebbero uscite a fiotti e il fiume mi avrebbe travolto e portato via. Tentavo di uscire da quella casa e quando la sveglia suon e mi riport alla realt, stavo ancora cercando una via d'uscita.
Mentre mi mangiucchio le unghie logore mi ricordo come mi sentissi in quel sogno. Ricordo la ricerca frenetica, il cuore martellante, il respiro corto e affannato. A volte ti ricordi di una cosa, e quella cosa ti fa ricordare qualcos'altro, e prima che tu te ne renda conto, ti sei ricordato tutto.
Sono stanca. Stanca di sminuzzare i miei ricordi, stanca di aprire strati e strati del mio cervello quando in realt non faccio altro che inventare storie. Perch  cos: sono tutte storie. Per sopravvivere la mia mente ha messo a tacere la verit, mentre le bugie che continuo a ripetermi mi vorticano attorno, soffocando la verit. Sono un mostro?
Invece dico: Quello che ho tralasciato di scrivere  che la scorsa notte mi sono ricordata di quando sono uscita a cercare Mia.
Il dottor Ari sfoglia le pagine del fascicolo. Tira fuori la cianografia di North Dandry, allegata al certificato di propriet. La cianografia di una casa: la mappa con le stanze, i corridoi, le porte. Il dottore la apre e scompare dietro il foglio, come se stesse leggendo tranquillamente il giornale della domenica. Si accorge che le parole sono capovolte, quindi lo gira e continua a esaminarlo. La carta oleata  forte: resiste a qualsiasi piega.
Per un momento rimango ipnotizzata dal fruscio della carta. Mi domando se le parole o le immagini stampate sopra ne alterino il suono. L'involucro della caramella contiene la promessa di dolcezza, la carta da regalo evoca le mattine di Natale e i compleanni.
Quella cartina mi ricorda le mappe di mio padre custodite nel suo studio, nelle cassapanche vecchie e logore. Toccandole, quel fruscio ricordava lo scorrere stesso del tempo. Erano fatte di pergamena e cartapecora, leggera e traslucida. Pelle di pecora, cos obsoleta rispetto alla carta oleata che ha in mano il dottor Ari. Mi sembra quasi di vedere la cianografia della casa di North Dandry che comincia a vibrare tra le sue mani.
Finalmente il dottor Ari emerge dalla sua fortezza di carta. Posa la cianografia sulla scrivania. La planimetria  disseminata di mura interne e corridoi visti dall'alto. Il dottor Ari sta guardando dal punto di vista di Dio lo sforzo degli uomini di trovare rifugio dalla sua ira.
Mi racconti della sua ricerca.
Che madre sarei se non cercassi mia figlia?
Mi sforzai di pensare in maniera logica. La prima cosa che fai quando hai perso qualcosa  metterti a cercarla. Avevo letto di genitori che avevano lasciato i figli sul sedile posteriore della macchina, nel passeggino e persino in un asilo nido, dimenticati come un ombrello in metropolitana o una borsa al ristorante.
Ero sul marciapiede e guardai a sinistra, poi a destra. In strada c'era un divano rosso abbandonato, su cui era attaccato un cartello con la scritta PRENDIMI.
Mi feci schermo con entrambe le mani per vedere attraverso i vetri oscurati della macchina. Non vedevo nient'altro che un sedile vuoto. Premetti il pulsante sul telecomando e il portabagagli si apr. Dentro c'erano il vecchio seggiolino di Mia e la vecchia valigia vuota che mi ero portata nel New Jersey tanto tempo prima. Ultimamente avevo cambiato seggiolino e ne avevo preso uno che si poteva mettere nel senso di marcia perch sembrava che Mia si calmasse in macchina se poteva vedermi. La valigia era ammaccata; il meccanismo di chiusura non funzionava pi. Era la stessa valigia di tanti anni prima.
Chiusi il portabagagli con un colpo secco. In strada si sentivano i soliti rumori familiari: era domenica e dalla chiesa dall'altra parte della strada, la St Joseph, le canne di un organo accompagnavano la melodia di un inno. Circa un centinaio di metri pi avanti lungo la strada c'era l'entrata della metropolitana. Davanti al cancello di ferro delle scale era seduta una barbona. Accanto a lei su un pezzo di cartone era accucciato un cagnolino, una bandana unta avvolta intorno al collo. Quando mi avvicinai, il cane sollev la testa. La donna indossava almeno tre o quattro strati di vestiti. Lo strato superiore era un grosso sacco dell'immondizia nero con un buco per la testa e due per le braccia. Accanto aveva due sacchi di plastica pieni di vestiti e coperte. Aveva gli occhi chiusi, ma dalla postura sembrava tesa.
Mi scusi, dissi, e vidi che apriva un occhio. Il cane ringhi e si alz. Lei gli pos la mano sporca sulla schiena. Il cane si riaccucci senza per smettere di guardarmi.
Che cosa vuoi?, domand.
 seduta qui da molto?, chiesi.
Lei rimase in silenzio.
Ha visto qualcuno lasciare il mio palazzo con una, esitai. Forse dopotutto non era proprio una buona idea. Mi avvicinai e il cane ringhi. Una bambina, aggiunsi e mi resi conto immediatamente di quanto dovesse suonare folle.
Hai qualche spicciolo?. La donna tir fuori una banana da sotto il sacco dell'immondizia che le faceva da impermeabile.
No, non ho niente, non ho con me il portafogli, ma ho bisogno di sapere se ha visto qualcuno allontanarsi dall'edificio laggi. Indicai la strada, verso il civico 517, pi o meno dove c' il divano rosso. Con una bambina. Ha visto qualcuno che si allontanava con una bambina?
Io vedo un sacco di cose. Fece un risucchio e sbucci la banana troppo matura. Poi mi guard dall'alto in basso. Una bambina, dici? La tua bambina?
S, ha sette mesi, qualcuno l'ha presa. Ha visto qualcosa?
Hai perso la tua bambina?, chiese, e le sue gengive senza denti schiacciarono un pezzo di banana. Avresti dovuto tenerla pi vicina. Fece schioccare le labbra, prendendo un altro boccone. Io ho un figlio, continu. Vuoi vederlo? Sta sempre con me. Esamin il marciapiede come se volesse accertarsi che non ci fosse nessuno a guardare. Il cane, tutto contento, prese l'avanzo della banana.
Suo figlio?, chiesi.
Mio figlio.
Io non devo solo Ho solo bisogno di sapere se lei ha visto qualcosa.
Infil la mano sotto il sacco impermeabile, scav dentro i vari strati e tir fuori un mucchio di stracci sporchi. Apr gli stracci, uno alla volta, come se l'involto contenesse una gemma preziosa. Quando sollev l'ultimo angolo, sorrise con il suo sorriso sdentato. C'era una grossa massa marrone adagiata tra le pieghe. Deglutii. Sentii un fetore di marcio.
Vorrei tanto avere una casa per lui, mormor la donna, e accarezz con le dita annerite uno scoiattolo mummificato. Non se la passa bene. Questo non  il posto giusto dove tenere un bambino. Hai un contenitore dove posso metterlo?.
Sollev l'involto. Un'incisione correva lungo la pancia dello scoiattolo. Rabbrividii e voltai la testa. Mi sforzai di controllare lo stomaco, ma era una battaglia persa.
Corsi per meno di mezzo isolato gi per North Dandry verso Liberty Street. Svoltai in un vicolo a destra, e davanti al retro di un negozietto che dava su Linden Street, vomitai. Continuai ad avere dei conati, incapace di togliermi dalla testa quello scoiattolo.
Poi mi guardai intorno: una serie di casse della frutta piene di insalata appassita e cetrioli avvizziti poggiate sopra lattine ammaccate di ceci. Il tanfo era orribile. Una testa di lattuga guasta e quasi liquefatta stava sopra una cassetta piena di pomodori cadaverici, barattoli schiacciati di mais, cartoni di latte appiattiti e una borsa di rete di arance raggrinzite coperte di una muffa bluastra.
Tornando indietro verso il 517, passai di nuovo davanti alla barbona. Il cane sollev la testa per guardarmi, ma stavolta scodinzol. La donna aveva gli occhi chiusi, la testa china sul petto. La superai, proseguendo lungo la North Dandry. Aprii il portabagagli della macchina, posai a terra il seggiolino e presi la valigia ammaccata.
Continuai a guardare la donna. Mentre le posavo accanto la valigia, lei rimase immobile in silenzio.
Rimasi seduta sul divano in salotto per quelle che sembrarono ore. C'era un tale silenzio che riuscivo a sentire il battito del mio cuore. Cercai di tenere occupata la mente chiedendomi dove guardare, dove avevo gi guardato, cosa fare adesso. Scacciai tutte le angosce per la salute e la vita di Mia, come se non pensarci potesse rendere la cosa meno plausibile. E poi mi venne un pensiero, un'idea nuova, una possibilit a cui non avevo ancora pensato. Io non ero diversa dalla vecchia barbona all'angolo che faceva passare per suo figlio la carcassa vuota di uno scoiattolo.
Questa  pazzia. Tutto questo  solo una pazzia.
Non  venuto nessuno a prendersi Mia.
Nessuno ha preso i suoi vestiti, i biberon, il latte in polvere.
Nessuno ha attraversato i muri portandosi via i suoi pannolini, nessuno  entrato nonostante tutte le serrature e i catenacci. C'era solo una spiegazione logica per quello scenario: non c'era nessuna bambina. Non c'era mai stata nessuna bambina. Mia era solo un prodotto della mia immaginazione. Come si poteva spiegare altrimenti che le cose di mia figlia non c'erano pi? Vestiti, pannolini, biberon. Avevo bisogno di una prova, una prova che lei fosse davvero esistita. Dovevo convincermi che non ero pazza.
Mi alzai e andai in camera da letto. Mi tolsi la camicia e il reggiseno e mi misi allo specchio di schiena. Dovevano esserci dei segni sul mio corpo se avevo davvero partorito. Doveva esserci del grasso in eccesso intorno alla pancia, uno strato di pelle morbida e flaccida non ancora rientrato. Dovevano esserci delle smagliature, una linea nigra, i capezzoli scuriti.
La mia sanit mentale dipendeva da ci che avrei visto allo specchio. Feci un respiro profondo e mi voltai. La donna allo specchio era esile, quasi ossuta. Aveva gli zigomi pronunciati, la pelle che sembrava di cartapesta. Il seno era di una misura normale. Non c'erano smagliature, nessuna linea nera lungo la pancia, e i capezzoli non erano pi grandi del normale.
Seguii i contorni della pancia, esitando in prossimit della vita. Chiusi gli occhi e tirai gi l'elastico. La cicatrice orizzontale del taglio cesareo, rosa e sporgente. Percorsi quella linea con le dita, le protuberanze palpabili, le suture in rilievo.
Era tutto vero. Allora non ero pazza. Non potevo credere di aver messo in dubbio l'esistenza di Mia. Il fatto stesso che fossi davanti a uno specchio a controllare se il mio corpo riportasse i segni di una gravidanza, adesso mi sembrava ridicolo. Ma la sorpresa non era dovuta tanto al fatto di aver negato l'esistenza di Mia. Mi ero aspettata di vedere un corpo sottile da modella, e invece ero soltanto pelle e ossa. Cosa stava succedendo? Che diamine mi era successo? Quando avevo smesso di essere una donna attraente e mi ero ridotta cos? Ancora qualche settimana e sarei diventata un mucchio di ossa scheletriche.
No, la pi grossa sorpresa non era che fossi arrivata a negare l'esistenza di Mia. La vera sorpresa era che questa donna ossuta ed emaciata, questa pazza nello specchio, era ancora tutta intera. Che cosa la tenesse ancora insieme, non ne avevo idea.
TERZA PARTE
Qui devi correre il pi possibile per rimanere nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio!.
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trov
Capitolo 15
L'alba non ha ancora ceduto il posto alla luce mattutina quando un assistente ci accompagna a un furgoncino bianco. Io mi siedo sul retro, e il dottor Ari alla mia sinistra dietro il posto di guida. La sua valigetta  poggiata tra di noi, e il braccio destro del dottore  adagiato sopra come a guardia di un segreto nascosto tra l'involucro di cuoio e l'imbottitura di seta. Partiamo e cominciamo ad avanzare lungo il vialetto tortuoso fiancheggiato da salici piangenti. I rami si muovono nel vento come una misteriosa processione religiosa.
L'assistente, che ho visto ogni tanto durante i pasti, indossa una giacca di pelle sopra la divisa. Si chiama Oliver. Ha le mani callose, percorse da vene che, come rivoli blu, le attraversano per scomparire nelle maniche della giacca. Al momento giusto gli chieder come mai le sue mani sono ridotte cos, ma per il momento mi limito a guardargli le dita che accendono la radio.  un bel ragazzo, giovane, e decido di usarlo come distrazione.
Il dottor Ari indossa un abito, e sopra un impermeabile. Da quando l'ho conosciuto,  la prima volta che non  vestito di bianco. La radio  a basso volume, ma riconosco She will be loved dei Maroon 5.
Il pane tostato della colazione si agita nello stomaco, ma giuro che manterr il controllo. Dopo trenta minuti di viaggio la nausea comincia a passarmi, ma avverto una forte pressione tra gli occhi, e le macchine di passaggio lasciano delle tracce sfocate nel buio, come scie luminose.
Che cosa le  successo ai capelli?, chiede il dottor Ari.
Mi sporgo un po' a sinistra, ma non riesco a vedermi nello specchietto retrovisore.
Li ho tagliati ieri sera. Le piacciono?.
Cerco di sembrare indifferente, ma non lo sono: in realt odio quello che ho fatto ai miei capelli. Volevo che il mio aspetto riflettesse il cambiamento che ho avuto, e ho cercato di cambiare qualcosa di me: qualcosa di visibile, qualcosa che tutti avrebbero notato.
Sapendo che questa gita era imminente, mi sono chiesta a chi potessi rivolgermi  che idea puerile  e mi sono ricordata di un santo cattolico in particolare. Entrambi i miei genitori erano cattolici, e anche se non erano praticanti il mio certificato di nascita proclama la mia appartenenza alla stessa confessione. Mio fratello  stato chiamato come sant'Antonio, un monaco francescano con la chierica. Sant'Antonio  il patrono degli oggetti perduti e delle persone scomparse, e si  tagliato i capelli come simbolo di rinuncia al mondo.
Per un attimo ho pensato di rasarmi i capelli a zero, ma poi ho deciso di accorciarmeli soltanto come simbolo di un nuovo inizio.  stato quasi un atto di penitenza, un modo per liberarmi dai peccati del passato. Ma forse ho esagerato, e alla fine  stato solo un sacrificio che ho offerto a sant'Antonio per ottenere la sua clemenza, perch questo giorno mi fa paura, cos come mi sembra carico di promesse. A ogni modo non mi sono rasata del tutto.
La sua capigliatura ha qualcosa a che fare con la gita di oggi?. Il dottor Ari sembra disinteressato, ma chiede comunque.
Sono colpita dalla sua perspicacia, ma rimango evasiva. Immagino che fossi pronta per un cambiamento. Semplicemente questo. Provo di nuovo tristezza: la sento da qualche parte tra il cuore e lo stomaco, un sentimento che non sono mai stata in grado di descrivere in modo appropriato. Pi che altro  una sensazione, il desiderio di acqua fresca: come se dovessi placare un sete profonda che permane dentro di me. Mi passo le dita tra i capelli, cominciando dalla tempia destra. Prima mi arrivavano oltre le spalle; adesso a stento coprono la cicatrice, che ricorda a tutti che mi manca un orecchio.
Esamino il profilo di Oliver. Lui sembra del tutto indifferente a questa gita, ma immagino che sia anche un po' sollevato perch oggi non deve somministrare Valium e allacciare camicie di forza.
Tu che ne pensi, Oliver?. Lo guardo, sapendo che secondo il regolamento dovrebbe ignorare i miei tentativi di fare conversazione.
Il cambiamento fa bene, commenta Oliver e mi fa l'occhiolino. Il dottor Ari si schiarisce la gola.
Il dottore si astiene dal farmi notare che adesso si vede che ho un orecchio completamente distrutto, ma sono sicura che tra un po' lo far. Per quanto sia stato un gesto impulsivo, volevo che il mondo vedesse che, nonostante ci che ho fatto io,  stato fatto qualcosa anche a me.
Rimaniamo in silenzio per un po'. Il dottor Ari non ha stabilito degli obiettivi precisi per la giornata. Mi ha solo detto di seguire la corrente, lasciare che accada ci che deve accadere. Spero di potergli raccontare una storia, e poi di inginocchiarmi ai suoi piedi come una vittima sacrificale, un'offerta al dio dei ricordi perduti.
Allo stesso tempo mi chiedo quali sorprese abbia in serbo il dottor Ari nella sua borsa magica. Continuo a guardare la sua valigetta: sembra custodirla in maniera piuttosto ossessiva, e immagino lame chirurgiche, segaossa e martelletti di gomma. Mi immagino il dottor Ari sperduto su un'isola, con soli tre oggetti di sua scelta che ha potuto portarsi dietro. Scelgo io per lui: una spazzola per tessuti, un registratore digitale e il Corano. Per Oliver  pi difficile indovinare: forse una radio, un cane e un pacchetto di sigarette?
Mentre ci avviciniamo a North Dandry mi sembra di sentire tra le dita i manici di un passeggino. Le altre mamme mi guardavano male mentre spingevo sul passeggino mia figlia urlante. Ma quando arrivavamo al Drummer's Cove, Mia si calmava sempre. Il ritmo delle percussioni, il rumore delle danze e dei festeggiamenti estivi la cullavano e la facevano sempre addormentare.
A sinistra appare Prospect Park, mentre North Dandry  alla nostra destra. Quando raggiungiamo il civico 517, il furgoncino accosta e si ferma lungo la strada. Sul marciapiede, osservo un dog walker che tenta di tenere a bada tre levrieri. I guinzagli sono attorcigliati, le code dei cani infilate sotto i corpi slanciati, puntate verso gli ampi petti
Mentre il dog walker riprende il controllo del branco, sento un clic. Il dottor Ari ha aperto la sua borsa magica. Ha in mano una busta di plastica per le prove indiziali con un nastro adesivo blu. Il dottore rompe il sigillo e mi porge la copertina di Mia. L'esperimento  iniziato.  strabiliante come la vicinanza della casa di Brooklyn e la copertina di Mia nelle mani del dottor Ari riescano a creare la scintilla perfetta necessaria ad accendermi la memoria.
Mi sforzo di guardare avanti. Il profumo  una magia che scatena un effluvio di ricordi vividi, l'apoteosi di un viaggio nel tempo.  forse possibile infilare uno a uno i ricordi come perline e indossarli come una collana? E d'ora in poi la vista di un levriero mi scatener per sempre il ricordo di questo esperimento?
Mi vengono in mente una serie di nozioni scientifiche. Il profumo, il pi potente agente scatenante, attiva il bulbo olfattivo, che  connesso con il sistema limbico del cervello, per cui i ricordi vengono richiamati quasi istantaneamente. Quando sentiamo per la prima volta un profumo, lo colleghiamo a un evento, una persona o un momento. L'odore di cloro  radicato per sempre nel nostro cervello come il ricordo dei giorni d'estate, o magari di un momento di panico dopo una caduta in piscina.
Chiudo gli occhi, faccio un respiro profondo e mi lascio andare.
Avverto un cambiamento dentro di me, un mutamento che posso solo descrivere come una forte attrazione verso un altro punto nel tempo. Sento il fruscio di una busta di plastica, e poi un odore che  un misto di talco per bambini, fascetta adesiva, lozione idratante, pannolini sintetici e acqua di colonia. Mia. L'odore  lieve, ma scatena potenti reazioni fisiche ed emotive. Per quanto cerchi di non guardare, e voglia persino sfuggire a quel profumo che si fa cos prepotente nell'abitacolo del furgoncino, mi arrendo alla sua forza. Qualsiasi cosa abbia tenuto a bada finora si libera come una mandria di cavalli selvatici che si fiondano attraverso un cancello aperto. Un ricordo raggiunge il mio cervello nella forma di un profumo, eppure  molto di pi.  la travolgente sensazione della presenza di mia figlia.
Mi vengono in mente delle scene.
Il viso di una neonata sul mio petto. Coperta di sangue e poltiglia, la testa un po' ammaccata, la pelle bluastra. Il mio cervello  confuso. La sua fragilit mi sorprende, la sua attenzione mi tiene sulle spine.
Poppate notturne, una dopo l'altra. Il pianto, che con la sua urgenza mi urta, mi tira come un elastico allungato fino al limite. Il suo pianto strattona e tira l'elastico, fino al punto di rottura.
La mia mascella, emblema della mia follia. Le tolgo di bocca il ciuccio e lo sostituisco subito con un biberon prima che inizi a piangere. Come un cane affondo i denti nella plastica e la mia mascella sopporta una pressione di cinquanta chili. Sul manico del suo ciuccio ci sono i segni dei miei denti.
Il punto morbido tra le ossa craniche, la fontanella, contiene l'origine della pazzia, e in preda a una tentazione malvagia mi chiedo quanto in profondit andr il mio pollice e quanto dovr spingere prima che il pianto smetta.
Brevi sprazzi di ragionevolezza in mezzo alla pazzia. Tre rumori capaci di sovrastare gli strilli: la doccia che scorre, l'aspirapolvere, la radio. A un tratto per me sono rumori celestiali: la Santissima Trinit.
Ho fatto un errore. Desiderare di tenerla in braccio, cullarla e guardarla negli occhi, sussurrare il suo nome e sorridere: tutti sentimenti e gesti che mi sono diventati estranei.
Io mi impegno molto: le cambio pannolini, le faccio il bagno, le do da mangiare. Ma niente mi viene facile. Non il mio amore per lei, non la consapevolezza che sono io tutto il suo mondo.
Le sue esigenze mi tartassano come una creatura che mi squarcia le viscere.
Non sono una buona madre.
Ecco Jack. Il suo viso  radioso, la tiene in braccio con naturalezza, il suo amore  qualcosa di primordiale. Ha lo sguardo adorante.  un re che protegge il suo regno, consapevole dei pericoli, altruista e audace. La nostra felicit dipende da lui. Lui accetta questo destino, ed  ricompensato da sua figlia, che in sua presenza sgambetta ed emette gridolini di gioia. Io invece non sono degna di questa corona.
Le visioni mi liberano della loro incombenza e mi ritrovo di nuovo sul sedile posteriore del furgoncino, come se la mano di un gigante mi avesse riportata al mio posto. La pioggia batte sul tetto come raffiche di mitra. Quando ha iniziato a piovere? Quando si  scurito il cielo e ha cominciato a scatenare su di me la sua ira? Il mio viso  bagnato e sto tremando. Mi sento esposta come una ferita aperta.
Prendo il fazzoletto che il dottor Ari mi sta porgendo e mi asciugo gli occhi. La pioggia smette all'improvviso, cos come  iniziata. Guardo attraverso il finestrino del furgoncino parcheggiato e vedo Oliver dall'altra parte della strada, all'entrata del parco, seduto su una panchina sotto un gazebo, i cavi degli auricolari che fuoriescono dalle tasche e gli arrivano alle orecchie. Accarezza un cane di passaggio e segue con lo sguardo un gruppo di ragazze che gli passa davanti. Lo invidio: quanto deve essere facile sorvegliare qualcuno anzich essere sorvegliati. Oliver prende qualcosa dalla tasca, un qualche attrezzo, e si mette a scalpellare un oggetto, come se stesse scolpendo una pipa in schiuma di mare.
Il dottor Ari, il registratore digitale in una mano, la copertina nell'altra, studia il mio viso. La vicinanza dei nostri corpi mi provoca imbarazzo e disagio.
Esco dal furgoncino, spingo con decisione lo sportello e lo guardo scorrere fino a richiudersi.
North Dandry  una via alberata e dritta come un righello. Una serie di case a schiera in mattoncini rossi convivono in armonia come libri su uno scaffale, tutte vecchie e minute. Le facciate vanno dal giallo chiaro al rosso, al grigio. Pi gi, verso Fullerton, si vedono case in stile gotico, greco o rinascimentale. Qui a North Dandry invece le case di mattoncini rossi sembrano fondersi in un complesso unico, fatto di finestre ad arco, grossi comignoli, ringhiere e cancellate in ferro battuto.
L'acero norvegese davanti al civico 517 si erge in silenzio nel proprio isolotto di terreno compatto, circondato da una cancellata in ferro battuto che irrompe nel paesaggio di cemento. Avrei giurato che l'albero l davanti fosse un abete, e non un acero.
Guardo il dottor Ari, aspettando istruzioni. Lui tira fuori un mazzo di chiavi dalla tasca del cappotto, spinge gli occhiali fin sulla punta del naso e cerca una chiave. La sua voce come sempre  molto controllata. L'edificio  vuoto, annuncia, reggendo tra il pollice e l'indice una grande chiave dorata; poi me la porge. Il suo folle piano consiste in questo? Dovrei semplicemente entrare e pretendere che il palazzo mi restituisca i miei ricordi? E se il palazzo avesse un'anima e scatenasse la sua ira contro di me? Potrebbe punirmi per quello che  accaduto qui dentro?
Apra la porta ed entri nell'appartamento. Cammini e tocchi qualunque cosa si senta di toccare. Poi il dottore annuisce e si fa da parte. Solleva il braccio destro per darmi il benvenuto nella sua casa: la mia casa. Avanti.
Prendo la chiave e salgo sul gradino della porta d'ingresso. Inserisco la chiave nella serratura e la giro verso destra. Spingo e la porta si apre.
Stiamo entrando al 517 di North Dandry, dice il dottor Ari, accendendo il registratore.
Mi accoglie un odore invadente di vernice; i corridoi appena verniciati sono di un bianco stridente, quasi accecante. Le tempie cominciano a pulsarmi nel momento stesso in cui metto piede sulla soglia. La porta del mio appartamento  aperta. Stare l in quel corridoio  una sensazione familiare e strana allo stesso tempo, come se fossi reduce da un viaggio nel tempo. Non so che cosa fare adesso. Dovrei aspettarmi un profumo magico, un suono, un sapore che risponda a tutte le mie domande?
Noto dei segni di polvere nera sulle porte e i residui del nastro giallo della polizia. Anche se la polizia senz'altro ha rovistato l'appartamento, sembra tutto ordinato. Non ci sono armadi spalancati n cassetti aperti da cui fuoriesca roba. L'unico segno della presenza di gente estranea sono le tende bloccate a met, che trasmettono una sensazione di disordine.
Mentre entro in camera di Mia, sento il battito accelerare.  incontestabile l'energia che produce quel lettino vuoto davanti alla finestra.  come se sulla stanza fosse caduta della cenere vulcanica. Il materasso del lettino e i paracolpi sono stati rimossi. Mi sembra che i colori della stanza siano cambiati dall'ultima volta che sono stata qui. Tutto sembra pi luminoso, e la stanza  immersa nella luce che filtra dalle imposte. Le sbarre del lettino sono coperte di polvere nera, e cos anche la cassettiera, il fasciatoio, la porta dell'armadio e le finestre. Mi sento oppressa da un senso di colpa, come se avessi fatto qualcosa di irreparabile, senza sapere esattamente che cosa. Vorrei tanto fare ammenda, confessare, ma  soltanto una sensazione, vaga come uno spettro, senza forma, incorporea.
La giostrina di Campanellino pende sopra il lettino, sghemba e abbandonata.
La lampada notturna che proietta il cielo stellato  senza cupola, una triste tartaruga senza il guscio. Qualcuno deve averla rimossa per esaminare l'interno della lampada. Mi avvicino. Due rotelle a carica manuale, un comparto per la batteria. Manca la lampadina. Passo il dito lungo il bordo, ricordando quanto Mia amasse quelle stelle che attraversavano i muri e il soffitto. Sul bordo c' un adesivo, in parte rimosso: TENERE FUORI DALLA PORTATA DEI BAMBINI.
Le mie mani iniziano a tremare e sussulto quando sento qualcosa pizzicarmi il dito. Osservo la linea cremisi e mi rendo conto di essermi tagliata il dito su una piccola scheggia di vetro che fuoriesce dall'incavo scoperto. Mi strofino l'indice insanguinato contro la punta del pollice. Sento il sangue caldo tra le dita, la sensazione appiccicosa scatena qualcosa e, come un pupazzo a molla che esce dal cappello, il pensiero salta fuori, poi si interrompe, poi si fa pi nitido. La melodia che accompagna quel pupazzo  il fragore di un tuono che mi rimbomba nella testa, mentre guardo la mia mente riassemblare il momento in cui quel ricordo si  formato.
Sangue, tanto sangue.
Lacrime che scorrono sulle guance insanguinate.
Piedi nudi che battono furiosamente tra le schegge.
Orme insanguinate che lasciano una scia davanti alle sbarre del lettino.
Mani e piedi coperti di tagli, graffi e ferite.
La mia mente si spegne, restia ad andare avanti. Ma ho bisogno di sapere. Ho bisogno di sapere che cosa  successo. Afferro l'immagine come se stessi galleggiando sull'oceano, aggrappata a un pezzo di legno trasportato dalla corrente.
L'immagine ritorna, la visione casuale di un prodotto della mia mente affetta da amnesia. Era una verit incerta allora, il primo giorno che mi sono svegliata in ospedale. Ora so che era una visione.
Il processo di ricostruzione continua: la notte dell'uragano, il black-out, il rilevatore di fumo. Le parti del biberon tutte sciolte, il ciuccio bruciato.
Devo andare avanti. Devo forzare la mia mente. Ci sono vicina. Passo tutte e quattro le dita della mano destra sul bordo della lampada a tartaruga rimasta senza cupola. Spingo forte e indugio, sento il vetro appuntito tagliarmi la punta delle dita. E poi passo le dita sulle schegge appuntite, pi volte.
Una cupola di vetro.
Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Non  un giocattolo.
E poi il ricordo si forma, nella sua interezza. Vedere per credere, si dice, ma  la sensazione la prova risolutiva della verit. Aspetto che il ricordo arrivi, lo lascio percorrere la sua spirale come un palloncino non annodato finch non giace l, sgonfio, vuoto.
 stato il giorno in cui l'uragano Irene si  abbattuto nell'area metropolitana di New York, travolgendo la costa della Carolina e la zona settentrionale del New England. Pi di cinquanta centimetri di pioggia in ventiquattro ore. Il sindaco Bloomberg aveva ordinato l'evacuazione delle aree pi basse di Brooklyn, del Queens, di Staten Island e Manhattan.
In tarda serata a Brooklyn era andata via la corrente, prima solo a intermittenza; poi North Dandry era rimasta completamente al buio. Non c'era un solo lampione acceso, e Brooklyn era immersa nel buio pi totale.
Una lampada a batteria nella stanza di Mia era l'unica fonte di luce in tutta la casa. La sua cupola a forma di guscio di tartaruga proiettava un cielo stellato sulle pareti e il soffitto. Mia, che aveva sette mesi, era finalmente addormentata nel lettino. La sua piccola sagoma era adagiata contro il paracolpi, le braccia infilate sotto e il sederino in aria.
Era giorno quando mi svegliai sul divano sentendo un lamento forte e inquietante. All'inizio rimasi disorientata; poi realizzai che il suono veniva dall'esterno. Il vento ululava e gemeva, scuotendo le imposte. Delle voci mi raggiunsero dal salotto. All'improvviso sentii odore di gomma bruciata e l'allarme stridulo del rivelatore di fumo mi catapult improvvisamente nella realt. I tasselli del puzzle tornarono al loro posto e l'odore di bruciato divenne familiare: non erano altro che le parti del biberon e il ciuccio che avevo messo a sterilizzare e che avevo lasciato sul fornello. Doveva essere tornata l'elettricit e l'acqua aveva continuato a bollire fino a evaporare, lasciando la plastica fusa sul fondo del pentolino bruciato.
La TV in salotto continuava a farfugliare, aggiornando gli spettatori sullo stato della rete elettrica in citt. Presi un biberon di latte in polvere dal frigo, lo misi nello scaldino ed entrai in camera di Mia, avvicinandomi lentamente al lettino.
Rosso.  tutto rosso. No. No. No.
Pi tardi, quando il sole era sorto e le ciglia di Mia formavano un'ombra sulle sue guance, le presi i piedini tra le mani e mi scusai con lei ripetutamente.
Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Quando il cuore rallenta il battito, consento a me stessa di unire i puntini. Avevo lasciato la lampadina con la cupola di vetro accanto al suo lettino. Mia doveva averla presa, tirata con s nel lettino e in qualche modo doveva aver rotto la cupola. Mia aveva tanti piccoli graffi sulle dita e sui piedini, ma dopo che l'avevo pulita non sembrava star cos male come mi era sembrato quando l'avevo vista ricoperta di sangue. L'appuntamento per il vaccino era due giorni dopo, non sapevo come avrei spiegato al dottore i graffi e i tagli sulle mani. Per questo non mi ero presentata all'appuntamento. E di conseguenza, senza il libretto delle vaccinazioni, non avevo potuto iscriverla al nido. E prima di poter prendere un altro appuntamento, Mia era scomparsa.
Tenere fuori dalla portata dei bambini.
Non riuscivo a capire. In qualche modo avrei dovuto saperlo: equivaleva a lasciarla da sola nella vasca. Eppure, non ero stata attenta: non era bastato l'aiuto di un adesivo che mi diceva esplicitamente cosa fare.
Spesso non sapevo nemmeno come fossi finita sul divano o nel letto la sera prima. Non riuscivo a capire se Mia stesse davvero piangendo e se udissi solo un'eco nella mia testa. E poi avevo lasciato qualcosa di chiaramente pericoloso accanto al suo lettino. Mi chiedo cos'altro avessi tralasciato di fare.
Esco dalla stanza di Mia e vado in camera da letto, dove tutto  ricoperto da uno strato di polvere. I miei vestiti sono ancora nell'armadio, c' un bicchiere vuoto sul comodino, il contenuto giallo prosciugato e addensato come miele. Nell'aria si sente aleggiare il profumo di una candela al bergamotto, e anche l'odore della disperazione. Mi domando se Jack sia stato qui, se abbia camminato in questa stanza, se abbia cercato di unire i puntini e capire cosa sia successo. Mi chiedo se ha aperto cassetti, se si  messo a scuotere le sbarre delle finestre. Ho l'impressione che la mia sola presenza qui stia disturbando in qualche modo il passato; sta sconvolgendo lo strato di particelle microscopiche depositate il giorno che Mia  scomparsa. Voglio lasciarla cos, indisturbata. Lasciare che rimanga una scena del crimine per tutta l'eternit, e vorrei possedere dei poteri soprannaturali in modo che ogni impronta e traccia di DNA possa darmi un indizio di quello che  successo tra queste mura. Mi sento improvvisamente stanca. Mi siedo ai piedi del letto e chiudo gli occhi. Mentre rimango seduta qui, cerco di ricordare le prime parole pronunciate da Mia (qualcosa come ba-ba o da-da?), quando  stata la prima volta che si  messa seduta ( stato sul pavimento o nel passeggino?), la prima volta che si  girata e che ha tenuto in mano il biberon da sola. S, ci sono stati dei sorrisi, ma non mi hanno riempita di gioia. Biberon, pannolini, pianti, pi volte, pi di venti volte, giorno dopo giorno. Ero tutta ricoperta di polvere, proprio come questo appartamento.
La cucina odora ancora di caff stantio, il salotto di ceneri spente del camino. Sono bombardata da odori pi potenti delle parole, che mi catturano, odori che non riesco a identificare: moquette nuova, candeggina, disinfettante per la casa; e provo l'urgenza di lasciare questo posto. Le zaffate di odore estraneo mi mandano in confusione, e non riesco a pensare ad altro che a fuggire dal fetore della colpa che questa casa contiene.
Mi avvicino alle scale e a stento riesco a reggermi alla ringhiera. Mentre salgo, sento un suono familiare: uno scricchiolio sul terzo gradino. Afferro la ringhiera liscia, coperta di numerosi strati di vernice lucida. Lo scricchiolio mi rimbomba nella testa e la mia mano stringe ancora pi forte la ringhiera. Vedo le nocche emergere dalla mia pelle come sassi bianchi sul letto di un fiume. Improvvisamente sono sopraffatta dall'angoscia: mi inzuppa i vestiti, mi apre i pori della pelle e penetra fin nelle ossa.
Stavolta non vedo nulla, neppure un'immagine. Ma sento tutto. Sento una voce da molto lontano, ma non ho idea da dove vengano quelle parole, finch non le riconosco come mie. E ritorno al giorno in cui sono salita per queste stesse scale.
Non c' pi, non c' pi,  sparita, sparita, sento me stessa piangere. Non riesco a trovarla da nessuna parte.
E poi gli argini si aprono. Sono tornata, magicamente trasportata attraverso il tempo e lo spazio: il suono degli autobus, i camion dell'immondizia e i bambini che ridono. Mi si fiondano davanti come una freccia. Piccioni che tubano e un suono di ali che sbattono forte.
Ricordo di aver girato la maniglia e la porta della soffitta si  aperta. C'era una luce che splendeva da una porta finestra in fondo alla soffitta, che portava al tetto. Un piccione mummificato giaceva nell'angolo, le piume che sembravano delle aste appuntite attaccate a uno scheletro.
Mi vennero le vertigini e chiusi gli occhi; poi le mie ginocchia colpirono il pavimento. Sentii l'impatto, accompagnato dallo starnazzare dei piccioni, e un sentimento mi avvolse come un cappotto troppo stretto. Non riuscivo ad aprire i bottoni, il tessuto si era fuso con la mia pelle e c'era solo un modo per uscirne. Ma non deliravo, non pensavo certo di poter volare: volevo toccare il pavimento. Solo che il buio arriv prima che potessi riuscirci.
Quando mi svegliai, mi pulsavano le ginocchia. Mentre provavo ad alzarmi, sentii qualcosa di soffice sotto di me. Lo sollevai, me lo portai al naso e inalai. Quel profumo era un lampo di freschezza. Non scintillava come i lustrini o i fuochi d'artificio, n era gelido come una nevicata il giorno di Natale o come il vento di febbraio, eppure era pi fresco della camomilla, della lavanda e della canfora E allo stesso tempo aveva un certo calore, ma non era il calore della cannella o dello zucchero di canna Quel profumo era una combinazione, un accostamento tra i due: era delicato e allo stesso tempo robusto, come la trapunta logora e morbida dell'infanzia Ma era pi delicato del cotone, pi delicato ma allo stesso tempo pi forte. Quel profumo era puro ed esagerato, ed era tutto intorno a me.
Aprii gli occhi. Stavo tenendo in mano la copertina di Mia. All'angolo erano cucite delle stelle d'argento, accanto a una luna e un sole: la collezione Sole, Luna e Stelle dei magazzini Macy's.
La copertina di Mia mi stava fissando come a dirmi: Guarda meglio, non arrenderti cos facilmente. Che razza di madre sei?
Avverto qualcosa che si muove dietro di me.  il dottor Ari: mi ha seguita da vicino senza che me ne accorgessi. E per la prima volta da quando abbiamo iniziato le nostre sedute, sente il bisogno di chiarire, di dare un nome a questa follia.
Lei ha trovato la copertina di Mia in soffitta. Non capiva cosa fosse successo. Ha anche pensato che Mia non fosse mai esistita. Ha avuto una depressione post partum che  sfociata nella psicosi.
Dove vuole arrivare? Sono stata un mostro, ho smesso di amare la mia bambina. Avevo paura di quello che avrei potuto farle.
Aveva bisogno di aiuto, Estelle. Questa non  una cosa che le madri possono superare da sole. Aveva bisogno di farmaci antidepressivi: le serviva una terapia, un supporto, degli amici. A molte madri capita di immaginare di far male ai loro figli, persino di annegarli o di darli alle fiamme. Se tutto le appare confuso, cerchi almeno di capire questo: quando le madri immaginano di far male ai loro figli, la loro mente non segnala un desidero.  solo un meccanismo con cui la mente visualizza l'esito peggiore in modo da poter reagire.
Rifletto sulla sua spiegazione, ma sono combattuta. Cerco di assimilare quello che mi ha appena detto. Ricordo un paio di forbici accanto al suo lettino quando ero ancora con Jack. Avevo tagliato i cartellini dei vestitini di Mia. Ogni volta che vedevo le forbici, immaginavo di pugnalarla, di mutilare il suo corpo. Ho dovuto mettere via le forbici, le ho nascoste in fondo all'armadio della biancheria. Mi sentivo un mostro. Le ultime parole mi vengono fuori come un lamento.
Pi sono sconvolta, pi il dottor Ari sembra mantenere la calma. Tutto gli sembra comprensibile, ma vorrei che fosse comprensibile anche per me.
Le psicosi post partum richiedono un trattamento immediato, spiega il dottor Ari. Lei ha perso il contatto con la realt e ancora non sa cosa  vero e cosa si  immaginata. Le statistiche parlano chiaro; la maggior parte delle donne affette da una psicosi post partum non fanno male a se stesse, n a nessun altro. Non nutrono il desiderio di uccidere se stesse o i loro bambini. Ma i loro pensieri possono diventare cos deliranti e irrazionali da compromettere la facolt di giudizio. I casi di suicidio sono rari, l'infanticidio  estremamente raro. Ed  ancora pi raro che uccidano e poi tentino anche il suicidio.
Mi aggrappo alla parola anche. Tentare il suicidio e uccidere anche il proprio figlio. Io non mi sono uccisa, ma volevo farlo. Questo cosa significa?
Lei voleva uccidersi. Finch non ha trovato la copertina.
Ho cercato Mia, mormoro.
L'ha cercata?
In tutti gli armadi e sotto i mobili. Ho aperto tutti i cassetti, ho guardato dietro ogni tenda. Sono uscita di casa e ho frugato nel cassonetto. Sono andata su e gi per la strada, ho controllato dentro le macchine. Capisce che l'ho cercata?.
Io le credo, so che lei l'ha cercata. Ma non abbiamo finito, dobbiamo continuare a cercare.
 emerso un ricordo, e quello si collegher al successivo con l'aiuto di agenti scatenanti, profumi, visioni, con il passare del tempo. La mia mente metter in ordine quei tasselli per formare un'immagine compiuta. Per la prima volta dopo tanto tempo comincio a nutrire una speranza.
Lasciamo l'edificio e saliamo sul furgoncino. Il dottor Ari tira fuori un orologio d'oro dalla tasca dei pantaloni.  legato a una catenina d'oro attaccata al passante della cintura. La luce del sole lo colpisce e manda un raggio accecante nella mia direzione.
Un'ultima cosa prima di continuare. Quello che ha fatto l dentro, tagliandosi con il vetro, non  accettabile, e non voglio che si ripeta ancora, mi rimprovera il dottor Ari.
Mi guardo le punte della dita cosparse di piccoli tagli e coperte di sangue rappreso. Annuisco.
Oliver  in piedi accanto a un baracchino. Tiene in una mano un incarto e nell'altra un bicchiere di polistirolo con una cannuccia. Poggia il bicchiere accanto a s sulla panchina e solleva il viso. Il sole batte sul nostro furgoncino e ho le palpebre pesanti. Sento tutta la stanchezza dell'ultima ora. Ho sete e fame.
Estelle, la voce del dottor Ari  appesantita dalla fatica, mi dica cosa sa per certo. Mi dica quello che pensa sia vero. Tutto quello di cui abbiamo parlato, tutto quello che si  ricordata oggi. Mi dica cosa sa con assoluta certezza.
Rimango in silenzio per un po'. La prima cosa a cui penso  la tristezza.  da qualche parte nel mio stomaco e mi d una sensazione di sete, ma nessun liquido l'ha mai alleviata. Persino gli antidepressivi hanno avuto solo un effetto limitato. La tristezza  diventata una creatura carnivora che divora la mia vita, agguantando tutto ci che trova.  un vortice che ha spinto tutte le altre cose della mia vita verso il basso, verso questo momento. Volevo che qualcuno mi trovasse, mi raccogliesse, mi tenesse controluce, mi pulisse con l'orlo di una maglietta e si considerasse fortunato per avermi trovata.
Sono triste da cos tanto tempo.
E dopo la nascita di Mia le cose sono peggiorate, vero?, chiede lui.
La amo pi di ogni altra cosa al mondo. Ma  stata davvero dura.
I cambiamenti ormonali nelle madri possono essere cos marcati che da uno stato generale di ansia si passa a un disturbo pi grave. Per sembrano star bene per lunghi periodi, e cos i familiari non se ne accorgono.
Capisco. Ma adesso cosa faccio? Come pu aiutarmi questo adesso? Come pu aiutare Mia? Non sappiamo ancora dov'.
Il dottor Ari si toglie gli occhiali e si pulisce il viso con il palmo della mano. Ma lei invece  qui. E deve fare tutto il possibile per scoprire che cosa  successo.
E se scoprissimo che le ho fatto del male?
In questo momento la stiamo cercando. Non ci poniamo domande a cui non possiamo rispondere.
Avrei dovuto sforzarmi di pi, mormoro e scoppio di nuovo a piangere.
Estelle, d'ora in poi lei deve essere consapevole di questa sua tristezza. Una lieve depressione infantile pu trasformarsi in una depressione conclamata dopo l'adolescenza, e lei di certo era predisposta alla depressione post partum. Con le cure adeguate, si sarebbe potuto impedire che sfociasse nella psicosi.
Il dottore si schiarisce la gola e ho la sensazione che abbia qualcos'altro da dire. Siamo ancora agli albori delle ricerche sul funzionamento del cervello. Sappiamo che c' un meccanismo comune, ma la sua natura ci  ancora sconosciuta.
Dobbiamo ritornarci?, chiedo, guardando la porta del 517.
Non credo. Lei ha fatto grandi progressi oggi. Mi guarda a lungo. Sembra assorta nei suoi pensieri. Posso aiutarla a rispondere a qualche domanda?
Mi stavo soltanto chiedendo Ecco, non capisco tutta questa storia della memoria. I dottori mi hanno spiegato che ho avuto questa amnesia per via dell'incidente e che potrebbe passare del tempo prima che riesca a recuperare la memoria. Mi hanno anche detto che forse non riuscir mai a recuperare alcuni ricordi. Ma la risonanza magnetica non ha mostrato nessun danno cerebrale. Allora cos' tutto questo questo profumo?. Indico la copertina che ha in mano. E il momento in cui ero l, sui gradini, come  possibile che mi sia tornato in mente? Dov'erano quei ricordi? Non capisco.
Ho ragione di credere che sar impossibile sbrogliare tutta la matassa che ha causato la sua amnesia. C' stato il trauma, c' stata la depressione post partum; poi la psicosi, i danni dovuti all'incidente. E potrebbero esserci stati altri fattori aggiuntivi. Credo che lei soffra principalmente di amnesia dissociativa.
Ma lo pu dire con certezza?
Non penso che sia necessario definire la situazione precisa in questo momento, e non so neppure se sia necessario definirla del tutto. L'amnesia dissociativa non  altro che un blocco mentale, un crollo dei suoi ricordi. Lei ha bloccato tutte le informazioni troppo faticose o drammatiche da gestire. Questa  la particolarit del suo disturbo: dissociativa significa che i suoi ricordi esistono ancora, ma sono sepolti in fondo alla sua mente. Quei ricordi di solito riaffiorano nel momento in cui c' qualcosa che li scatena. Ecco quindi il profumo come agente scatenante. Indica la copertina nella busta di plastica trasparente. Se il suo cervello fosse stato danneggiato, avrebbe perso quel ricordo per sempre.
Quindi in un certo senso sono fortunata. Ricordo il medico in ospedale che mi indicava il minuscolo frammento di fortuna che mi aveva tenuta in vita. Sono fortunata, me la sono cavata per un pelo, dico, facendo quello stesso gesto con le dita. Giusto?
Questo  lo spirito giusto.
Il dottor Ari fa segno a Oliver. Lui si alza, si stiracchia e getta il bicchiere in un cestino dell'immondizia l accanto. Oliver sale sul furgoncino e gira la chiave nel cruscotto. Sento l'odore della reazione chimica scatenata dai raggi ultravioletti a contatto con la melanina della sua pelle. Il mio stomaco si contrae violentemente.
Sto per vomitare, annuncio e mi copro la bocca.
Tenga, dice Oliver, che improvvisamente  accanto a me, e mi sta mettendo in mano un sacchetto di carta.
Faccio dei respiri profondi mentre Oliver rimane fuori accanto a me davanti allo sportello aperto.
Sento il suono della carta che viene strappata e poi un odore di agrumi. Guardo Oliver: sta tenendo una salvietta bagnata davanti al bocchettone dell'aria condizionata. Poi mi preme la salvietta fredda sulla fronte.
Il profumo di limone sembra inghiottire tutto quello che mi circonda: la zaffata di cipolle del baracchino degli hot dog, il gas di scarico dal furgoncino, l'odore stantio dell'aria condizionata. E poi sento la spinta delle mani che mi premono la salvietta sulla fronte, consentendomi di respirare. C' un altro profumo che si mischia a quello del limone, un profumo dolce, di terra, che  quasi pungente come l'odore di pino, ma non proprio:  pi misterioso e non cos ovvio, come se quella fragranza fosse un segreto, destinato solo a pochi eletti.  un profumo che sembra provenire da un buco nel terreno, che sembra strappato dalla terra.
Il cuore mi martella nelle orecchie, eppure improvvisamente il bordo dell'abisso mi appare un posto sicuro.
Capitolo 16
Pi tardi, tornati nel furgoncino parcheggiato di fronte alla casa di mattoncini, il dottor Ari fa un respiro profondo e congiunge le mani in grembo. Dunque, lei ha trovato la copertina di Mia in soffitta. Mi dica che cosa ha fatto dopo.
Non so perch sono cos cos spaventata.
Spaventata non  neppure la parola giusta. Paralizzata forse? No, paralizzata significa incapace di muoversi. Pietrificata? S, pietrificata nel senso di immobile. Come stregata, ipnotizzata. Ma da che cosa non saprei.
Perch mi sento cos, come un coniglio selvatico, immobile di fronte agli artigli ricurvi di un'aquila? C' qualcosa che non riesco proprio a identificare: uno stato di complicit silenziosa, quasi un muro di omert che sento di non poter scalare.
 come se avessi fatto una promessa, la promessa di tacere.
La paura  una reazione automatica, non si faccia distrarre. Deve fare il suo corso, altrimenti non pu arrivare fino in fondo. La accetti e basta, non la ingigantisca.
Mi porge la copertina di Mia. Le mie mani si allungano e poi esito, ma so che devo cercare tutti i tasselli frastagliati del puzzle. Afferro la copertina e chiudo gli occhi. Salgo nel mio ascensore, sorpresa di vedere che con il tempo l'immagine si  trasformata nella percezione di essere davvero l. Tengo in mano la copertina come se fosse un reliquia, un oggetto sacro. Ha ancora l'odore di detersivo e crema idratante, ma pi che il suo profumo, sento l'energia che mi attraversa le dita, fino alle braccia, fino ad arrivarmi nel cervello. Afferro forte il tessuto, strizzandolo come se fosse uno straccio bagnato, torcendolo in un tentativo di estrarre ogni singola goccia d'acqua, e con la mente rientro nella casa di mattoncini, di nuovo nel posto dove ho trovato la copertina.
Con la copertina in mano, scesi di nuovo le scale e trovai la mia porta ancora aperta e tutto il palazzo avvolto nel silenzio. Sentii uno squillo nella mia testa e rabbrividii. Iniziai a sudare. Poi cal il buio.
La prima cosa che percepii fu il melodioso rintocco delle campane di una chiesa. Quel suono mi avvolse ancora prima che potessi aprire gli occhi. Rimasi in ascolto per un po' e mi resi conto che era la chiesa di St Joseph dall'altra parte della strada: stava chiamando i fedeli per la messa della domenica. Poi mi resi conto che ero stesa sul pavimento della cucina e mi ero messa addosso la copertina di Mia. A stento mi copriva il busto, ma mi dava un sollievo sconfinato.
Le piastrelle erano fredde, ma rimasi ferma, in attesa che si arrestasse il ronzio nella testa. Mentre raccoglievo delle piume di piccione rimaste attaccate ai pantaloni, vidi una piuma dei colori dell'arcobaleno volare verso il muro accanto alla dispensa, attaccandosi a una piccola fessura tra il pannello del muro e il pavimento. Le punte soffici della piuma tremarono nella corrente d'aria; poi la piuma venne risucchiata sotto il pannello e scomparve. Mi misi seduta sul pavimento, con la copertina sulle spalle, e notai che si sentiva una raffica persistente, la stessa che aveva risucchiato la piuma. Era cos forte che mi fece rabbrividire. Riuscii a sollevarmi reggendomi al bancone, ma dovetti fare uno sforzo enorme per sollevarmi in piedi. La testa mi ronzava come un alveare.
Pi mi avvicinavo al pannello, pi intensa diventava la raffica. Prima d'ora non avevo mai notato una corrente d'aria intorno ai piedi, e me ne sarei dovuta accorgere lavando i biberon al lavandino.
Come in molte vecchie case a schiera, le pareti dell'appartamento erano coperte di pannelli di legno, in parte anche per motivi decorativi. Ma per la maggior parte i pannelli erano soltanto decorativi, visto che non dovevano coprire assolutamente nulla. C'erano alcove, nicchie, false pareti che ricoprivano le finestre, porte che conducevano a pareti di mattoni. Nel corridoio c'era persino una porta senza maniglia, tutta verniciata. Questi dettagli probabilmente erano stati trascurati per risparmiare soldi durante la ristrutturazione e non sapevo quanti pannelli finti ci fossero in tutto l'appartamento.
Forse il pannello sotto cui era sparita la piuma era uno di quelli puramente decorativi e non era stato bloccato bene.
Quando bussai con le nocche contro i quattro angoli del pannello, si sent un rumore sordo, come se dietro fosse vuoto. I battiscopa proseguivano su entrambe le parti del pannello ma sicuramente mancavano nel punto in cui il pannello incontrava il pavimento. Come non mi ero mai accorta della corrente, non avevo notato neppure che mancasse l'asse del pavimento. Anzi, non  che non l'avessi notato prima, ero sicura che invece fino a poco tempo prima i battiscopa erano uniformi lungo tutta la parete. Mi chinai e infilai le dita sotto l'apertura. La corrente si fece ancora pi forte.
Scoprii che riuscire a muovermi era pi difficile di quanto avessi immaginato. Avevo la vista offuscata, mi tremavano le gambe e sentivo la gola secca. Riuscii a prendere un bicchiere dalla credenza e mi scolai tre bicchieri di acqua dal rubinetto. Dovetti sforzarmi per non vomitare e decisi di aspettare prima di provare a mangiare qualcosa.
Quando i piccioni cominciarono a tubare fuori dalla finestra, riemerse un ricordo della soffitta. Prima era annebbiato; poi lo misi a fuoco chiaramente. L'idea di saltare gi dal tetto adesso mi sembrava esageratamente drammatica, quasi stupida, solo un altro momento di follia. Dovevo trovare mia figlia: era la mia unica certezza in quel momento. Adesso sapevo che a un certo punto Mia era stata portata in soffitta: dopotutto non ero pazza.
Continuai a guardare il pannello e i battiscopa staccati. Mi inginocchiai e strattonai la base del pannello, dove la corrente era pi forte. Niente. Tirai il pomello, ma non si mosse. Continuai a tirare, prima delicatamente, poi con tutta la forza che avevo, usando entrambe le mani. Dopo un po' di resistenza, il pannello cigol, stridette e si stacc dalla sua cornice rettangolare. Mi feci indietro e il pannello atterr piatto sul pavimento della cucina.
Mi ritrovai di fronte a un vano della misura di una porticina, profondo quanto un ripostiglio o un armadio porta giacche. Le assi del pavimento erano le assi originali di legno massiccio, non piastrelle di porcellana come nel resto della cucina. Ed eccola l, la piuma di piccione lucente dai colori dell'arcobaleno. C'erano rimasugli di materiale da costruzione, legno e cartongesso, innumerevoli insetti, alcuni appiattiti e attaccati al pavimento, alcuni sospinti ai margini, ancora gonfi e robusti, tutti impolverati: un cimitero di insetti.
La polvere copriva il pavimento come zucchero a velo, a parte in qualche punto. C'erano trucioli di legno e particelle friabili, come scaglie di cocco su una torta.
C'era un pomello attaccato, non solo all'esterno, ma anche all'interno del pannello. Infilai la testa in quel vano. Sentii una corrente fredda discendere dallo spazio buio sopra di me. Forse quel pannello sostituiva una porta scorrevole? Non si vedevano motori, n cavi elettrici, nessuna corda, o un sistema di carrucole. Di certo era un residuo di un vecchio montavivande, risalente agli anni della costruzione dell'edificio.
La scoperta fu l'equivalente di un paio di grosse tazze di caff e due aspirine. Ero pi all'erta di quanto non lo fossi stata per giorni. A meno che non avesse attraversato i muri, era questo il punto da cui qualcuno poteva essersi intrufolato nel mio appartamento. Ora dovevo seguire la pista e scoprire cosa ci fosse dall'altra parte.
Colsi l'opportunit come un frutto su un ramo basso. Entrai e alzai lo sguardo. Quello spazio sembrava un box doccia, cos stretto che era impossibile sollevare le braccia senza toccare con i gomiti le pareti. Appena i miei occhi si abituarono all'oscurit, notai una corda che pendeva dall'alto. La corrente adesso era ancora pi forte e c'era un lieve frammento di luce proveniente da una fonte a meno di tre metri d'altezza.
Capitolo 17
Una debole scintilla si accese nel retro della mia mente; oscure e vaghe intuizioni presero piede, per poi smorzarsi. Non avevo appena messo in dubbio la mia sanit mentale, non mi ero messa a esaminare il mio corpo? Non ero appena salita in soffitta? Ma decisi di seguire fino in fondo la mia follia e continuai a indagare.
Rimasi in ascolto in silenzio in cucina. Poi andai di stanza in stanza, cercando di sentire qualche suono dal piano di sopra. Niente: non si sentiva nessun rumore, nessun vagito, n lo scarico della toilette, n l'acqua che scorreva. Sapevo solo che David Lieberman viveva in un appartamento identico al mio, mentre gli altri due appartamenti accanto erano ancora in costruzione. Avevo visto alcuni operai, ma non avevo mai parlato con nessuno di loro. Non sapevo neppure quanti fossero. Indossavano caschi di protezione e mi passavano davanti in corridoio trasportando casse di piastrelle, legno e armadietti da cucina. Gettavano via le macerie lungo un tubo giallo collegato al contenitore metallico verde piazzato davanti all'edificio, ma avevo visto alcuni operai portare fuori delle casse che erano troppo voluminose per poter entrare nello scivolo.
Uscii dal mio appartamento e mi misi in ascolto nel corridoio. Le campane della chiesa di fronte confermavano che era domenica e il cantiere era abbandonato. Ecco perch non si sentiva nulla: nessun colpo, nessuna sega che strideva e nessun altro rumore di macchinari dall'altra parte del corridoio. Il palazzo era avvolto in un silenzio inquietante.
Il cantiere era proprio di fronte alla mia porta, e l'entrata era coperta da un pesante cerata blu. Spostai il primo strato. Poi il secondo. Infilai la mano e le mie dita incontrarono una superficie liscia. Scostai l'ultimo strato della cerata e mi accorsi che c'era una porta. Era di metallo e ignifuga, identica a quella del mio appartamento. Ed era chiusa a chiave.
Andai di sopra, bussai alla porta di David Lieberman e aspettai. Bussai di nuovo: nessuna risposta. Meno di un minuto dopo ero in cucina a comporre il suo numero. Sentii il telefono squillare attraverso il soffitto. Part la segreteria telefonica e riattaccai. Provai a chiamarlo al cellulare, ma gi al primo squillo part un messaggio.
Bip. Siamo spiacenti, ma la segreteria telefonica non  attiva.
Riagganciai e tornai al montavivande. La corda pendeva dall'alto, oscillando avanti e indietro, l'estremit legata con un grosso nodo marinaro. Tirai delicatamente, ma non riuscii a spostarla. Tirai pi forte. Dopo aver tirato pi volte, usai tutto il mio peso per testarne la forza. Ero debole, ma determinata. Mi aggrappai al nodo, serrai i gomiti e, centimetro dopo centimetro, avanzai con i piedi su per la parete. Il mio fisico asciutto e i chili che avevo perso nelle settimane precedenti compensarono la mancanza di forze. Le mie mani afferrarono a turno la corda avanzando sempre pi in alto, finch non mi ritrovai arrampicata all'estremit superiore del montavivande.
Rimasi in ascolto per qualche secondo, ma udii solo il battito del mio cuore. I muscoli delle braccia si contrassero e mi sentii come un uccello intrappolato in una ciminiera. Uno sprazzo di luce sfugg dal pannello che avevo davanti. Non era sufficiente a illuminare le pareti intorno a me, ma bastava per permettermi di distinguere in linea di massima ci che mi circondava.
Ignorai il dolore ai muscoli delle gambe, eppure sapevo che stavo per crollare sotto il peso del mio corpo. Mi allungai a tentoni lungo il bordo inferiore del pannello, un piede premuto contro il muro, l'altro che spingeva contro il pannello. Tirai indietro il piede destro e mi diedi la spinta per sferrare un calcio. Il pannello si stacc dalla cornice. Mi feci indietro per prendere slancio e mi lanciai verso lo spazio da cui proveniva la luce. Lasciai riposare un attimo i muscoli e mi guardai intorno.
All'inizio mi sentii confusa. Avevo fatto il giro ed ero tornata al punto di partenza? Questa era la mia cucina: stesso pavimento, stessi scaffali, tutto uguale. Il mio secondo pensiero fu che mancava qualcosa. Non c'era la spugnetta nel lavandino, la macchinetta del caff sul bancone, il secchio dell'immondizia, nessuna lettera, nessun giornale. L'inquilino doveva essere appena arrivato o stava per andare via.
C'era una cintura per gli attrezzi appesa alla maniglia della porta del ripostiglio. Seduta in mezzo alla polvere e ai frammenti del pannello, mi resi conto che ero atterrata sul freddo pavimento piastrellato dell'appartamento di David Lieberman.
Poi decisi che era il caso di andare a dare un'occhiata.
Cominciai ad aprire i cassetti della cucina, tutti vuoti tranne uno. Posate sparse e accendini, un apriscatole, un pezzo di corda e alcuni mozziconi di matita. Aprii gli armadietti: c'erano piatti spaiati e scatole di cereali tutte ben allineate.
C'era una scatola di cartone poggiata su un tavolo pieghevole e sul pavimento era accatastate altre scatole di cartone appiattite. Appoggiate al muro c'erano due sedie pieghevoli di metallo.
Aprii la porta del bagno. C'erano i normali articoli da bagno: crema da barba, uno spazzolino, e una tavoletta di sapone sul bordo del lavandino; e sotto una scatoletta di tappi per le orecchie della Moldex, ancora sigillata.
Aprii lo scaffale a specchio sopra il lavabo: aspirina, Alka-Seltzer e un decongestionante nasale. Sul ripiano pi in alto c'era un piccolo esercito di terracotta di boccette di medicinali, tutti riempiti fino all'orlo. Un paio di boccette erano quasi vuote. Riconobbi alcuni nomi di farmaci per le allergie e degli analgesici.
Nella camera da letto accanto al bagno c'erano un paio di scatole di cartone contrassegnate dagli adesivi di una compagnia di traslochi. Le mossi un po' e vidi che erano vuote.
La camera da letto di Lieberman, buia e dall'aria stantia, era vuota a eccezione di un materasso gonfiabile coperto con un lenzuolo spiegazzato, un cuscino appiattito e una scrivania senza la sedia. I cassetti della scrivania si aprirono e si richiusero con uno stridio, come se non fossero stati aperti da un po'. Erano tutti vuoti.
Il salotto aveva pochi mobili, economici e mal assortiti. Un tappeto verde logoro, un divano con dei cuscini tristi e flosci, e un tavolino con delle riviste colorate. Spiccavano come un pollice arrossato e dolorante, fuori posto in un ambiente cos cupo. Erano riviste di viaggio: Caribbean, Islands in the Sun, Afar. Luxury Hotels, Adventure Travel, tutte sistemate in fila una accanto all'altra.
Un televisore a schermo piatto montato al muro, un tavolo da pranzo infilato sotto il bancone della cucina. Una sedia da ufficio su un tappeto di plastica e un logoro tappetino per il mouse completavano il lugubre quadro. Premetti l'interruttore. Il lampadario della sala da pranzo, troppo lucente per il piccolo spazio, illumin l'ambiente circostante. La libreria a muro accanto al computer conteneva una collezione di libri rilegati in pelle sulle strategie militari. Erano sistemati in ordine cronologico, scialbi, opachi, con i dorsi malconci, vecchi e consumati come copie dismesse da una biblioteca. Da Gengis Khan a Napoleone, a Waterloo alla prima guerra mondiale, che aveva tutta una fila dedicata. Tirai fuori il primo libro della fila superiore e lo aprii alla pagina del frontespizio. Sentii un odore stantio ed erboso, leggermente acidulo. Era un'edizione rilegata in pelle del libro Il Barone di Rais. Sottotitolo: Il processo di Gilles de Laval, Barone di Rais. Trovai l'introduzione e lessi la frase: Il ritratto definitivo del volto del male: l'uomo che  diventato la personificazione delle pi grandi paure dell'umanit. Chiusi subito il libro e lo rimisi a posto.
Lo scaffale pi basso era pieno di guide di viaggio della Fodor's Travel, con le copertine patinate dai colori vivaci, disposte in ordine alfabetico. Amsterdam, Bermuda, Foresta Nera, Isole Cayman, Firenze, Italia, Londra, Parigi, Saint Thomas, Spagna, Turchia. La collezione sembrava nuova, con i dorsi ancora intatti, come se quelle guide aspettassero ancora di essere aperte.
Continuai a guardarmi intorno nella stanza. L'appartamento B1 aveva un'atmosfera davvero tetra. C'era un aspetto pratico che spiegava questa sensazione: non c'erano foto di famiglia, nessun ninnolo. La luce aspra rendeva le camere poco confortevoli, mentre sul soffitto si sentiva scricchiolare un fastidioso ventilatore. Quel rumore sembrava spingermi ad andare avanti, ricordandomi il motivo per cui ero qui.
Lo schedario esercitava un'attrazione magnetica su di me. Aprii il cassetto pi alto, che scatt verso di me, fermandosi appena prima di rovesciare tutto il mobile. C'erano vari fascicoli tutti uguali con delle linguette di plastica. Le scritte erano in stampatello, in una grafia incerta inclinata verso sinistra. Guardai le linguette. Non sapevo che cosa stessi cercando, ma dovevo fare un tentativo.
Sfogliai i documenti, un po' a caso e senza un ordine preciso. C'erano manuali di istruzioni per il televisore, certificati di garanzia di computer e contratti di negozi di mobili e computer. Sulla linguetta dell'ultimo fascicolo non c'era scritto nulla. Lo presi e lo aprii. Una raccolta di articoli di giornale, alcuni in originale, alcuni fotocopiati, altri stampati. Diedi un'occhiata veloce agli articoli:
Le ferite sul corpo del bambino sono state provocate da un taser
Trovato bambino in stato di abbandono in una roulotte
Un bambino ha vissuto per otto anni in un ripostiglio
Madre denunciata per la morte di un bambino in un'automobile surriscaldata
Gemelli muoiono per incuria
Madre tiene nascosti i suoi cinque figli, in condizioni di degrado
Trovati i resti di tre neonati in una discarica
Un pensiero prese forma e lievit come un impasto, aumentando di volume: una densa massa che si trasformava in una piena consapevolezza. Ma io la respinsi subito, rifiutandomi di lasciarla espandere. Non potevo permettere che quei pensieri prendessero piede, e cos rimasi immobile l dov'ero, con il cuore in gola.
Questo non aveva niente a che fare con Mia. Niente.
Ero curiosamente attratta dalla collezione di orrori che Lieberman aveva scelto, per chiss quale motivo, di raccogliere.
Era vero: storie cos si sentivano tutti i giorni, e raramente passava un'estate senza che una madre dimenticasse un bambino nella macchina, o che un neonato rimanesse incustodito nella culla mentre la mamma entrava in un ritrovo per tossici o un casin. Come ha potuto, ci chiediamo, ma tutto ci che rimane  al massimo un ricordo sbiadito. Una volta ho letto di una madre che
Mentre passo in rassegna la prima storia, rabbrividisco. Questo va oltre la trascuratezza di una madre che non ha abbottonato il cappottino a suo figlio, o dimentica di pagargli la mensa scolastica, o non gli prepara la cena. Le scene di incuria erano cos orribili che i poliziotti mandati sul posto, gente peraltro esperta, ebbero un crollo. Si parl di morsi e segni di frustate, lesioni e cicatrici. Escrementi sparsi, sciami di mosche, bernoccoli in testa. C'erano bambini di sei anni che sembravano molto pi piccoli. Indossavano ancora i pannolini e i loro corpi erano ricoperti di cicatrici.
C'era un articolo medico intitolato Ecografia cerebrale. L'impatto dell'amore di una madre: sottolineava che i bambini allevati con amore hanno strutture cerebrali pi grandi e che i ritardi nello sviluppo influiscono per il resto della vita. Diceva anche che spesso i genitori dei bambini maltrattati erano stati a loro volta maltrattati dai propri genitori. Quindi l'incuria  un circolo vizioso. Un circolo che deve essere interrotto. E se viene interrotto pu essere invertito. L'articolo si chiudeva con un elenco di numeri da chiamare in caso di abusi sospetti e invitava a intervenire, perch conosciamo davvero i casi d'abuso commessi intorno a noi dai nostri conoscenti, dai nostri vicini?.
Per lui ero forse quel tipo di vicina? Pensava che trascurassi mia figlia dietro una finta facciata di benessere, passandogli davanti con un passeggino di marca? Forse la mia bambina, che soffriva di coliche, gli ispirava immagini di bruciature di sigarette e pance gonfie per la malnutrizione?
Drin.
Lo squillo di un telefono mi fece sobbalzare. Sul display apparve un nome: Costruzioni Seagram. Quando part la segreteria telefonica, riattaccarono.
Andai nel panico, domandandomi se avessi lasciato i fascicoli in disordine. Diedi una scorsa veloce dal primo all'ultimo: almeno erano dritti e in ordine alfabetico. Chiusi lo sportello dello schedario e resistetti al desidero di aprirlo di nuovo. Mi sentivo diffidente per qualche motivo, che per, come una melodia di cui mi sfuggono le parole, rimase inafferrabile. Un motivetto melodico mi fece voltare, quasi a beffarsi della gravit della situazione. Guardai fuori dalla finestra e vidi che proveniva da un baracchino dei gelati che si era fermato davanti all'edificio. The Mister Softee Song. Il baracchino si ferm solo per un po'; poi la musica si perse in lontananza.
Quando il telefono suon di nuovo, sentii lo stomaco contrarsi.
Drin.
Con la coda dell'occhio vidi un oggetto verde. Qualcosa dentro di me lo riconobbe: la sua allegra tonalit verde mela  o era giallo-verde, o verde malachite?  mi sembrava familiare, eppure stranamente fuori posto in una stanza in cui c'erano solo varie tonalit di marrone.
Drin.
L'oggetto verde era in alto, sopra la libreria, leggermente spostato, come se qualcuno volesse nasconderlo alla vista ma volesse comunque ricordarsi che era l.
Mi avvicinai alla libreria.
Drin.
Part la segretaria telefonica.
Prego, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.
Signor Lieberman, sono Frank della ditta di costruzioni Seagram. So che  fuori citt, ma ho bisogno di fare un'ispezione prima di luned. Mi chiami quando ascolta il messaggio.
Il telefono si ammutol.
Chiusi gli occhi; poi li aprii di nuovo. Ma eccola l, come un fantasma, scomparire e riapparire nel suo splendore color verde smeraldo. Era seduta sopra la libreria. Una figura di plastica in posizione seduta, con un bottone nascosto dietro la gonna che faceva ondeggiare le ali fosforescenti. Campanellino, la fata stagnina di Peter Pan: la colonna portante della giostrina sospesa sul lettino di Mia.
Il cuore cominci a battermi cos forte, che mi pulsava la testa. Campanellino sembrava buttata via: messa da parte e dimenticata. Mi allungai a prenderla. Le mie dita toccarono le sue ali.
Drin.
Ritrassi di scatto la mano. Rimasi immobile, desiderando che quel telefono smettesse di squillare.
Drin.
Non l'avevo mai vista da cos vicino, non ci avevo mai fatto davvero attenzione. Un vestito verde senza spalline con una gonna a petali. Occhi azzurri, capelli biondi. Orecchie appuntite.
Drin.
Ali trasparenti sulla schiena. Campanellino, la fatina che diventava tutta rossa quando si arrabbiava perch il suo corpo era cos piccolo da poter contenere un solo sentimento alla volta.
Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico.
Una voce femminile, brusca, impaziente.
David, sei bloccato nel traffico o cose del genere? Non rispondi al cellulare e non posso lasciarti un messaggio. Devi mettere a posto la segreteria. Prover ancora a chiamarti al cellulare.
Afferrai Campanellino e, come se qualcuno mi stesse inseguendo, mi diressi in cucina. Non ero pazza n avevo le allucinazioni, non stavo perdendo la testa. La copertina era un conto: poteva essere caduta dal passeggino, potevo averla fatta cadere per sbaglio. Ma trovare Campanellino nell'appartamento di David Lieberman era un'altra cosa. Innanzitutto se l'avesse trovata, se ci avesse sbattuto contro per qualche strano motivo  in un corridoio, o persino in strada, accanto alla mia macchina, o sui gradini  l'avrebbe gettata via o lasciata dov'era. Ma il fatto che Campanellino fosse nel suo appartamento, lasciata appositamente sopra uno scaffale, era la prova che quest'uomo nascondesse qualcosa.
Sto perdendo di nuovo la testa? Devo concentrarmi e pensarci bene.
Aver trovato qui Campanellino era un conto, ma arrivare a dire che David Lieberman era un rapitore? Era stato davvero lui a rapire mia figlia?
Pi ci pensavo, pi la cosa sembrava sensata. Non mi importava dove mi trascinasse la verit: io ero ben disposta a seguirla.
Entrai nel montavivande e tirai il pomello per far rientrare il pannello nella cornice. Con mia grande sorpresa, torn facilmente al suo posto. Mi avvolsi la corda intorno ai polsi, tenendo i piedi bloccati contro le pareti.
Tornata nel mio appartamento, composi il numero di cellulare di Lieberman e, come mi aspettavo, part la segreteria telefonica. Dovevo assolutamente trovarlo. O altrimenti dovevo trovare sua sorella, di cui non conoscevo neppure il nome.
Accesi il computer e cercai David Lieberman. Il risultato fu pi di tre milioni di occorrenze, dalla facolt di legge di Berkeley a un dentista ed endodontista nell'Oregon; poi vari link di universit e un blogger australiano che illustrava le tecniche per scacciare i vermi intestinali. Vennero fuori i soliti siti dei social, alcuni profili di facolt universitarie, e centinaia di occorrenze riferite a nomi solo lontanamente simili a Lieberman. Avevo la sensazione che trovare informazioni su David Lieberman sarebbe stata solo una noiosa perdita di tempo.
Feci una ricerca per immagini e passai in rassegna le prime dieci pagine, esaminando le foto di tutti i David Lieberman del mondo. Non mi salt all'occhio nulla e dopo un po' le foto si mescolarono insieme in un mare di occhi, nasi e sorrisi. Erano ore che mi stavo dedicando a questo ed ero esausta.
Finalmente, a pagina 23, la mia attenzione fu attratta da una foto di due adolescenti. Il ragazzo nella foto era una versione di Lieberman come doveva essere qualche decennio prima. Cliccai sulla foto. Mi port all'archivio online del Millbrook Park Townsman, un piccolo giornale nella contea di Dutchess, nello stato di New York.
Decine di titoli di giornale mi passarono davanti agli occhi. Un titolo mi salt all'occhio: Incendio domestico. Morti i genitori, si salvano i figli. Non c'era nessun riferimento al nome Lieberman, eppure doveva esserci una connessione visto che era quello il nome che avevo digitato. Un altro link attir la mia attenzione: Raccapricciante scoperta. Cliccai e mi si apr la pagina del testo completo. Cominciai a leggere.
Incendio domestico. I genitori sono morti, portati in salvo i figli
DOVER, New York  Una coppia di coniugi  morta nelle prime ore del mattino di venerd 3 luglio 1982, in un incendio divampato nella loro casa di Sparrow Lane a Oniontown, un sobborgo di Dover, NY.
Le vittime sono Abe Lieberman, 48 anni, e sua moglie, Esther Lieberman, 41, secondo la portavoce del dipartimento della Pubblica sicurezza di New York, Irene McConnell. I figli della coppia, David, 17 anni, e Anna, 13, sono in cura al Dover County Hospital per inalazione di fumo. Anna Lieberman ha riportato anche lievi ustioni alle mani.
Secondo il comandante dei vigili del fuoco Donald Helm, la coppia  rimasta intrappolata in una camera da letto al piano di sopra. Quando siamo arrivati c'era del fuoco che usciva dalle finestre sul davanti, ha dichiarato. Anche il capanno nel cortile sul retro e un vecchio granaio sono stati distrutti dalle fiamme. Tutta la citt  in lutto per i due bambini.  una tragedia.
A dare l'allarme dell'incendio  stato un vicino. Non lo sapremo mai perch non abbiano provato a scappare in corridoio e gi per le scale.
I bambini in quel momento erano al piano di sotto e sono stati salvati da una squadra di pompieri. Gli investigatori hanno lavorato per tutto il giorno per determinare la causa dell'incendio. I vigili del fuoco e i pompieri di Dover hanno scavato tra le macerie per tutto il pomeriggio in cerca di indizi.
I bambini sono sotto la tutela dello Stato in attesa che si facciano vivi dei familiari. Le indagini sull'incendio sono ancora in corso.
Era sbalorditivo quanto quell'adolescente assomigliasse a Lieberman. Non era cambiato molto: non aveva pi l'acne e gli era comparsa un po' di barba. Tra i due fratelli era David il pi attraente, ma aveva lo sguardo di un adolescente angosciato che si rifiutava di posare per una foto. Se ne stava un po' indietro, all'ombra di sua sorella. Anna era una ragazzina piuttosto semplice: i capelli crespi con una riga al centro, le labbra piene, e il sorriso sincero. O forse polemico: non avrei saputo dirlo.
Cercando ancora, venne fuori un articolo di approfondimento sullo stesso giornale. Secondo un portavoce dei servizi sociali, David raggiunse la maggiore et e gi poche settimane dopo l'incendio non era pi sotto la tutela dei servizi sociali. Anna rimase in affidamento per mesi, finch non si fece avanti una zia, Laura Dembry. Effettuai qualche altra ricerca e scoprii che Laura Dembry risultava membro di una chiesa  Chiesa del Dominio Eletto  a Franklin Plains, vicino al confine tra il Vermont e lo stato di New York. Non c'era nessun accenno a dove vivesse la zia o dove fosse andata a vivere Anna. Poi i dettagli si facevano sempre pi scarsi.
Le nostre storie erano stranamente simili, tuttavia era una pura coincidenza di eventi non correlati, con una sincronicit che sfidava ogni possibile spiegazione: la morte dei genitori, un fratello pi grande che abbandonava sua sorella. In entrambi i casi era arrivata una zia a prendersi cura della sorella pi piccola. Nel caso di Anna si era fatta avanti una certa Laura Dembry. Digitai un altro po', ma scoprii pi o meno le stesse cose: Laura Dembry era appunto membro della Chiesa del Dominio Eletto a Plainview, New York, un piccolo borgo della contea di Nassau, non molto lontana dalla costa settentrionale di Long Island. Nessuna notizia di Anna.
Dopo le notizie si facevano sempre pi scarse e la storia riportata online della famiglia Lieberman si fermava a questo punto, con gli orfani che proseguivano tranquillamente le loro vite. Ma io sapevo che non era cos. Sapevo per esperienza che le nostre ombre personali ci perseguitano per tutta la vita, ed  pi avanti nel tempo che accadono le tragedie. Vale per me, per Lieberman, per tutti. La vera storia non si concludeva certo con il racconto di un articolo di giornale. I nostri destini cos simili rimanevano sospesi nell'aria, spessi e pesanti, come una coltre di nebbia.
Scelsi a caso il titolo di uno dei libri che avevo visto nell'appartamento di David: Il processo di Gilles de Laval, Barone di Rais, e provai a digitarlo nel motore di ricerca. Cliccai sull'introduzione. Il Barone di Rais prova grande piacere nel guardare le teste dei bambini staccate dai corpi Una volta morti, spesso chiedeva quale di loro avesse la testa pi bella. Improvvisamente mi ricordai il titolo dell'ultimo libro nella libreria di David, come se reclamasse ancora a gran voce il suo posto nel presente. Il principe delle tenebre.
Un pensiero mi pass per la mente come un lampo. E se fosse scappato? Se Lieberman avesse preso Mia e fosse fuggito
Pensai alla polizia, dovevo andare a chiedere aiuto. Ma poi mi immaginai come sarebbe andata, come sarebbero andate a finire le cose se mi fossi rivolta alla polizia. Avrei raccontato di Mia, di Lieberman e sua sorella Anna, dei miei sospetti. Per non parlare del fatto che fossi proprio io la perfetta sospettata: la madre che aveva accesso alla bambina. Una bambina che, guarda caso,  scomparsa gi da un giorno. E in ogni caso chi aspetta cos tanto tempo per denunciare la scomparsa del proprio figlio? Avrei raccontato dell'acqua che mancava e che era miracolosamente comparsa in casa? Del portafoglio che non era in borsa, e che avevo ritrovato in cucina?
E gli articoli di giornale? I poliziotti si sarebbero fatti delle gran risate con la storia degli articoli di Lieberman, perch da quando  illegale raccogliere articoli di giornale? Se c' di mezzo la pedopornografia ti prendono tutti sul serio, ma a chi interessano gli articoli sul maltrattamento e l'incuria verso i bambini? Immagino gi la polizia che mi interroga: quell'uomo colleziona articoli di giornale? Pu provarlo? A proposto, lei come sa di questi articoli?
Alla fine non avrei saputo rispondere alle loro domande. Non sarei riuscita pi neppure a comprendere le loro domande, e poi non sarei riuscita a calmarmi e la mia voce tesa avrebbe ripetuto continuamente le stesse sciocchezze  Campanellino, Campanellino  e potevo anche parlare ai muri, perch la mia storia non era altro che una macabra soap opera raffazzonata, un delirio impossibile partorito dalla mente squinternata di una donna che continuava a ripetere sempre la stessa storia. Io sarei andata avanti con questo insensato copione complottistico e loro mi avrebbero sbattuto in una cella e ordinato un esame psichico ma  dato il budget ristretto e visto che era domenica  avrei dovuto aspettare fino a mercoled pomeriggio. Prima di poter convincere qualcuno della mia sanit mentale, Lieberman e sua sorella sarebbero arrivati chiss dove.
Questi ricordi dovrebbero essere incisi nel mio cervello, radicati in modo permanente nel mia memoria. Strizzo gli occhi e mi batto un pugno sulla tempia. Ogni volta che riemergo dal passato, rimango scioccata. Vedo delle immagini: la sagoma di un uomo, un cestino di frutta. Quante volte ho voluto dimenticare i ricordi dolorosi della mia vita? E ora questo. Ora sono qui, a cercare di ricordarmeli tutti. Per me  l'ennesima beffa.
Chiami la polizia. Non riesco a controllare il tremito della mia voce rauca.
Guardo il dottor Ari tirare fuori il cellulare e chiedere dell'ispettore Wilczek. Il mio stomaco comincia a contrarsi e scendo dal furgoncino. Vomito sul marciapiede, ma mi risale solo del liquido trasparente. Il tanfo del vomito mi riempie le narici.
Guardo il dottor Ari attraverso lo sportello aperto,  ancora al telefono. Lo vedo muovere la bocca, alza le sopracciglia; poi si rabbuia. Chiude la chiamata.
Stanno cercando Lieberman e sua sorella sin dalla scomparsa di Mia. Nessuna traccia, mi riferisce. Di entrambi. Sono spariti dalla faccia della terra.
A malapena registro le sue parole, ma so cosa significano. Spariti. Sono spariti tutti. E poi provo dolore, e mi rendo conto che potrei essere costretta a vivere in questo corpo per il resto della mia vita. Un corpo che mi sembra cosparso di piccole lame frastagliate di dolore.
Capitolo 18
Dopo la nostra gita alla casa di Brooklyn, il dottor Ari sospende temporaneamente le nostre sedute. Passano un paio di giorni prima che nel mio cervello si plachino i fuochi d'artificio. La prima notte non riesco a prendere sonno e mi metto a camminare per la stanza. La mia mente mi gioca brutti scherzi: per un attimo  completamente vuota, il momento dopo trabocca di immagini che non riesco a definire.
Dobbiamo necessariamente fare una pausa, mi spiega il dottor Ari e si rifiuta di continuare le sedute. Non  utile accelerare troppo il processo.
Io lo prego e lo supplico, ma lui  irremovibile.
Lei non capisce, replica, se le permetto di gonfiare i ricordi, finir per creare una versione esagerata e del tutto falsa della verit. Potrebbe anche capitarle di ricordare qualcosa che in realt non  affatto accaduta.
La seconda notte rimango seduta sul letto, il cuore che mi batte forte. Guardo la luce che filtra dalla finestra, allungando e distorcendo i quadratini di vetro fino a trasformarli in rettangoli, solo per soccombere, alla fine, all'oscurit. Non posso fidarmi di me stessa: i miei ricordi potrebbero essere solo una storia fittizia che dovr rivedere e correggere quando riprenderemo le sessioni. La ripercorro pi volte nella mia mente: il montavivande, gli articoli di giornale, Lieberman. Queste mie visioni sono cos vicine alla verit da sfuggire al radar, o hanno implicazioni cos grandi che non potrei mai inventarmi una cosa del genere? Mi chiedo dove traccer la linea il dottor Ari, quando la mia storia gli sembrer cos assurda che comincer a scuotere la testa incredulo.
Ho promesso al dottor Ari che mi sarei fidata di lui in questo viaggio, e cos mi arrendo e continuo la mia vita a Creedmoor in attesa di riprendere le sessioni.
Quattro giorni dopo, a mensa, mentre mescolo la gelatina all'arancia fino a farla diventare una poltiglia, osservo il gruppo delle anoressiche. Sono in sei, dai diciotto anni ai trenta passati, i corpi spettrali che compiono inquietanti rituali dietetici, infilzando con le forchette i minuscoli pezzettini di cibo. I denti della forchetta reggono quei bocconi quasi per miracolo. Dopo aver masticato a lungo, le donne concludono la loro cerimonia trangugiando bicchieroni d'acqua. Per la maggior parte del tempo non fanno altro che dividere il cibo in gruppi dietetici e sistemarlo in cumuli di rifiuti, sempre fedeli alla loro ossessione di privarsi del nutrimento.
Durante i pasti gli assistenti tengono d'occhio me e Marge. Ci sono cose di Marge che mi lasciano perplessa: si dice che il dottor Ari abbia un numero molto limitato di casi e si limiti a supervisionare il lavoro degli altri psichiatri del suo staff. Come mai ha scelto di seguire personalmente il caso di Marge? So che Marge si trova qui per via della morte di sua madre, ma comincio a chiedermi se sia davvero cos innocente come vuole farmi credere.
Col tempo mi sono affezionata a lei e si  instaurato un certo legame tra di noi, per quanto ce lo permetta questo soggiorno provvisorio. Entrambe ci divertiamo a guardare le anoressiche finch Marge non comincia a sviluppare delle strane abitudini a mensa. Si infila in bocca dei bocconi enormi e ingoia senza masticare. Il suo viso si sta allargando giorno per giorno, le camicie cominciano ad andarle strette e la vita si sta allargando. Sta diventando un globo terrestre, con la cintura che la taglia a met come la linea dell'equatore.
Lo mangi?. Marge indica una fetta di pane bianco sul mio piatto. Deve aver sofferto a guardarmi rigirare la gelatina senza mangiarla. Continua a fissare con desiderio il mio pane, per nulla infastidita dei segni di morsi. Non riesce proprio a trattenersi di fronte al cibo: sembra decisa a dilatarsi fin oltre i muri di questa clinica.
Fammi pranzare in pace, dico, ma quello che davvero mi infastidisce  il fatto che vorrei chiederle della morte di sua madre ma allo stesso tempo sono confusa, perch ho appena scoperto di non poter pi sopportare i segreti e le bugie.
Non fare la suscettibile, sto solo chiedendo. Se non lo mangi, scambiamoci i vassoi. Si mette a fissare il tavolo delle anoressiche e i loro avanzi e io prevedo guai in arrivo. So che sta espandendo le sue mire a quel tavolo, e il successo  garantito: lei vuole il loro cibo, loro non vogliono mangiare nulla. Un'accoppiata perfetta.
Cosa stai cercando di fare? Ne hai parlato con qualcuno?. Sono sconvolta dalla sua stazza: i suoi fianchi si espandono fino a debordare dalla sedia e persino gli occhiali sembrano essersi rimpiccioliti. Mi immagino che un giorno i suoi occhi scompariranno tra le pieghe di grasso e mi chiedo per quanto tempo ancora le permetteranno di andare avanti cos. Se alle anoressiche non  permesso lasciare cibo nei piatti qualcuno, prima o poi, dovrebbe pure intervenire per impedire a Marge di abbuffarsi cos.
Il dottor Ari ha detto che cominceranno a controllarmi durante i pasti. Ma cosa pensano di fare? Ci sono vari modi per procurarsi del cibo. Si pu sempre ricorrere a qualche sotterfugio. Pensi che mi daranno i loro dessert?. Marge sta guardando le anoressiche, e loro ricambiano. Vedo una delle ragazze farle un lieve cenno. Hanno sigillato un patto.
Io ho la mia teoria su Marge e so perch ha deciso di ingrassare in modo incontenibile. Ha ucciso sua madre e adesso la rivuole indietro. Vuole ricreare il corpo di sua madre nella sua pelle e non la smetter finch qualcuno non la fermer.
Mi dispiace per Marge, per cerco di tenermi un po' a distanza: non voglio essere trascinata nella sua ragnatela di ossessioni.
Buongiorno, signore. Sento la voce di Oliver dietro di me e Marge fa una faccia delusa perch per il momento il suo piano  stato rovinato.
Il mio cuore sussulta quando Oliver poggia il vassoio sul nostro tavolo e avvicina una sedia. Gli assistenti non mangiano con i pazienti, ma lo considero un piacevole diversivo:  un bel ragazzo e odora di disinfettante, dopobarba e menta piperita.
D'ora in poi manger con voi. Spero che non vi dispiaccia, annuncia Oliver, rivolgendosi a me.
Marge solleva le sopracciglia.
Sappiamo tutti che  qui per impedire a Marge di uccidersi con il cibo. Guardo il vassoio di Oliver: due mele, un'arancia, dei cracker e una scodella di zuppa di verdure. Lui ha un attimo di esitazione.
Sono vegano. Morde un cracker. Le ho detto che mi piacciono i suoi capelli? Sono molto parigini. Scuote la testa e alza gli occhi al soffitto. Non so come mi sia venuto in mente. Non so neanche come siano i capelli dei parigini.
Oliver comincia a staccare l'etichetta dall'arancia. Ha i capelli castano scuro, gli occhi blu e profondi come l'oceano. Ha le sopracciglia scure, inclinate, che gli danno un'espressione piuttosto seria. Porta il suo sorriso scherzoso con la stessa disinvoltura con cui indossa la divisa, e sembra che la gentilezza sia impressa sul suo viso. Ha una voce profonda, seria. In qualsiasi altro posto probabilmente  considerato un ragazzo nella media, ma qui  una celebrit. Mi domando come sia la sua vita oltre le mura di Creedmoor.
Gli chiedo ci che ho sempre desiderato chiedergli sin da quando ci ha portati con il furgoncino a North Dandry. Perch le tue mani sono cos malconce? Nel tempo libero lavori per una ditta di costruzioni?. Cerco di mantenere un tono indifferente e casuale.
Costruisco delle cose, con il legno. Mastica, e io aspetto pazientemente che si spieghi meglio. Si chiama tornitura.
Marge  infastidita dalla presenza di Oliver. Ha subto un altro cambiamento, oltre a quello che riguarda il suo aspetto: dice tutto quello che le passa per la testa, non si trattiene pi. Quando l'ho conosciuta, era timida e introversa, e a stento parlava con qualcuno.
Marge ha la bocca cos piena che fatichiamo a capirla. Tornitura? Che sarebbe? Fai cassettiere, cassapanche, roba del genere? Perch non vai semplicemente a comprarti dei mobili? Mi sembra una perdita di tempo. Voglio dire. Marge ha adocchiato l'arancia di Oliver.
Non  come fare il falegname o costruire mobili. Creo ciotole, scatoline, recipienti, penne, vasi; quel genere di cose. Oggetti delicati, qualunque cosa richieda attenzione ai dettagli.
La mangia?, chiede Marge, indicando l'arancia di Oliver.
Oliver ignora del tutto la domanda. D'ora in poi manger a questo tavolo. Fino a nuovo ordine. Solo per tenere sott'occhio la situazione. Sta chiaramente parlando di Marge e delle sue abitudini alimentari, ma io vorrei tanto che le sue parole fossero dirette a me.
Ci mostri qualcosa allora, dice Marge, guardando prima me e poi lui e viceversa. Uno di quegli oggetti di legno. Oliver tira fuori dalla tasca della divisa un oggetto tondo, munito di coperchio e un gambo. Una ghianda, non pi grande dell'uovo di un pettirosso. Vede, questa l'ho fatta con il legno di sandalo, spiega. Uso degli attrezzi speciali come questo, uno scalpellino. Si usa per i dettagli pi piccoli come la parte superiore della ghianda. L'attrezzo che ha in mano ha l'estremit tonda e scavata:  uno scalpello in miniatura con una lama concava. Oliver lo posa sul vassoio. Io lo prendo in mano,  grande pi o meno quanto un paio di pinzette.
Oliver tiene delicatamente la ghianda per il gambo. Questa 腻, fa una pausa teatrale, una ghianda. La tiene in mano delicatamente, come se avesse paura di romperla. Questo attrezzo si usa per intagliare delle piccole rientranze, per farla sembrare vera. Ho strofinato della cera sulla parte superiore per farla sembrare pi scura.
A me sembra solo una perdita di tempo. Marge si alza, tenendo in mano il vassoio.
Oliver mormora qualcosa tra i denti e comincia a sbucciare l'arancia. A proposito, si piega verso di me e abbassa la voce, la prossima settimana verr a trovarla qualcuno. Non dovrei dirglielo, ma siccome non viene mai a trovarla nessuno.
Lo guardo confusa. Viene qualcuno?, chiedo. A trovare me?
S, a trovare lei.
Chi?. Penso subito a Jack, ma poi metto da parte quel pensiero. Lui ha chiarito bene le sue intenzioni, eppure non posso negare che nutro ancora la speranza che abbia cambiato idea. Il pensiero di lui mi fa venire la nausea e cerco di concentrarmi su Oliver.
Quello non l'ho sentito. Si ferma. Non dica a nessuno che gliel'ho riferito.
Passo in rassegna una lista di possibilit aggiuntive  il procuratore distrettuale, gli ispettori, Nell, Jack  e nella mente mi appare un caleidoscopio di volti. Non riesco a togliermi dalla testa quelle immagini. Cerco di respirare e rilassarmi, ma il mio battito non rallenta e mi chiedo per quale motivo Oliver stia varcando i confini professionali. Tento di dimenticarmi di questo visitatore segreto, ma per quanto mi sforzi non ci riesco.
Marge si ferma davanti al tavolo delle anoressiche. Parlano e ridacchiano mentre Marge indica vari cibi sui vassoi.
Oliver si alza in piedi e parla a voce alta. Signore, non c' niente da ridere, lo sapete bene. Indica l'uscita. Il pranzo  finito.
Forza, anche per lei, dice a Marge, che si avvia di malavoglia al cestello dei piatti sporchi.
Un visitatore. Vari pensieri cozzano tra loro, mi tirano in ogni direzione possibile. Ho il cuore che batte troppo forte per riuscire a stare seduta e cos mi alzo, prendo il mio vassoio. Vedo la ghianda e lo scalpellino sul mio vassoio e mi volto verso Oliver.
Le sue cose, mormoro e gliele porgo.
Lui prende lo scalpello e se lo infila di nuovo in tasca.
La ghianda pu tenerla.
Perch?
L'ho fatta per lei, spiega.
Mi ha fatto una ghianda. Qual  il suo significato?
Lo vedr lei stessa.
Un indizio?.
Lui inclina la testa e dice: Penso che qualsiasi indizio la rovinerebbe. Quindi lascer che lei ci arrivi da sola.
Sta cercando di dirmi che ho una ghianda al posto del cervello, giusto?.
Lui ridacchia, alzando le spalle.
D'accordo, dico, e mi infilo la ghianda in tasca.
Mi avvio verso l'ufficio del dottor Ari e busso alla porta. Mi riprometto di non pressarlo perch mi comunichi una data per riprendere le nostre sedute, ma ho bisogno di sapere chi  il visitatore segreto. Mi aspetto che la mia apparizione improvvisata lo innervosisca, ma sono sorpresa di sentire che invece ha un tono allegro. S?. Mentre apro la porta ed entro, faccio attenzione a rimanere pi vicino alla porta che alla sua scrivania. Non so come parlargli del visitatore senza tradire Oliver.
Il dottor Ari  in piedi accanto alla finestra, con in mano una spazzola per abiti, intento a passarsela meticolosamente sul cappotto di lana blu. Sono ipnotizzata nel vederlo compiere un compito cos prosaico con una determinazione cos ossessiva. I colpi decisi della spazzola mi fanno riaffiorare un ricordo d'infanzia: Anthony che puliva una piscina. Armato di una rete attaccata a un'asta, setacciava i detriti per ore, catturando ogni bocciolo, ogni insetto, e ogni frammento vegetale non identificabile che galleggiava sulla superficie della piccola piscina.
Io rimango ferma l in piedi a guardarlo. Non so come parlargli di questa cosa senza che lui mi chieda come l'ho scoperta.
Estelle, stavo proprio per mandarla a chiamare. Si ferma e si guarda allo specchio. Suo fratello Anthony ha chiesto il permesso di venire a trovarla.
Pi tardi, nella mia stanza, penso a mio fratello, Anthony Paradise. Non so come gestire la novit, non so dove collocare tutti questi sentimenti. Ricordo il giorno in cui  andato via. Era novembre e indossava un grosso cappotto e l'aria aveva un profumo dolce. Eravamo davanti alla casa della zia Nell, ad aspettare il taxi che lo avrebbe portato in aeroporto. Il vento muoveva i suoi capelli, gli alberi, le foglie. Controllava tutto. Ci abbracciammo, e lui sal sul taxi. Fu un giorno di addii, in cui mi sentii davvero abbandonata.
Ricordo la sua carnagione olivastra e i suoi occhi verdi. Era entrato all'Accademia militare, una scelta che mi ha sempre lasciata perplessa. Si era diplomato con il massimo dei voti e c'erano borse di studio e tante opportunit, ma lui scelse un'accademia militare anzich una delle universit prestigiose che avrebbero voluto reclutarlo. Dopo essermi trasferita dalla zia Nell continuai a chiedere di lui, ma lei era sempre di poche parole e non so pi distinguere tra ci che mi ha riferito la zia e ci che mi sono inventata io.
 difficile tenere a freno l'ansia e voglio parlare con qualcuno. Non tanto di Anthony: semplicemente non voglio stare da sola. Ma non riesco a trovare Oliver, e Marge  a caccia di cibo per espandersi sempre di pi. Mi rendo conto che non ho nessuno. Nessun amico. In realt, a dirla tutta, non ho mai avuto dei veri amici. Tutte le mie relazioni sono sempre state effimere e inadeguate, quasi inesistenti. Ho un debole ricordo di momenti condivisi in qualche punto del lontano passato, ma nessuna impressione duratura, nessun album fotografico, nessun ricordo da conservare e nessuna foto incorniciata. Non ho nessuno a cui telefonare per parlare un po'. E anche se avessi un numero da chiamare, che cosa direi?
Ciao, sono Estelle, ti ricordi di me? Volevo solo avere tue notizie, come stai? Mi trovo in un istituto psichiatrico perch mia figlia  scomparsa. Alcuni addirittura pensano che sia io la colpevole. Ho solo bisogno di risolvere alcune cose, e cos mi  venuto in mente il tuo nome e ho pensato che magari avrei potuto chiamarti
Non riesco a togliermi dalla mente Anthony. Il pensiero della sua visita imminente  domani, le far sapere l'ora  mi rimbomba nella testa. Ci metto un po' a capire che  il cuore a pulsarmi nelle orecchie. Faccio presente il mio disagio al dottor Ari, gli chiedo anche di somministrarmi degli ansiolitici, ma lui mi nega la pace indotta chimicamente cos come si rifiuta di darmi tregua durante le nostre sedute. Qui dentro non puoi sfuggire ai tuoi problemi, devi affrontarli.
Per il resto della giornata mi concentro sull'efficienza asettica e frettolosa di Creedmoor, che ormai mi  cos familiare. Un'efficienza sostenuta da uno staff competente e organizzato. Quando capitano giorni difficili come oggi, il giorno precedente all'arrivo di Anthony, quasi non riesco a sopportare l'intrusione costante: assomiglia a un'inquietante musica di sottofondo che ci ricorda cosa siamo e dove siamo. Le sirene dell'ambulanza non si sentono molto spesso, dal momento che questo non  un pronto soccorso e i pazienti non arrivano d'urgenza, ma sono accompagnati dai familiari o dagli assistenti sociali. Oggi il rumore  assordante: l'ambulanza si sta avvicinando, e so che tra un po', quando ripartir, quella sirena ululante non si sentir pi. Poi ci sono le suole di gomma che scricchiolano sul pavimento di linoleum, ogni tanto qualche messaggio dall'altoparlante che nessuno capisce, ruote di carrelli e barelle, oppure persino un lamento. A volte si sente urlare. Non c' mai silenzio.
Persino le mie narici sono bombardate di continuo: c' odore di lattice e varichina, e zaffate che si spandono dalla cucina nei corridoi.
Cerco di estraniarmi da questo mondo e mi concentro sulle righe del pavimento lucido e le pareti graffiate. Proprio quando penso di aver ripreso il controllo, il suono delle rotelle di un'asta per le flebo interferisce nei miei sforzi. Chiss dove posso trovare un po' di silenzio. In una miniera sotterranea, forse? In una camera insonorizzata? In un monastero dove i monaci si attengono al giuramento autoimposto del silenzio?
Ho la mente sottosopra e mi sembra che stia per esplodere come una lampadina surriscaldata. Camminando per i corridoi, guardo il pavimento.  marrone con delle macchie verdi: a guardarci bene, ci sono anche dei puntini bianchi qua e l. Sento le infermiere parlare tra loro mentre mi passano davanti, vedo gli assistenti con le loro cartelline e le chiavi che tintinnano, poi l'interfono con i suoi comandi segreti, Dottore scratch, scratch per favore all'ingresso scratch. La mia mente continua a spegnersi e sta gi bloccando i pochi pensieri che riesco a tenere in equilibrio. Il mondo intorno a me  fatto di schegge di vetro infilate nel cervello, che mi rendono nervosa e arrabbiata.
Rimango a letto per il resto della giornata. Quando l'infermiera mi chiede cosa succede le spiego che ho lo stomaco scombussolato, e a mezzanotte lascio la stanza e osservo il corridoio desolato. Sento le infermiere chiacchierare da dietro il vetro, in fondo al corridoio. Si sentono delle risate, degli armadietti che si chiudono, un telefono che squilla. L'odore di caff, quasi insopportabile, mi fa rivoltare lo stomaco.
Mi chiedo se in questo posto ci sia una piscina, da qualche parte nel seminterrato: magari i resti di un'antica piscina termale per i malati di mente. Ho voglia di sentire il lieve odore del cloro, in modo da poterlo seguire e immergermi, cos in profondit che le onde sonore sono attutite, tutti i segnali si indeboliscono, e il mondo si spegne completamente.
Porto con me una bottiglia d'acqua vuota come scusa per aver lasciato la stanza nel mezzo della notte. Nessuno beve l'acqua del rubinetto a Creedmoor: le macchie di ruggine al livello dell'acqua nei gabinetti sono un indicatore inequivocabile della qualit dell'acqua e un chiaro monito a chi volesse berla. I distributori di acqua si trovano su ogni piano e nei vani delle scale, e nessuno mi far domande.
L'ala ovest  abbandonata e quasi tutte le porte, le stanze e gli uffici sono chiusi a chiave. Questa parte della struttura  in disuso. Ormai Creedmoor  ridotta cos male da avere i giorni contati e potr salvarsi solo grazie a qualche facoltoso benefattore.
Sento dei passi, troppo lenti perch si tratti di un'infermiera o un assistente. Forse  l'addetto alla sicurezza che sta perlustrando l'area, anche se non so cosa ci sia da controllare a Creedmoor, dopo mezzanotte, nell'ala abbandonata dell'edificio.
Passando davanti alle stanze leggo la targa su ogni porta e finalmente trovo quella che si avvicina di pi a una vasca olimpionica.
Entro nella stanza alla mia destra. Richiudo la porta massiccia e rimango immobile nel buio finch i miei occhi non si abituano all'oscurit. L'unica luce che filtra dal lucernario  quella della luna. La stanza  gelida e mi metto la mano in tasca per sentire la ghianda che mi ha dato Oliver, intagliata con un attrezzo di cui ho dimenticato il nome.
Mi sento soffocare, come se qualcuno mi avesse avvolto una sciarpa attorno al collo, e pian piano stesse tirando. Non ci sono mobili; le pareti e il pavimento sono piastrellati. Non  nient'altro che una piccola cella con un letto fissato al pavimento. Ci sono due manette per i polsi e due manette per le caviglie attaccate a dei perni sul pavimento. Niente spigoli, niente mobili. Mi sento euforica, quasi su di giri. Il letto  piccolo e stretto ma  resistente, e quando mi siedo sul bordo non cigola. Siamo in una cella di isolamento, e percepisco tutta la sua energia potente e inflessibile.
Mi stendo e rimango gi come se fossi in una bara. Penso alla beffa di questo momento, di questo letto, di questo edificio, della mia vita. Dev'essere proprio una cella di isolamento l'unico posto dove riesco a trovare finalmente il silenzio? Il posto dove posso ascoltare l'unica voce vera, la parte di noi che rivela la verit, solo se metti a tacere tutto il resto.  l'unica voce che voglio ascoltare. I miei pensieri sono lontani dalla realt e forse, chiss,  proprio questa la mia pazzia: le linee confuse, non sapere dove finisce una cosa e ne inizia un'altra.
Sento le lacrime scorrermi lungo il collo, e mi asciugo gli occhi con il dorso della mano. Per una frazione di secondo la luna filtra perfettamente nel lucernario in alto e lo riempie fino all'orlo, il suo contorno perfetto contenuto in un quadrato.
Apro gli occhi e guardo la luna sopra di me. Non si sente nessun altro suono. Vorrei fondermi nel letto sotto di me e allo stesso tempo nella luna lass. Immagino Mia: chiss se qualcuno in questo momento la sta tenendo in braccio, o se il suo corpo senza vita giace da qualche parte e non sapr mai dove. Forse se oppongo meno resistenza alla realt, riuscir in qualche modo a sopportarla. La mia colpa non pu accettare domande.
E poi piango. Piango sapendo che le pareti sono insonorizzate e, in quest'unico momento, in questa stanza di follia, questo luogo di dementi, desidero trovare la forza per vederci chiaro. Oggi in mensa, avrei potuto prendere facilmente lo scalpellino. Per quanto piccola, la sua lama avrebbe fatto il suo lavoro se diretta al punto giusto e con l'angolazione necessaria. Il mio bisogno di scoprire la verit  vitale e involontario, come il mio stesso respiro.  come cercare di uccidermi trattenendo il fiato sott'acqua, ma le bolle mi riportano in superficie.
E mi chiedo che cosa mi tenga in vita. Poi mi sovviene che tutte le volte l'istinto di conservazione riesce a sconfiggere il desiderio di morte: in parte,  un istinto animale, scatenato dalla rabbia e dalla furia di essere stata privata del mio cucciolo.
Alla fine il fiume delle mie lacrime si prosciuga, e finisco i fazzoletti. Quando  ora di tornare in camera mia, mi infilo nelle tasche i fazzoletti inzuppati di lacrime. Sembrano frammenti fradici di carta da giornale. Poi prendo in mano la ghianda di legno. Oliver mi ha detto che c'era qualcosa che avrei dovuto capire da sola.
Tengo la ghianda nel palmo della mano. Chiudo le dita in modo che non rotoli a terra. Improvvisamente sento di doverla proteggere. La esamino, ne accarezzo la cupola marrone lucente e le lunghe squame ricurve che si sovrappongono, cos fitte. Il corpo  ovale, liscio, ma intravedo delle sottili crepe lungo la base.
Reggendo la base, provo a far ruotare la cupola. Si muove, e cos sollevo delicatamente il coperchio. Capovolgo la ghianda e sul mio palmo rotola una vera ghianda: il vero oggetto, nascosto dentro il contenitore di legno.
Mi porto al naso la cupola e inalo. Il profumo  dolce e caldo, ma noto anche un odore pungente, una sfumatura vegetale. Sembra burro.  l'odore che ho sentito quel giorno al parco, dopo aver visto Oliver seduto sulla panchina, intento a intagliare un oggetto. L'odore delle sue mani quando mi ha premuto la salvietta fredda sulla fronte.
La verit. Forse  questo l'odore della verit. Qualcosa che  nascosto, ma c'. Non bisogna mai arrendersi.
Capitolo 19
Alle quattro in punto sono seduta su una panchina accanto alla fontana, ad aspettare. Ogni volta che qualcuno scende lungo il sentiero, la ghiaia scricchiola e il mio cuore sussulta. Avrei voluto far aspettare lui invece, perch ogni volta che sento aprirsi lo sportello di una macchina mi sembra un colpo di pistola, e il cuore comincia a battere all'impazzata.
Vorrei dare a Anthony una foto di Mia, ma non ho niente di lei qui con me: nessun album fotografico, nessuna impronta di un piedino o di una manina; non ho il suo primo vestitino, n qualche altra testimonianza della sua esistenza. Gli unici resti della sua vita reale sono conservati in buste di plastica sigillate, a tenuta stagna, resistenti agli strappi e alle forature, con un sigillo adesivo e un'etichetta della catena di custodia.
E poi sento Anthony dietro di me, come una piuma che mi sfiora il braccio. Stella. A sentire la sua voce mi sembra quasi di svenire. Riesco a girarmi ed eccolo:  pi alto di quanto ricordassi.  come se un ladro lo avesse portato via, e poi lo avesse riportato indietro, per molti aspetti cambiato. Adesso  cresciuto: sembra smunto, emaciato, quasi vecchio, nonostante la giovane et. Non  pi il ragazzino che ricordo dall'ultima volta. Mi sono persa il momento in cui  diventato un uomo, il suo primo amore, gli anni del college, il suo primo lavoro. Ora ha superato i trent'anni ed  davvero molto magro.
Spalanca le braccia. Ci abbracciamo. Ha la barba rasata e odora di sigarette. Le settimane passate a Creedmoor mi hanno condizionata, mi hanno portata a estrapolare le sensazioni, a permettere alle mie emozioni di disegnare immagini, e cos mi assale un caleidoscopio di ricordi: schegge di specchi che creano forme colorate. Non c' nessuna caccia alle uova di Pasqua, nessuna casa sull'albero, nessuna tradizione festiva familiare. Eppure nella mia mente emerge vivida  con i bordi ben definiti, quasi una fotografia a colori  l'immagine di una pasticceria polacca dove compravamo sempre le barrette di caramello Krowki. E mi torna in mente Duke, il cane del vicino con cui giocavamo, una specie di dobermann: era zoppo e aveva un orecchio sollevato. Scaccio via quelle immagini.
Ci sediamo sulla panchina. Anthony ha un anello alla mano sinistra, una fascetta d'oro cos sottile che  quasi invisibile. Ha delle piccole cicatrici sulle nocche, pallide, come ghiaccioli permanenti impressi nella pelle.
Allora, come te la sei passata in questi anni?. La sua voce  pi profonda di come la ricordassi.
Sono trascorsi quindici anni, e ora vuole sapere come  andata.
Stella.
Ecco, di nuovo il mio nome.
Mi dispiace tanto, mormoro, e mi prende la mano.
Immediatamente mi trasformo nella ragazzina che ero quindici anni fa. Siamo stati separati, ma a prescindere da dove siamo e quanti anni abbiamo, saremo sempre ci che eravamo in origine: fratello e sorella. Ricordo la casa di Nell, scura e cupa, il mio appartamento nel Queens, il mobilio sciatto e i vicini chiassosi, tutti i miei oggetti messi da parte in un unico armadietto, le tubature che perdevano: tutti quei posti in cui avevo vissuto non li avevo mai sentiti come casa mia.
Come me la sono passata in questi anni. Sono indecisa se fargli sapere quanto sia insensata la sua domanda, ma so che gli devo una risposta. Non so cosa dirgli. Le parole non hanno la forza adeguata per trasmettere il volume e il peso del nostro incontro dopo cos tanto tempo.
Cerco di trattenere le lacrime, ma mi bruciano come fossero acido. Sollevo i palmi. Guardati intorno, Anthony. Come ti sembra? Come ti sembra che me la sia passata?
Lui distoglie lo sguardo. Mi dispiace, sussurra. Guarda i pazienti sulle sdraio e poi il grosso edificio dietro di noi. Non so cosa dire, Stella.  tutto un gran pasticcio. Si ferma, poi riprende: Un grosso pasticcio.
Non so se si riferisce all'edificio o alla mia vita. O a entrambe le cose, o a nessuna delle due. Ci sono dei nuvoloni nel cielo, ed entrambi abbiamo un nodo in gola.
Non ci potevo credere quando ho saputo.
Sei cambiato, lo interrompo. Lo guardo dall'alto in basso. Indossa un paio di pantaloni, una camicia classica e sopra un cappotto. Adesso sei un uomo.
Mi racconta di West Point. Dice che negli ultimi dieci anni  stato arruolato nell'esercito, e adesso lavora per l'FBI.
Ma non  cos entusiasmante come si potrebbe pensare. Si fanno un sacco di straordinari e non si dorme mai abbastanza. Non  esattamente come fanno vedere in televisione.
Neanche questo posto  come lo dipingono in televisione. Be', e non  nemmeno cos divertente come nel film Qualcuno vol sul nido del cuculo.
Mi parla di Abby, la donna che ha sposato due anni fa, e mi racconta che l'ha incontrata in lavanderia.
Le ho chiesto di uscire, e adesso eccoci qui, dice, tirando fuori il cellulare. Preme qualche tasto, fa scorrere qualche schermata e poi mi passa il telefono.
Una foto di Anthony con un'uniforme blu. Mostrine sulle maniche e sulle spalline, un berretto nero.
Scorro le immagini. Anthony in un abito blu e una bella donna con i capelli lunghi neri in un tubino bianco. Alle loro spalle il palazzo di un tribunale.
Questa  Abby. Siamo fuggiti insieme. La sua famiglia non era d'accordo, ma  ci che volevamo.
Scorro ancora le immagini.
Anthony e Abby che si abbracciano e sullo sfondo una catena montuosa. Abby  alta quasi quanto Anthony e ha un fisico atletico. Accanto a loro  accucciato un cane nero.
Questo  Patton. Lo abbiamo preso dal canile.  un incrocio tra un cane da pastore e un Labrador.  stato investito da una macchina e si  rotto il bacino. Stavano per fargli l'eutanasia. Una settimana dopo che lo abbiamo preso gli hanno amputato la zampa, per non sappiamo se  consapevole di avere solo tre zampe.
Continuo a scorrere le immagini: Patton al parco, Patton con un collare elisabettiano dal veterinario, Patton sul divano, addormentato di schiena, con le tre zampe in aria.
Mio fratello una mattina si  alzato, si  messo un abito blu ed  scappato con un donna di nome Abby. Ama fare trekking. Ha adottato un cane con il bacino distrutto qualche giorno prima che gli facessero l'eutanasia. Lo ha chiamato Patton, come il generale Patton, l'eroe di guerra. E ha una sorella rinchiusa in un istituto psichiatrico, che non riesce a ricordarsi cosa sia successo a sua figlia.
Sei un uomo fortunato, gli dico.
Lui sorride, e noto che deve aver portato un apparecchio per i denti da adulto. Lo ascolto mentre mi parla di sua moglie, del suo lavoro, del fatto che dorme poco, che porta il cane al parco. C' ancora un mondo normale l fuori: facile dimenticarlo in un posto come Creedmoor.
Dovevamo rimanere in contatto. Non so perch non lo abbiamo fatto. La sua voce appare tesa, come se si sentisse in colpa perch ci siamo persi di vista per cos tanti anni.
Per un po' abbiamo parlato, me lo ricordo, dico, e mi volto come per distrarmi e non pensarci pi. Sai, mi sono trasferita diverse volte.  successo, e basta.
Anthony fa un respiro profondo, trattenendo a lungo l'aria.
Hai notizie di Nell?, chiede. Deve avere quanti anni, adesso? Quasi sessanta.
Nell? Non penso che sappia che sono qui.
Anthony mi guarda spalancando gli occhi.
Perch?, chiedo, scuotendo la testa. Hai parlato con lei?
Stella. Inclina la testa a sinistra come faceva quando eravamo bambini. Poi si lascia sfuggire: Sono certo che lo sa.
Ah, s?.
Avete internet qui?, chiede.
S, rispondo, e mi ritrovo a guardarmi intorno come se avessimo deciso di scalare una staccionata e scappare via. Ma gran parte dei siti sono bloccati. Niente notiziari.
Non penso sia una buona idea, mormora Anthony.
Chiudo la galleria fotografica e passo il dito sullo schermo. Quando cerca di prendermi il telefono, io mi volto.
Non farlo, ribadisce, ma poi abbassa le mani come se sapesse che tanto  inutile.
Trovo il browser e digito il mio nome. Ho la vista appannata, lo schermo  piccolo e cos clicco sul primo link: un video.
Vedo solo uno schermo bianco con una clessidra. Poi appare l'immagine di una donna ritoccata, con troppo lucidalabbra e i capelli impeccabili. Il video trema e si interrompe per un secondo, poi riparte. Riconosco subito quella donna, ma non riesco a ricordare il suo nome.  una di quelle conduttrici televisive specializzate in ambito legale: un ex avvocato della difesa diventato pubblico ministero, poi difensore dei diritti delle vittime e infine giornalista televisiva vendicativa e implacabile.
CATE: Buonasera! Sono Cate Trent della WGBK, da New York. Un caldo benvenuto ai nostri spettatori e all'ospite di oggi. In studio abbiamo Liza Overton, conduttrice di Cronaca nera. Liza, buonasera. Vorrei iniziare citando una frase che lei ha detto ieri sera a Cronaca a nera. Non  possibile che la bambina sia sparita. Forza gente, usate il buon senso. Ci troviamo di fronte all'ennesimo infanticidio.  solo un altro dei suoi commenti a freddo un po' esagerati? Non  troppo presto per definire questa donna un'assassina? Sta cercando di influenzare l'opinione pubblica solo per far crescere gli ascolti?.
Guardo Anthony. Lui distoglie lo sguardo. Il video continua.
LIZA: Grazie per avermi invitata, Cate, sono felice di partecipare alla sua trasmissione. Prima di tutto, nessuno crede alla storia del rapitore. Gli esperti legali concordano sul fatto che le circostanze siano sospette, per usare un eufemismo. Finora su questo caso ci sono pi domande che risposte. La scomparsa della neonata non  stata denunciata finch la madre non  stata trovata gravemente ferita in un'auto, nel Nord dello stato, pi o meno a tre ore di distanza dalla sua casa di Brooklyn, NY Che razza di madre non avverte le autorit se non trova pi suo figlio? Mi permetta di rispondere: una madre colpevole.
Neonata. Madre. Gravemente ferita. Nel Nord. Scomparsa. Colpevole.
CATE: Le autorit dicono che sono emerse pochissime prove, e secondo il capo della polizia non sussistono elementi per affermare che ci siano state controversie sull'affidamento della bambina. I genitori stanno collaborando, ma la madre deve rispondere ad alcune domande, e bisogna ammettere che di domande ce ne sarebbero a bizzeffe. Liza, ci dica cosa pensa del fatto che la madre non abbia denunciato la scomparsa della figlioletta.
LIZA: Be', prima di tutto, pi passa il tempo, pi  difficile rimanere ottimisti. Ma il comportamento della madre mi sconcerta. Eh, no. Una denuncia tardiva non equivale al fatto di urlare disperata quando ti accorgi che tuo figlio  scomparso. Andiamo, Cate, cerchiamo di rimanere con i piedi per terra. Dir le cose come stanno a lei e ai suoi spettatori.
CATE: Vada avanti, Liza, ci dica tutto.
LIZA: Mi permetta di citare le prove, sempre pi numerose, che portano all'ipotesi di omicidio.  questo ci che conta: le prove. Una madre che non denuncia la scomparsa della figlia. Gi in s  un atteggiamento sospetto, ma c' di pi. A quanto pare, non si  presentata a un appuntamento dal pediatra. Perch non ci  andata, mi chiedo? Sono convinta che il giorno dell'appuntamento il crimine era gi stato commesso. Poi c' l'episodio del minimarket. Secondo le mie fonti, la signora  andata in un negozio vicino casa e ha provato a comprare dell'acqua.
CATE: Mi scusi. Precisiamo che le registrazioni sono state rese pubbliche nella speranza di trovare altre testimonianze che possano spiegare il comportamento della madre nei giorni precedenti alla scomparsa. Prosegua pure, Liza.
LIZA: Grazie per la precisazione, Cate. Quindi la signora si reca in un minimarket nei pressi di casa a comprare dell'acqua. Ma non la paga, la lascia alla cassa! Ed esce senza dire una parola, nulla. E attenzione, c'era una copertina stesa sul passeggino! Il commesso non ha visto la bambina. Ora, secondo voi  possibile che una bambina, che a quanto pare soffriva di coliche, dormisse tranquilla nel passeggino? La madre ha solo fatto finta di comprare l'acqua affinch poi il commesso se ne ricordasse. Era parte del suo piano diabolico per far credere a tutti che la bambina fosse ancora viva. E la mia non  una semplice congettura: il commesso ha parlato apertamente. E ci sono delle telecamere nel negozio. Ci sono le prove, non mi sto inventando nulla. Controllate pure, la sua testimonianza  riportata dappertutto.  tutto nero su bianco, Cate.
CATE: Le illustro come spiegherebbe il fatto un avvocato della difesa. Se fossi io l'avvocato della difesa, direi che forse la signora ha cambiato idea. Non  un crimine, giusto? Forse ha dimenticato la borsa, oppure non aveva con s i soldi. E per quanto riguarda la copertina stesa sul passeggino, probabilmente era freddo, o c'erano troppe persone che fissavano la bimba, o magari la piccola stava dormendo. Pu averlo fatto per diversi motivi. Non  un crimine, Liza, assolutamente no.
LIZA: Mi permetta di fare l'avvocato del diavolo, Cate. Mi lasci spiegare perch non ho dubbi sulla colpevolezza della madre. Non va all'appuntamento dal pediatra perch la bambina  gi morta! E lei lo sa, perch l'ha uccisa lei. E va in panico, non sa come sbarazzarsi del corpo. Si mette in macchina e comincia a guidare senza sapere cosa fare o dove andare, e finisce nel Nord dello stato. E poi decide che  il momento di cercare un posto dove gettare questo piccolo angelo innocente. Finalmente ha il coraggio di fermarsi, e potrei giurare sulla mia stessa vita che da qualche parte tra la sua casa e il luogo dell'incidente c' una piccola tomba nel bosco con i resti della bambina. Ma su questo, devo dire, sono fin troppo clemente.
CATE: Troppo clemente? In che senso?
LIZA: Sto dando troppo credito alla madre.  probabile che non l'abbia seppellita affatto. Forse l'ha semplicemente gettata in un fiume o un lago. Non dico nulla di cos clamoroso quando affermo che non ritroveremo mai il corpo. Per non parlare poi del fatto che la signora si  recata alla centrale di polizia. Arriva, aspettate un po', vomita, e poi se ne va senza parlare con nessuno. Anche questo  stato registrato dalle telecamere. Davvero abbiamo ancora dubbi su chi abbia ucciso la bambina? Io non ne ho!.
CATE: Ci sono fonti  fonti non confermate  secondo cui la madre soffrirebbe di amnesia. Che ne dice di questo? E ha riportato delle ferite piuttosto gravi, nessuna di questa considerata autoinflitta.  corretto?
LIZA: Vuole sapere cosa ne penso? Certo che quella donna soffre di amnesia. Non ne soffrirebbe anche lei al suo posto? Non ne soffrono tutti quelli come lei? Per favore. Sono convinta che quella donna abbia ucciso sua figlia. Quanto alle ferite, in ogni caso, non si sa nulla di certo. Si sar solo fatta un po' male durante l'incidente. Un volo con la macchina in un burrone lascer pure qualche segno.
CATE: Ma non crede che cos l'opinione pubblica rischia di essere influenzata dai giornalisti? Un sospettato  innocente fino a quando non viene provata la sua colpevolezza. Bisogna essere molto cauti, specialmente in un caso come questo, in cui  coinvolta una bambina innocente. Altrimenti si rischia di fomentare l'odio, considerato che la gente tende ad accanirsi particolarmente contro le madri accusate di aver fatto del male ai propri figli. Forse dovremmo stare attenti a non trarre conclusioni affrettate.
LIZA: Non voglio fare congetture su aspetti del caso che non conosco, preferirei attenermi ai fatti. E non credo alla madre quando dichiara di soffrire di amnesia. Troppo facile, troppo conveniente. Quando scompare tua figlia, non puoi semplicemente dire: Non so cosa sia successo. Almeno alcune madri cercano di passarla liscia inventandosi qualcosa. Quante madri abbiamo visto in lacrime, a descrivere le fattezze di un inafferrabile rapitore, un uomo nero, un uomo incappucciato vestito di scuro che parlava spagnolo? Un uomo che le ha strappato il bambino per strada, o un criminale mascherato che si  introdotto in casa? Controlli gli archivi: c' pi di un caso di questo tipo. E alla fine si scopre che sono state le stesse madri a uccidere i propri figli! Ma non lei, nossignori, lei semplicemente non si ricorda cosa  successo. Ma tornando ai fatti, c' anche di pi. A quanto pare, secondo una fonte vicina alla famiglia, ci sarebbero un paio di testimoni che hanno visto la madre il giorno della scomparsa della bambina.
CATE: Precisiamo che si tratta soltanto di voci. Per il momento la cosa non  confermata, Liza, ed  qui che voglio arrivare. Non  che per caso lei e il resto della stampa vi state spingendo troppo in l e state diffondendo una serie di notizie infondate?
LIZA: Prima mi faccia finire. Secondo le mie fonti,  stata vista scaricare un seggiolino per strada su un mucchio di immondizia. Come lo spiega questo, caro avvocato difensore?
CATE: Non sono tenuta a dare spiegazioni riguardo a testimonianze non verificate. Testimonianze presunte, anzi. E non penso che.
LIZA: Che mi dice della barbona? C' una testimone che dichiara che la mamma ha dato una valigia a una barbona, intorno all'ora della scomparsa della bambina. Quella stessa mattina ha buttato via il seggiolino. Davvero, cos'altro dobbiamo sapere? Ci sono prove schiaccianti contro di lei. Che cosa c'era in quella valigia? E come si fa a rintracciare una barbona? Tanti auguri, spero proprio che ci riescano. E intanto dov' quel mostro di madre? Se ne sta tutta comoda e tranquilla in un istituto psichiatrico.
CATE: Ha avuto un incidente terribile, lo provano le ferite che ha riportato. Soffre di amnesia ed  stata ricoverata in un istituto psichiatrico, e noi.
LIZA: Si sta nascondendo, ecco che cosa sta facendo. Perch le madri perbene e i cittadini preoccupati si stanno radunando davanti al tribunale per chiedere giustizia. Come mai non  in prigione?  scandaloso!.
CATE: Stavo dicendo che non dovremmo trarre conclusioni affrettate. Si potrebbe ribattere che mentre lei  qui a darle addosso, quella donna sta cercando di capire cosa sia successo alla sua adorata bambina.
LIZA: Aspetti, aspetti, Cate, non  tutto. Un suo vicino ha detto che si comportava in modo strano. La madre voleva chiudersi in casa, e questo vicino sentiva piangere la bambina a tutte le ore del giorno e della notte. Ha persino lasciato la piccola in macchina da sola. Le sembra un comportamento da madre amorevole? Al processo tutto questo verr fuori. Non so in che modo riuscir a giustificarlo un avvocato difensore.
CATE: Ma Liza, i bambini piangono! E lo fanno a tutte le ore del giorno e della notte. E lei viveva da sola, suo marito lavorava fuori citt. Anch'io, se mi trovassi in una situazione del genere, farei molta attenzione a chi entra in casa mia. Nessuna di noi  stata una madre perfetta. Sto solo cercando di dire che i giornalisti giocano un ruolo fondamentale, e quella madre  innocente finch non sar dimostrata la sua colpevolezza.
LIZA: Anche se non crede a una parola di quello che le ho detto, cerchi di essere sincera con se stessa. Concentriamoci solo sull'arco temporale. Quella donna ha aspettato troppo prima di denunciare la scomparsa. Anzi, non l'ha denunciata affatto finch non  stata trovata e interrogata. C' qualcosa che semplicemente non torna.  questione di buon senso, non si tratta di una mia insinuazione.
CATE: Ma non le sembra ingiusto sbatterla su tutti i giornali chiamandola Amnesia Mom, ovvero Mamma Amnesia?
LIZA: Questo  ci che sostiene lei, no? Dice di soffrire di amnesia, quindi  un soprannome che la descrive bene, non crede? Alla fine, Cate, dico soltanto quello che sta pensando il novanta percento della popolazione.
CATE: Questo non lo so. Spero di no, spero che la gente usi il proprio giudizio, o piuttosto si astenga dal giudicare finch non abbiamo una prova certa di colpevolezza. Spero che la giuria sia composta da suoi pari, come prescrive la legge. Grazie per aver partecipato alla nostra trasmissione, Liza. Lingua biforcuta, come al solito. Dobbiamo passare la linea alla pubblicit. Dopo l'intervallo riprendiamo con il notiziario locale. Restate con noi, a tra poco.
Il video si interrompe, congelando il viso dell'ospite in una smorfia. Ci sono dei link ad altri video, ma io clicco sulle immagini. Ci sono foto mie, e una di mia figlia.  avvolta in una copertina, gli occhi chiusi. La sua immagine mi toglie il fiato. Vado oltre perch mi fa male guardarla. Ci sono immagini di notiziari. Riconosco North Dandry. Andando avanti, ci sono foto di donne che non ho mai visto, senza trucco, che guardano dritte verso la telecamera. Foto segnaletiche, con la divisa arancione da carcerato. Alcune mostrano un cartello con delle scritte. Nome, numero, dipartimento di Polizia. Io appaio dappertutto: in ogni salotto, lavanderia a gettoni, palestre, in ogni emittente radio. In ogni studio medico, in ogni concessionaria di automobili.
Amnesia Mom, ripeto, cercando di trattenere le lacrime. Sono stata ridotta a una madre senza memoria, a una guardiana mancata che non  stata capace di badare a sua figlia. Non ne avevo idea.
Mi dispiace, Stella. Mi dispiace tanto. Il suo sguardo si rabbuia, gli vengono le lacrime. Poi i suoi occhi diventano due fessure.
Tanto  soltanto una puttana che pensa solo agli indici di ascolto, lo sanno tutti. Anthony si rimette il telefono in tasca. Mi dispiace, te l'ho detto che non era una buona idea. Quella  gente spietata, e la maggior parte delle cose che dice non c'entrano con i fatti. La gente lo sa, Stella. Ogni psicologo e psichiatra dice la sua, ognuno ha qualcosa da dire,  diventato improvvisamente un esperto in materia. Nessuno invece  interessato ai fatti. I giornalisti hanno telefonato a casa mia per settimane.
Pausa.
Mi hanno chiesto se, secondo me, eri colpevole.
Vorrei chiedergli: Pensi che sia colpevole?, ma ci ripenso. Certo che no, risponderebbe tranquillo. Cos tranquillo che capirei che ci ha pensato prima, che si  preparato la risposta.
Anthony continua a guardarmi; poi rabbrividisce come se si stesse scuotendo di dosso un pensiero che lo mette a disagio. Ma poi mi rendo conto di una cosa: come fanno a saperlo gli altri, ci che ho fatto, se non ne sono cosciente nemmeno io?
Nell mi ha raccontato che te ne sei andata e non ti sei fatta mai pi sentire.
Non ho mai dimenticato che indossava la spilla della mamma e il suo vestito al funerale. Chi mai farebbe una cosa del genere? Chi indosserebbe il vestito della propria sorella il giorno del suo funerale?.
Anthony scuote la testa. Ricordo quella spilla. Ma era di Nell, credo. La mamma l'aveva presa in prestito e non gliel'aveva pi restituita. Non ricordo tutti i dettagli, ma il vestito non credo, Stella. Nell era dieci centimetri pi alta della mamma e pesava dieci chili di pi. Non penso proprio le sarebbe entrato un vestito della mamma.
Sento montare la rabbia dentro di me. Io me lo ricordo. Mi stai dicendo che mi sono inventata tutto?
Non sto dicendo che te lo sei inventato,  semplicemente il tuo ricordo personale.
 quello che  successo, Anthony.  cos.
Non avercela con me. Non potevo prendermi la responsabilit di crescerti Avevo diciotto anni. Ero un ragazzino. Non ce l'avrei fatta. Ti voglio bene, Stella, ma dovevo partire.
 stata cos dura. Non avevo pi nulla. Ero sola. Io.
Noi non avevamo pi nulla, Stella. Noi non avevamo pi nulla. Sfortunatamente  successo, ma cosa avrei dovuto fare?  successo a entrambi l'incidente, mamma, pap, nostra sorella  successo a entrambi, non solo a te.  stato quello che  stato, era ovvio che non sarebbe stato facile.
Avevo bisogno di te, Anthony.
Lo so, e avrei dovuto starti vicino, ma ero solo un ragazzino. Vorrei tanto poter tornare indietro e fare le cose in maniera diversa.
Non so pi cosa pensare. Mi aspettavo troppo da lui, o  lui che mi ha dato troppo poco? Mi sembra di non sapere pi nulla. Per tanto tempo sono stata convinta di molte cose, perci adesso  difficile pensare che non sia stato cos. Forse Anthony ha ragione. Forse ripercorrere i fatti del passato, o i ricordi che avevo io del passato,  una causa persa. Un percorso troppo insidioso. Dobbiamo accettare il destino: non si pu fare altrimenti.
Ti ho portato una cosa, dice. Si infila la mano nel cappotto e tira fuori un vecchio libro con gli angoli consumati. Io mi ricordo all'istante di un libro che leggevo ossessivamente da bambina, chiedendo a Anthony il significato delle parole che non conoscevo. Alla fine mi ero resa conto che quelle parole non significavano nulla, ed erano state inventate per un mondo di fantasia in un continente inesistente. Non ricordo il titolo n la copertina del libro; ricordo solo che parlava di una ragazzina che andava in giro a rubare.
Te lo ricordi?.
Non  un libro prezioso, ma un tascabile che mi  caro e familiare come un gioco d'infanzia. Eppure non riesco a collegarlo ad altro. Guardo il libro come si guarda una persona che si conosce, ma non si riesce a collocare. Leggo il titolo: Le 365 barzellette pi divertenti della storia. Lo apro e lo sfoglio. Ci sono barzellette, indovinelli, e varie storielle buffe. Vedo vignette di elefanti seduti su seggioline minuscole, uomini travestiti da donne con parrucche e grembiuli, cuccioli che tirano via i pannolini ai beb, e la sagoma di un gatto che  andato a schiantarsi contro un muro di mattoni. Immagini sdolcinate, divertenti, infantili, stupide.
Ti ho comprato questo libro quando avevi pi o meno nove anni. Eri sempre cos triste e volevo farti ridere. Conoscevo ogni singola barzelletta di questo libro tutte quante. Ma non riuscivo a farti ridere. Nemmeno con le barzellette pi divertenti.
Mi sembra di averlo deluso allora, come adesso.
Ti ho letto una barzelletta al giorno per un anno intero. Mentre io mi spanciavo dalle risate, tu non abbozzavi nemmeno un sorriso. Non ti ricordi?.
Scossi la testa. Avevo nove anni, dovrei pur ricordarmi qualcosa. Lo guardo senza dire nulla, e i miei occhi si riempiono di lacrime.
Toc, toc. Adesso la voce di Anthony  diventata dolce.
Io non rispondo e lui ci riprova. Toc, toc, ripete, guardandomi, speranzoso.
Anthony.
Toc, toc.
Anthony, basta.
Toc, toc.
Anthony, non era divertente allora, e non lo  neanche adesso.
Provaci, Stella. Solo una volta.
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare qualcos'altro, ma non funziona. Poi ci rinuncio perch so che lui non ha intenzione di desistere.
Chi ?, domando.
Toc toc.
Uffa, ti ho chiesto chi sei!
Come faccio a risponderti? Sono Nessuno.
Sorrido. Come faccio a risponderti? Sono Nessuno.
Finalmente ha funzionato. Si interrompe. Sono io, Stella. E sono tornato. Vedrai che si sistemer tutto.
Giusto, annuisco, pur sapendo che non si sistemer niente. Anthony ha una moglie, un cane, una vita. Io gli voglio bene e so per certo che anche lui me ne vuole. In circostanze diverse probabilmente ci saremmo detti cose del tipo Quest'anno passiamo il Natale insieme oppure Ti chiamo la settimana prossima. Invece siamo qui, su una panchina della clinica Creedmoor. Non sei sola, dice Anthony, ma  cos che mi sento invece. Rimarremo in contatto, Stella, te lo prometto, mi assicura. Io gli credo e gli voglio bene, niente da dire. Ma per ora  questa la mia vita. Le madri di tutta la nazione sono indignate. Sono Amnesia Mom, un avvincente diversivo che appare nei telegiornali a tutte le ore del giorno. Questo  ci che sono agli occhi di tutti. Una donna colpevole.
Quella sera, mentre sfoglio le pagine del libro, come un improvviso fiume in piena ricordo un momento di tanto tempo fa. Ero immersa nella poltrona di pelle imbottita dello studio di mio padre, con le gambe sollevate, a leggere il mio libro preferito, Il ladro della pace, un fantasy su una citt popolata da abitanti virtuosi che si rivelano invece dei bugiardi, e un ladro che al contrario dice la verit.
Non ero mai sicura che mio padre si fosse accorto davvero che ero nel suo studio. Lui continuava a esaminare contratti, regolamenti edilizi, direttive per la protezione del patrimonio storico.
In quel libro c'erano delle guardie corrotte, una cospirazione e un signore cattivo, una guerra civile che incombeva sulla citt. Anche se devo aver letto il libro una decina di volte da piccola, non ricordo per niente la trama, ma ricordo bene la mappa disegnata sulla copertina del libro.
Con una memoria quasi fotografica ricordo il villaggio fatto di tante piccole casette disegnate come nelle incisioni, e il fiume, una semplice linea nera che separava il villaggio dalle vaste propriet del signore. Alle spalle del castello c'era una catena montuosa, che separava le pianure dalle colline ondulate che erano i terreni di caccia del signore. Il villaggio era circondato da una siepe, che confinava con un bosco di pini. Guardando bene si riuscivano a vedere i lupi in agguato dietro cespugli, al di sotto dei pini. Nella bussola, i quattro punti cardinali erano sostituiti dai simboli dei quattro elementi.
Poi comincia a girarmi la testa e sento che la lingua sta per esplodermi. Mi sovviene un ricordo di una cartina stradale che ho comprato al chiosco dei giornali. Chiudo gli occhi e rimango ferma, concentrata su quel momento. Le immagini si affastellano come mucchi di foglie. Giornali, riviste, sigarette, dolciumi, fiori. Un distributore di bibite. Il tintinnio delle monetine mentre un uomo con un turbante lasciava gli spiccioli in un portacenere poggiato sopra il New York Times.
Il giorno dopo, durante la nostra seduta, mi rannicchio sul divano nell'ufficio del dottor Ari, con un cuscino sotto il braccio. Siamo arrivati a un punto cruciale. Il fascicolo che abbiamo davanti non ha pi segreti da svelare. Ora spetta a me risolvere il puzzle.
Ieri sera mi sono ricordata di una cosa, annuncio.
Il dottor Ari rimane seduto in silenzio, con le dita intrecciate, i gomiti appoggiati alla scrivania.
C' una cartina?, chiedo e indico il fascicolo che ha davanti a s.
Il dottor Ari apre il fascicolo e tira fuori un foglio di carta spessa, ripiegato pi volte. I bordi sono spiegazzati e consunti come quelli di un vecchio libro d'infanzia. Lo spinge verso di me sulla superficie di vetro della scrivania e preme il pulsante del registratore digitale.
 ora di entrare in ascensore, di scendere. Scendo fino al primo piano, e provo una calma incredibile. Prendo la cartina e la tengo in mano. Me la passo tra il pollice e l'indice. Le mie dita sentono le pieghe della carta spessa. Un rompicapo di pieghe che, come in un origami, si aprono automaticamente ma sono difficili da richiudere.
Scendo ancora pi gi.
Poi un rumore forte, uno scoppiettio nelle orecchie. Diventa stridulo, risuona nelle orecchie. L'ho gi sentito. Un colpo di pistola? Dentro di me si sblocca qualcosa. Sento odore di benzina, metallo e polvere da sparo.
Apro gli occhi e guardo il dottor Ari. Tutto intorno a me comincia a vibrare, e poi il mondo si fa sempre pi sfocato, come se fossi sott'acqua. Le labbra del dottor Ari si muovono, ma non riesco a distinguere una sola parola. Il mondo che mi circonda diventa bianco e nero, trasformandosi in un film muto.
Strade, semafori. Pioggia, oscurit.
Un punto su una cartina.
Dover.
Capitolo 20
Dover, New York. Novemila persone in meno di centottanta chilometri quadrati. Nessuna strada a lunga percorrenza, solo due grosse vie principali. Tutt'intorno sono sparsi numerosi borghi e comunit rurali troppo piccoli per essere considerati paesini, i loro abitanti radicati nel terreno come querce robuste e nodose, piegate dal vento. Nessuno vive qui a meno che non vi sia nato. O voglia sparire.
Mentre percorrevo la Route 434, diretta verso la casa di Anna Lieberman, oltrepassai chilometri e chilometri di alberi fitti che improvvisamente si trasformavano in campi aperti punteggiati di granai. Quei casolari, che un tempo erano stati di colore rosso, adesso erano abbandonati e se ne stavano l decrepiti, scoloriti e grigi, pronti a essere sommersi dalla natura.
La via principale di Dover era uguale a molte altre vie nel Nord dello stato di New York. Le strade, prive della linea bianca centrale, si arrampicavano lungo il terreno collinoso, fiancheggiate da piccole case di legno. Erano consumate, non tanto dal traffico quanto piuttosto dall'usura del tempo, e lungo la superficie di cemento serpeggiavano delle crepe che si allungavano come scie bavose di lumaca. Alcune crepe erano coperte di catrame nero, altre erano lasciate l a sprofondare e ad allargarsi. I marciapiedi stretti, deformati dalle radici degli alberi, erano interrotti dai pali dell'elettricit a forma di T con i cavi penzolanti, come alberi di navi di una parata spettrale cancellata da decenni. Le case avevano i tetti scoscesi ed erano circondate da cancelli metallici che tenevano rinchiusi vecchi cani artritici.
L'ultimo indirizzo noto di Anna Lieberman era poco distante dall'uscita della Route 22. Anna e David erano originari di Dover, ma la fattoria dove erano cresciuti  quella che aveva preso fuoco nel 1982  era cos vicina a Oniontown da poterli considerare originari di l.
Oniontown  il classico posto povero di campagna: si trova nella Hudson Valley a nord di New York, a circa tre ore di strada, ed  considerato un sobborgo di Dover: non proprio un paesino, ma un agglomerato di roulotte fatiscenti e fattorie decrepite.
Sulla via principale di Dover girai a destra, e arrivai a casa di Anna. Nella strada riecheggiavano i colpi di un'accetta che spaccava la legna e il rumore intermittente del motore di un camion della spazzatura. Passai lentamente davanti al civico 126 di Waterway Circle, osservando la casa e il giardino. Il cortile sul retro era circondato da pali sbiancati dal sole, alti circa due metri.
Il 126 di Waterway Circle, la prima di sei case di un vicolo cieco, sembrava abbandonato all'incuria, ma non disabitato. Tutto il quartiere era come sospeso sul baratro della decadenza. Sulla facciata della casa a sinistra c'era un cartello storto con la scritta VENDESI.
Parcheggiai sulla strada principale anzich davanti all'abitazione di Anna; scesi, passai davanti alla casa e proseguii lungo il marciapiede consunto. Mi sforzai di leggere il cartello davanti al cortile del civico 128 e tirai fuori il cellulare. Mi rimaneva soltanto il cinquanta percento della batteria e non era saggio utilizzarlo per chiamare l'agenzia immobiliare e far finta di essere interessata alla casa. Rimisi il telefono in borsa.
Mi voltai e camminai lungo l'acciottolato della casa di Anna: un miscuglio incolto e ispido di pietre ed erbacce che sentivo a ogni passo sotto i piedi. Il cancello era scrostato, e i supporti di cemento alla base dei pali erano stati divelti, perci in alcuni punti il cancello era dritto, in altri pendeva da una parte, e in un punto era addirittura quasi a terra. Il giardino incolto era ricoperto di erbacce alte fino al ginocchio. Di qualunque pianta si trattasse, le foglie avvizzite si erano spezzate, lasciando le radici nude esposte alla furia degli elementi. La propriet sembrava vuota, abbandonata da tempo, se non fosse stato per una macchina parcheggiata sotto la tettoia: una Chevrolet Caprice vecchio modello, con i copriruota spaiati.
C'erano delle sedie nella veranda frontale, e dalle travi pendevano dei campanellini a vento. Il tintinnio produceva un motivo triste e pietoso, mentre le corde che sostenevano le canne di metallo stavano per cedere alla forza di gravit. Alcune canne mancanti erano state sostituite da forchette, con i rebbi tutti piegati. Il tetto spiovente era di colore nero, inframmezzato da tegole marroni.
La veranda era in condizioni ancora peggiori. Due casse fungevano da tavolo, con due sedie pieghevoli su ciascun lato: sembravano prese da una sala d'attesa. La vernice dorata tutta scrostata faceva pensare a una cerimonia di nozze celebrata in un passato ormai lontano.
Nessun segno del pick-up di David Lieberman. Feci dei respiri profondi, ma le mie mani non smettevano di tremare. La borsa mi pesava. Dentro c'era la pistola carica: l'avevo portata pi come portafortuna che altro. Non avevo mai usato una pistola e questa, che avevo trovato nell'armadio di Jack, era la prima che avessi mai tenuto in mano. Era una Taurus 905, 9 mm, qualsiasi cosa significasse. Avevo passato un pomeriggio intero su internet cercando di capire come funzionasse, ma avevo la sensazione che se avessi dovuto usarla sarei rimasta sconvolta. Quella pistola nella borsa mi stava snervando, mi metteva ancora pi ansia. Le informazioni che avevo messo insieme cominciavano a fondersi in un groviglio incomprensibile: inserire la sicura, staccare, rilasciare il cane manualmente premendo il grilletto e contemporaneamente abbassare il cane con il pollice.
Le mie nocche picchiarono sulla porta scrostata, i colpi che risuonavano nell'aria. La porta si apr e riconobbi subito quella donna.
Come in un quadro fiammingo, la porta incorniciava una figura minuta con in mano un cesto di verdure e ortaggi: carote con le foglie flosce, piccole rape bulbose viola. C'era un'altra verdura a foglie verdi che non riuscii a identificare: forse erano spinaci, oppure bietole. Anna aveva un aspetto sano con quel cesto di verdure in mano: sembrava una donna capace di estrarre dalla terra il succo della vita. Le sue mani erano coperte di fango e aveva le unghie sporche.
Alzai lo sguardo dal cesto e la osservai.
Anna Lieberman aveva i capelli rossi legati dietro la nuca. Alcuni capelli erano sfuggiti alla coda e la davano un'aria trasandata. Ero di diversi centimetri pi alta di lei, e sollev il capo per guardarmi. Era magra, ma non aveva un fisico atletico. Piuttosto sembrava affaticata ed esausta. Non era brutta, ma doveva aver avuto una vita difficile, e si era ormai lasciata alle spalle la giovinezza.
Desidera?, chiese, osservandomi. Era visibilmente in affanno.
Non volevo disturbare, io Ecco ho una domanda. Deglutii e mi sforzai di sorridere. Io Mi.. mi dispiace davvero disturbarla. Forse era occupata a fare qualcosa. Io.
Lei si mise una ciocca di capelli dietro le orecchie. Poi si interruppe, come se avesse deciso che dopotutto non c'era bisogno di sistemarsi. Ero soltanto una persona che si era smarrita o voleva chiederle dove fosse un meccanico o qualche altra informazione di poco conto. Sorrise, mostrando i denti bianchi e storti. Poi pos il cesto di verdure su un tavolo all'entrata. Sopra c'era un grosso mucchio di cataloghi. Quello pi in alto aveva la copertina patinata con sopra un'isola greca, a giudicare dalle case bianche con i tetti blu e il mare azzurro sullo sfondo.
Ero sul retro e non ero sicura che qualcuno avesse bussato. Come posso aiutarla?. Mi scrut dall'alto in basso.
Un logoro tappeto, dai bordi sfilacciati, era steso sulla soglia. La donna era a piedi nudi. Volevo chiederle della casa. Quella l. Feci un passo indietro e indicai la casetta accanto con il cartello VENDESI.
Lei rimase perplessa, come se non sapesse che la casa fosse in vendita, o fosse stupita dal fatto che qualcuno volesse comprarla. Non ne so molto. Forse dovrebbe telefonare al numero indicato sul cartello e chiedere di vederla. Fin la frase con un'espressione interrogativa, come fosse una domanda.
Che mi dice del quartiere? Delle scuole?  un posto sicuro? Ci sono stati molti furti? Gli agenti immobiliari non ti raccontano mai la verit. Aggiunsi quell'ultima frase per farle capire che mi interessava molto la sua opinione.
Per le scuole qui intorno non saprei. Non ho molti contatti con i vicini e non leggo i giornali.
Continuava a tenere sollevate le mani infangate come un chirurgo pronto a effettuare la prima incisione. Ho bisogno di lavarmi le mani. Perch non entra a bere una tazza di t?.
Fece un passo indietro per lasciarmi passare, ed entrai nella casa di Anna Lieberman.
Grazie tante. L'acquisto di una casa  un grosso investimento. Vorrei essere sicura di scegliere quella giusta.
Il tappeto logoro si rivel un pezzo di una moquette per esterni. Il resto del pavimento era coperto di assi di legno massiccio, che scricchiolavano sotto i piedi. La casa era vecchia e decrepita, piena di spifferi, anche in una giornata cos mite. In fondo c'era un salotto, e a sinistra un altro corridoio. La cucina, a destra del salotto, si affacciava sul cortile interno. La casa odorava di muffa e vecchi tappeti, detersivo per i mobili e disinfettante. C'era un divano logoro con dei cuscini smorti e un tavolino deformato. Sul tavolino e sul divano erano sparse innumerevoli riviste di viaggio con le copertine patinate. Alcune erano strappate, altre rovinate dai segni lasciati dai cerchi dei bicchieri. I tappeti scricchiolavano come paglia sotto i miei piedi. I mobili erano mal assortiti. Era una casa arredata con oggetti dismessi o regalati. Tutto ci che c'era l dentro era consunto, destinato a una discarica. Tuttavia per essere una vecchia casa, era molto pulita. I colori erano tenui, sbiaditi, a eccezione di quelle sgargianti riviste di viaggio.
Anna Lieberman mi condusse lungo il corridoio e poi in cucina, dove mi indic una sedia accanto al tavolo. Lasci scorrere l'acqua mentre prendeva velocemente del sapone dall'erogatore. Il fango per non veniva via, cos si lav le mani due volte, e ancora non sembrava soddisfatta. Mentre prendeva altro sapone per la terza volta, chiese: Caff o t?
Non voglio approfittarne, davvero, risposi. Va bene quello che prende lei. Poggiai le mani in grembo e intrecciai le dita per non farle tremare.
Allora, t. Apr uno sportello e tir fuori due tazze sbeccate. Accese il fornello e tir fuori due sacchetti di t da un barattolo sul bancone. Mise i sacchetti nelle tazze e si sedette di fronte a me dall'altra parte del tavolo. Anna Lieberman sembrava una persona gentile e amichevole e all'improvviso provai una punta di rimorso al pensiero che la stavo ingannando.
Pu sembrare strano che io voglia comprare una casa a Dover, ma sono cresciuta da queste parti. Questa zona la sento un po' come casa mia, spiegai.
Fui sorpresa io stessa dalla mia inventiva. Dalle mie labbra usciva una bugia dopo l'altra. Perch non proseguire?
In realt, io sono di Poughkeepsie, aggiunsi mentre prendevo tra le mani la tazza vuota, cercando di nascondere il tremore delle mani. Avevo visto un cartello per strada e mi ricordavo il nome di una cittadina a ovest di Dover. Mi piace questa zona. La mia mente correva all'impazzata. Non volevo che la conversazione si bloccasse, ma non riuscivo a pensare a niente da dire. Il silenzio ebbe il sopravvento, si fece pesante. Anna sobbalz leggermente quando il bollitore fischi. Vers nelle tazze l'acqua calda, che prese il colore del cognac, e un aroma fruttato mi raggiunse le narici.
Poughkeepsie?, fece lei, e annu. Non  lontano da qui. Guard il cucchiaio che aveva in mano: un cucchiaino piccolo, quasi in miniatura, che sembrava fatto per un bambino. Nuovo di zecca. Sembrava che non c'entrasse nulla con il resto della casa.
Pi o meno a trenta chilometri a ovest, precisai, e cercai di ignorare l'immagine che mi era venuta all'improvviso in mente: un altro cucchiaio. Giorni fa ne tenevo in mano anch'io uno come questo: il cucchiaino di Mia, il manico di gomma che diventava bianco per segnalare che il cibo era troppo caldo.
Ma quando osservai di nuovo, Anna stringeva in mano un normale cucchiaino che non assomigliava a quello di prima.
La donna riport il bollitore sul fornello e mentre cercava lo zucchero nell'armadietto, io mi guardai intorno in cucina. Come tutto il resto nella casa, le superfici erano consumate, con graffi profondi e segni lasciati da un coltello. Il tavolo e le sedie erano vecchie e scheggiate. La credenza, con uno sportello privo di vetro, era stata riverniciata. La pittura, di un giallo burroso con una sfumatura verde, non era stata ben spalmata e il legno pareva immerso nella vernice. Il pavimento di linoleum si era sollevato agli angoli e scricchiolava alla minima pressione. Il frigorifero e i fornelli erano vecchissimi. I piani di lavoro della cucina erano ingombri di pagine strappate da riviste di viaggio, vasi da fiori, sacchi di terra e pacchetti di semi. Sembrava che l'avessi interrotta mentre stava piantando, travasando e potando proprio l in cucina.
Mentre si guardava le mani per controllare se fossero pulite, guardai la camicia a fiori consunta e la gonna. I colori erano sbiaditi, ma la camicia era pulita e stirata.
Lei ha figli?, domand, e pass il dito sull'orlo della tazza.
Quella domanda mi colse di sorpresa.
Uno. Ne ho solo uno. Una figlia. Com'era strano parlare di Mia come se fosse al sicuro a casa con suo padre o una babysitter. Cosa diavolo ci facevo l?, mi domandai. Che cosa mi ero aspettata di trovare? Lieberman non era qui, sua sorella sembrava una persona dimessa che abitava in una vecchia casa cadente e piena di spifferi e si dedicava al giardinaggio. E poi non avevo idea di come spostare la conversazione su suo fratello e indagare cos sulla mia bimba scomparsa.
Mentre la guardavo, Anna tolse la bustina del t dalla tazza fumante, senza mai scomporsi mentre la strizzava per versare tutto ci che restava del liquido caldo. Si alz e spinse con il piede il pedale della spazzatura. Il coperchio si alz e lei ci gett dentro il filtro del t.
Un odore tremendo, irritante mi colp le narici. Il tanfo era rivoltante, sinistro e pesante, e mi entr in tutti i pori: eppure era dolce, con una sfumatura di pulito; forse un profumo di limone, ma non cos fresco. Qualcosa di chimico, come il profumo di un pot-pourri. Un odore simile a  Un tanfo di putrido che mi era familiare: evocava l'immagine di un mucchio di pannolini in una cameretta. Quel mucchio di pannolini sporchi che faceva scuotere la testa a Jack. Pannolini? S, odore di pannolini.
 il fertilizzante, si affrett a spiegarmi Anna.
Tolse il piede dal pedale. Il coperchio si richiuse, e lei lo spinse con la mano come se cercasse di bloccare la fuoriuscita di quell'odore. Arriva dritto in faccia, vero?.
Sembra odore di pannolini sporchi, risposi. L'ansia aveva preso il sopravvento; presto mi sarei ritrovata in un bagno di sudore. Dovetti fare uno sforzo enorme per riprendere il controllo e impedire che mi tremasse la voce.
Allora, voleva sapere qualcosa di pi sulla zona. Lasci la frase in sospeso. Fece un pausa e ogni tanto inclinava la testa come se stesse cercando di ascoltare una melodia proveniente da lontano. Dunque, c' un piccolo parco in fondo a. Lasciai che continuasse a parlare, facendole un sorriso ogni volta che alzava lo sguardo su di me.
Non era pi la ragazza semplice con i capelli crespi che avevo visto nell'articolo di giornale datato 1982. Seduta di fronte a lei, notavo chiaramente le differenze: le si era allungato il viso, la corporatura era pi sottile, quasi angelica.
Ero concentrata su Anna, la sua casa, il suo aspetto, ma avevo bisogno di sapere dove si trovasse suo fratello, e se fosse davvero capace di quello di cui lo credevo capace. Volevo farmi raccontare la storia dell'incendio, la storia della sua famiglia e di suo fratello: qualcosa, davvero qualsiasi cosa che potesse spiegare il suo gesto. Questo era soltanto un altro dei miei pensieri insani? Avevo guidato fin l per parlare con sua sorella ed ero finita nella sua cucina a bere il t?
A quanto pare dedica molto tempo al giardinaggio, osservai. Coltiva solo ortaggi? O fiori? O entrambi?. Guardai il sacchetto che galleggiava dentro la mia tazza e mi allungai a prendere lo zucchero.
Anna spinse la zuccheriera verso di me. La sua mano, libera dal fango e dalla sporcizia, sembrava deformata, come se soffrisse di artrite. I bordi dei palmi erano segnati da cicatrici, che premevano sui muscoli e i tendini, limitando i movimenti delle dita. Sulla cute erano rimasti dei segni marroni: chiaramente segni di bruciature.
Vorrei usare i soldi dell'assicurazione della mia casa di Poughkeepsie per comprare una casa qui. Andai avanti come se fossi in uno stato di trance, cercando di cancellare dalla memoria i cucchiaini da beb e il tanfo dei pannolini. Dovevo concentrarmi e andare dritta per la mia strada. Non sono molti soldi, e devo ancora comprare mobili ed elettrodomestici. Tutto ci che possedevo, feci una pausa per rendere il racconto pi drammatico,   andato distrutto in un incendio. Non mi  rimasto nulla. Chinai la testa per un attimo, in parte per fare il ruolo della vittima, in parte perch non pensavo di poter sembrare sincera.
Alzai gli occhi per vedere la sua reazione. Anna si rabbui, e le mie parole rimasero sospese tra noi, come le zollette nella zuccheriera scheggiata.
Mescol il t, le sue mani afferrarono il cucchiaino, con l'indice sospeso disperatamente in aria.
Ero brava. Ero sorpresa di quanto fossi brava. Non avevo mai creduto che sarei riuscita a entrare in casa di Anna con l'inganno e a proseguire la farsa anche in cucina. Desideravo che Anna si immergesse gradualmente nel passato e poi ne riemergesse con una storia. La storia dell'incendio del 1982 e di suo fratello, David Lieberman. E poi sarebbe venuto fuori che lui rapiva i bambini.
Un incendio? Ha perso la sua casa?. La sua voce si incrin e notai che si agit sulla sedia. Il cucchiaino ricadde nella tazza con un suono metallico. Mi dispiace. Qualcuno  rimasto ferito?. Spalanc gli occhi e nascose le mani sotto il tavolo.
No, c' stato solo un guasto all'impianto elettrico. Non ero a casa quando  successo. La mia domanda successiva sarebbe stata: Vive da sola?; poi: Ha dei familiari?; infine le avrei chiesto: Un fratello? Mi parli di lui. E a quel punto, per concludere: Devo dirle una cosa, voglio che mi ascolti attentamente. Ho un sospetto
All'improvviso Anna inclin la testa e si alz, come se avesse udito qualcosa, come se fosse tormentata da un suono che io non avevo percepito. Qualcosa dentro di lei era cambiato.
Udii un suono lieve farsi strada verso di me. Quasi il piagnucolio di un bambino, un attimo prima che si svegli. Volevo parlare ma non mi vennero le parole. Invece cominciai ad avere un gran caldo: il sudore mi imperlava la fronte. Mi sentivo febbricitante e stavo quasi per perdere la testa. Era solo questione di secondi, e poi il mio corpo sarebbe stato zuppo di sudore, gocciolando come condensa. Avevo sentito l'odore dei pannolini: ma no, era il fertilizzante usato per il giardinaggio. Percepivo odori che non esistevano. No, dissi a me stessa, no; avevo visto un cucchiaino normale e mi ero immaginata un cucchiaino per bambini. Mi ero immaginata l'odore di pannolini. Ora mi ero immaginata il piagnucolio di un bambino. Ero in preda alle allucinazioni ed ero terrorizzata da ci che sarebbe successo. Avrei intravisto delle sagome in movimento? Esaminai la stanza in cerca di vie d'uscita. C'era la porta sul retro e l'ingresso. Riuscii a stento ad alzarmi e, con la voce incrinata e le ginocchia tremanti, annunciai: Meglio se vado.
Anna mi guard con curiosit e non si mosse, spostando lo sguardo sul t ancora intatto, la bustina che galleggiava nell'acqua bollente.
Chiamer quel numero e chieder se mi possono mostrare la casa domani. Lei  stata molto gentile, grazie per il t, mormorai, per spiegare in qualche modo il mio comportamento. Strinsi forte la borsa.
Senza una parola, Anna si alz e mi accompagn alla porta d'ingresso.
Io allungai la mano verso la maniglia. Aspetti!. La sua voce, adesso pi aspra e pi potente di quanto suggerisse il suo corpo esile, mi fece voltare e mi costrinse a fermarmi. Io mi chiamo Anna Lieberman. Non ho capito chi  lei.
Lei non sapeva nulla di me, perci cosa importava se le avessi rivelato la mia vera identit? Estelle, Estelle Paradise. Mi voltai verso la porta, allungando di nuovo la mano sulla maniglia.
Lei mi super e si frappose tra me e la porta. Non stai cercando una casa, Estelle Paradise. Perch non mi dici davvero perch sei qui?. I suoi occhi erano penetranti, pretendevano una risposta.
La mia mente si svuot, il cuore che mi martellava nel petto sovrastava qualsiasi altra cosa. Cercai di pensare a qualcosa da dire, di trovare una spiegazione, ma la mia mente si sforzava di rimanere aggrappata a un pensiero coerente. Dovevo dirle la verit o continuare a fingere? Decisi di darle una risposta che fosse una via di mezzo.
Sto cercando tuo fratello, David.
Stai cercando mio fratello?. I suoi occhi scintillarono, come se stesse frugando nel cervello qualche collegamento tra i tasselli. Quasi mi dispiacque per lei. E perch mai sei venuta qui a chiedermi informazioni su una casa e a parlarmi di incendi mentre in realt stai cercando mio fratello?. Adesso la sua voce era dolce, quasi gentile. Che cosa vuoi da lui?.
Scelsi di nuovo la via di mezzo. Non sono qui per causare guai, te lo assicuro. Ho delle domande da farti.
Lei mi rivolse un'espressione sconcertata che non riuscii a interpretare. Confusione? O addirittura paura?
Anna ripet: Che cosa vuoi da lui?.
Da dove dovevo iniziare? La mia bambina  sparita, tuo fratello l'ha rapita. Ho trovato Campanellino nel suo appartamento e degli strani articoli di giornale. Penso che tuo fratello abbia rapito mia figlia.
Mio fratello ha rapito tua figlia?. Si guard intorno come per assicurarsi che nessuno ci stesse guardando.
Io continuai a fissarla, imperturbabile. Dimmi dov', dissi.
Non so proprio di cosa stai parlando.
Dov'?.
Rimase a lungo in silenzio. David, David, David, mormor, e per un attimo sentii il cuore fermarsi. Alzai le sopracciglia, stringendo la borsa.
Ha preso mia figlia. Ho le prove. Devo assolutamente.
Anna scosse la testa e gesticol con la mano. Smettila di inventarti cose, sembrava dire. Cosa  lui per te? Come lo conosci?
Abitiamo nello stesso palazzo. Allora, sai dov'?
Non posso aiutarti, devi andare via.
Non me ne vado finch non mi dici dov' tuo fratello.
Mi mise una mano sulla schiena e cominci a spingermi verso la porta d'ingresso. Io mi liberai dalla sua presa e la guardai dritto negli occhi.
David ha dato fuoco alla vostra casa e ha ucciso i vostri genitori. E ha rapito mia figlia. Lo sai che  vero. Ti prego, dimmi dov'.
Se non te ne vai subito, io.
Rispondi solo alla mia domanda e me ne andr. Ti prego! Me la pu semplicemente restituire e non dir nulla alla polizia.
Rimanemmo in silenzio per un po'; poi sentii la sua voce, che adesso aveva un tono infantile. E perch non vai direttamente dalla polizia? Si avvicin. Sentii il suo fiato caldo sul viso. Mi spinse lungo il corridoio e fuori dalla porta. Se torni chiamer io stessa la polizia, mi avvert e poi sbatt la porta.
Resistetti all'impulso di bussare di nuovo. Mi incamminai verso l'auto, entrai a bordo e rimasi seduta l dentro, immobile. L'aria in macchina era umida e stantia, e abbassai il vetro del finestrino. Non sapevo che fare, n dove andare. Nell'aria c'era odore di ozono, come se fosse in arrivo una tempesta.
Vidi una finestra aperta, al piano di sopra, proprio di fronte alla mia macchina. Vidi la sagoma di Anna che teneva in braccio qualcosa di piccolo: pareva muoversi avanti e indietro. Non mi ricordavo di aver visto nessuna ciotola o lettiera, n avevo sentito un cucciolo guaire o una cane abbaiare. La figura si pieg in avanti, allungando il braccio per prendere qualcosa, e in quel momento ci che stringeva tra le braccia, qualsiasi cosa fosse, si mosse. Si allontan dal suo corpo e poi scoppi in un pianto: un pianto cos intenso e urgente, e cos familiare. Il pianto si interruppe all'improvviso cos come era iniziato. Cominciarono a tremarmi le mani. Sentii sopraggiungere un altro grido, che mi fece sussultare. C'era una parte del mio cervello che rispondeva al grido, a quella frequenza familiare: una sorta di segnale acustico, radicato profondamente nel mio cervello. Il cucchiaino per bambini, l'odore di pannolini sporchi nell'immondizia, il pianto. Non era possibile che tutto questo fosse solo un prodotto della mia immaginazione. Trattenni la nausea e resistetti all'istinto di fuggire. Conoscevo quella lunghezza d'onda. Era il pianto di un bambino. Il pianto di Mia.
La mia mente scoppi in un tumulto di immagini e domande, a nessuna delle quali riuscivo a trovare un senso o una risposta. Il mio corpo fu colto dal tremore e poi milioni di fiamme mi infuocarono la pelle. Le mie mani tremavano in maniera incontrollabile. Chiusi gli occhi e lasciai scorrere l'adrenalina lungo il corpo. Cucchiaini e pannolini, e una bambina che piangeva. A pochi passi da me. Non dovevo fare altro che affrontare Anna, brandire la pistola, prendere Mia e scappare via. Sembrava cos facile, cos ovvio, eppure non riuscivo a muovermi di un solo millimetro. Completamente paralizzata, rimasi seduta in macchina: pi pensavo di prendere la pistola e intrufolarmi in casa di Anna, pi mi assalivano il panico e lo sconforto. Non ero mai stata cos terrorizzata in tutta la mia vita. E questo era solo l'inizio. Il fatto che rimanessi seduta l dentro, immobile, peggiorava soltanto le cose.
In alto, balen un fulmine con uno scintillio di luci. Poco dopo segu il tuono e il cielo rimbomb. Poi si scatenarono goccioline di pioggia, che si trasformarono in gocce enormi finch un milione di schizzi non coprirono la strada. L'aria era pregna del profumo di terra e, nel giro di qualche secondo, l'acqua scese sul vialetto di Anna e si un allo scolo, scomparendo nei canali di scarico di Waterway Circle.
La pioggia si plac brevemente e io riuscii a vedere un pick-up che entrava nel vialetto di Anna. Dal posto di guida scese l'uomo che aveva rapito mia figlia: era poco distante da me, a meno di trenta metri. David Lieberman apr il portabagagli e tir fuori un grosso borsone che sembrava contenere vestiti, o coperte. Cammin verso la casa, apr la porta d'ingresso e batt i piedi due volte sul tappeto all'entrata. Si volt e guard il cielo, poi varc la soglia. Improvvisamente ebbi paura. Loro erano in due, e io ero sola. Proprio in quel momento Anna gli stava raccontando di me e Lieberman sarebbe potuto emergere dalla porta: non osavo immaginare quello che avrebbe potuto farmi. Se gli avessi chiesto gentilmente di ridarmi mia figlia, quante probabilit avevo che me l'avrebbe restituita? Nessuna.
Mi sentii mancare: avevo tutti i muscoli tesi. Mi sentivo come un animale braccato che doveva decidere se lottare o scappare. Il mio cuore batteva cos forte che le costole stavano per spezzarsi. Fuggi, pensai. Scappa via. Il mio cuore voleva saltar fuori dal petto e provai l'istinto di premere l'acceleratore e fuggire via. Ero un'incapace persino in quel momento. Pur sapendo che mia figlia si trovasse l, ero comunque un'incapace. Odiai me stessa mentre ascoltavo il flip-flop dei tergicristalli: come un metronomo, segnavano ogni millimetro della distanza che mi separava da mia figlia.
Capitolo 21
La pioggia impietosa aveva avvolto il pomeriggio in una coltre di buio innaturale. Il sole era riuscito a fare capolino attraverso uno strato di nuvole grigie, quando passai davanti a uno dei granai che avevo intravisto prima al mio arrivo. Rallentai e svoltai nella stradina piena di fango vicino a un filare di alberi. Quella strada sterrata, inondata di fango, poteva seppellire facilmente le ruote di un macchina e le pozzanghere stagnanti si allargavano sempre di pi. Aprii lo sportello e mi incamminai verso il granaio.
All'interno fui accolta da un odore di fieno, letame e sudore di cavalli. Dentro era ancora pi fatiscente di quanto mi aspettassi. Il legno era tutto spaccato e grigio, soggetto alla furia degli elementi, sopravvissuto alle tempeste e al sole rovente. Sarebbe bastata una sola raffica di vento per abbatterlo. Le pesanti porte si chiusero dietro di me. Sentii il picchiettio delle gocce di pioggia che mi circondavano come un rilassante rumore bianco.
Avevo immaginato quel momento cos tante volte, il momento in cui avrei ritrovato mia figlia, eppure dentro mi sentivo vuota. Pensavo che quando sarebbe arrivato, avrei urlato come una pazza e chiamato il 911. Ma non era successo niente di tutto ci. Ero paralizzata dalla paura, incapace di fare il mio dovere. Ancora una volta, non mi stavo occupando di Mia come avrei dovuto.
Mi sedetti a terra, con la schiena appoggiata a una trave, e mi portai le ginocchia al petto. Ricordai la prima volta che Mia aveva dormito tra me e Jack. La luna piena filtrava dalle finestre, gettando una luce argentea e spettrale su tutta la stanza. Avevo guardato Mia e mi era sembrata una creatura di ghiaccio. Mi faceva paura pensare a ci che mi aspettava. Essere una madre, sentirmi responsabile per la vita di qualcuno. E ogni giorno che passava i miei tentativi di vivere in un regno accuratamente costruito, il mio castello di carte, era crollato. Le immagini mi saltavano in mente come fotogrammi scollegati e irregolari di un vecchio filmato di famiglia.
L'ospedale, la nascita di Mia. Io che non dormivo: stavo sveglia per giorni di seguito, troppo stanca per fare le cose e troppo stanca per riposare. Andavo avanti in automatico, senza dirlo a Jack, ai dottori e alle infermiere, a nessuno. Aspettavo che quel momento passasse, ma non passava mai. Dentro questa piccola creatura che amavo con tutta me stessa aveva cominciato a infuriare una tempesta, ma il mio amore non riusciva ad alleviarla, e il fatto che mi mancasse il latte si aggiungeva ai sensi di colpa. Non mi sentivo in grado di provvedere a lei. Delle strane idee avevano iniziato a trapelare nella mia mente. All'inizio erano soltanto dei pensieri vaghi, poi avevano preso forma.
Infilai la mano nella borsa e afferrai la pistola. Non ero stata in grado di badare a Mia e avevo fallito ancora una volta. Non ero degna di essere una madre. C'era solo una cosa da fare: liberarla per sempre della mia presenza.
Appoggiata a una trave nel granaio, un pensiero sgattaiol nella mia mente straziandomi: un'unica immagine, un'unica idea, un'unica presa di coscienza. Dentro tutto quel buio, mi aggrappai alla sensazione di attaccamento primitivo: quando Mia era appena nata e me la misero tra le braccia, i suoi occhi erano coperti di pomata. Erano lucidi, ondivaghi, incapaci di focalizzarsi. Mentre dormiva si aggrappava con il pugnetto alla punta del mio dito, la sua manina era troppo piccola per afferrarlo tutto. Il suo bisogno di attaccarsi a me era antico, primordiale: sapeva che io rappresentavo la sua salvezza. La pelle sottile e traslucida della testa, i capelli sottilissimi, le unghie viola, come un messaggio dell'universo.
Con la pistola nella mano destra, puntata alla tempia, mi sforzai di immaginare il futuro e completare la storia. Vidi le immagini di una ragazza, la sua vita come una successione di momenti cruciali: strisciare, camminare, correre. Pian piano queste immagini si imprimevano nella mia mente.
Mia che balla, volteggia, si allunga ad afferrare una mano che la sorregga.
Che allunga la mano verso di me.
Una bandana in testa come portafortuna.
Smalto scheggiato e coroncine incrinate.
Torte di compleanno.
Giochi al parco, amici e castelli di sabbia.
Favole della buonanotte.
Mentre me ne stavo seduta l, con la sensazione del gelido metallo della canna, qualche secondo prima che un proiettile mi squarciasse il cervello, in quel momento preciso percepii un potere superiore: come se mi stesse proteggendo, seduto accanto a me, sul pavimento sporco del granaio.
La pioggia mi cadeva addosso quando si scaten un altro lampo seguito dal tuono: fece tremare il granaio e mand una scintilla di luce attraverso i buchi e le crepe delle travi e del legno consunto. Per un attimo una scintilla luccicante si abbatt sul terreno, circondata da particelle che le aleggiavano intorno come polverina magica.
Mi ricordai la voce di mia madre, dolce e rassicurante, quando mi diceva che il tuono  il suono che fa il lampo, spiegandomi che le due cose erano consequenziali. Sapevo che non era troppo tardi. Mia era una goccia di inchiostro in un bicchiere d'acqua. La sua esistenza mi aveva cambiata per sempre, ed era poco distante da me, su quella stessa strada. Adesso non si trattava pi di consolare una bambina che piange, di tenere a freno le lacrime. Si trattava di crescere e superare i miei limiti. In passato potevo essere stata la madre peggiore di tutte, ma sarei diventata la miglior madre possibile.
Lasciai le porte del granaio spalancate dietro di me, salii in macchina e tornai a Dover a riprendermi mia figlia.
Quando raggiunsi Waterway Circle, i tergicristalli cigolavano sul parabrezza. Quel movimento lento mi permise di avere una visione nitida del mondo, anche se solo per un attimo. Quando la pioggia cess, il battito del mio cuore rallent, adeguandosi al ritmo dei tergicristalli. Improvvisamente era tutto chiaro. Non c'era pi spazio per le interpretazioni, c'era solo il mio cuore che batteva all'unisono con quello di mia figlia nella casa davanti a me.
La Chevrolet Caprice rosso ruggine era sempre sotto la tettoria, il pick-up di Lieberman era ancora parcheggiato davanti alla casa. Scesi dalla macchina, mi avvicinai alla porta e bussai.
Nessuna risposta.
Anna, ho bisogno di parlarti.
Bussai di nuovo.
Anna, ti prego, apri la porta.
Bussai di nuovo. Niente.
Feci qualche passo indietro per guardare la finestra della cameretta e vidi che le tende erano accostate. All'improvviso udii la porta cigolare. C'era Anna sulla soglia.
S?, chiese, la mano destra poggiata tranquillamente sullo stipite. Aveva il viso sereno, la postura rilassata, quasi annoiata. Ora indossava un paio di jeans e una maglietta e aveva i capelli legati in una coda. Si era anche truccata.
Anna, l'ho sentita piangere. So che qui c' la mia bambina. So tutto di.
Penso che lei abbia sbagliato casa. Esit un secondo, poi si accigli. Sta bene?  finita forse in qualche pasticcio?. Anna guard dietro di me, esaminando la strada.  tutta inzuppata di pioggia.
No, no. Per favore non scherzare. So che cosa ho sentito. Ho sentito odore di pannolini e ho visto un cucchiaino per bambini. Infilai la mano in borsa e afferrai il telefono. Chiamo la polizia.
Si materializz un'ombra accanto ad Anna. David Lieberman, il Principe delle Tenebre, e insieme se ne stavano sulla soglia come nel dipinto Gotico americano di Grant Wood. Mancava solo il forcone. Questo quadro per era di gran lunga pi sinistro.
C' qualche problema?. David Lieberman parl dolcemente, come se non volesse sconvolgermi ancora di pi.
Tu sai chi sono. Dov' mia figlia?.
Entrambi fecero un passo avanti. Io indietreggiai.
Le ho detto che ha sbagliato casa. Forse c' stato un equivoco o qualcosa del genere? Questa donna continua a dire che qui c' una bambina, spieg Anna, in tono calmo e rassicurante.
Una bambina?. Lieberman mise il braccio intorno alle spalle di Anna. Come le ha gi detto mia moglie, forse ha sbagliato indirizzo?.
Diglielo Anna, diglielo che sono stata qui. E so che c' una bambina al piano di sopra, mia figlia, Mia. L'ho sentita piangere. Diglielo che prima sono stata qui. Diglielo, Anna.
Lei rimase assolutamente immobile. Non so proprio di cosa stia parlando. Non ho mai visto questa donna in vita mia. Sta dicendo delle cose assurde.
Ci siamo sedute in cucina, hai fatto il t, e le tazze erano bianche con i fiori gialli, tu.
Non l'ho mai vista in vita mia. Ha sbagliato casa.
La mia era diventata una supplica. Mi hai preparato il t, e mi hai parlato della casa qui accanto. Abbiamo parlato dell'incendio. Mi fermai soltanto il tempo di riprendere fiato. Coltivi ortaggi in giardino. E fiori. Qui c' mia figlia. E lui. Indicai David Lieberman. Me l'ha portata via, si  calato con una corda nella mia cucina e l'ha presa, e adesso la rivoglio indietro.
Lieberman era sbiancato. Signora, non c' nessuna bambina, nessuna tazza con i fiori gialli, nessun pannolino, niente di tutto questo. Non so cosa dirle, ma sta spaventando mia moglie, quindi le chiedo di andarsene. La sua voce suonava falsa, stridula, quasi al limite del controllo.
Sono stata qui, Anna. Per favore. Indicai i campanellini che pendevano dalle travi. Tutto questo c'era gi prima. I campanellini, la sedia in veranda, la casa in vendita qui accanto, tutto.
Proprio non vuole capire? Le ripeto che ha sbagliato casa. E voglio che smetta di urlare sotto il mio portico. Se ne vada. Noi non la conosciamo.
Allungai il collo, cercando di guardare all'interno della casa. Loro interpretarono quel movimento come una minaccia e David Lieberman fece un passo avanti, afferrando la mano di Anna. Stavano serrando i ranghi.
Non si avvicini, se ne vada.
Feci un passo indietro e decisi di giocare la mia ultima carta. Chiamo la polizia, ci penseranno loro. Infilai la mano in tasca e tirai fuori il cellulare. Non sto bleffando, sto davvero chiamando la polizia. Premetti un pulsante a caso e il telefono si illumin solo per il tempo necessario a far lampeggiare l'indicatore della batteria. Poi si spense.
Faccia pure. Chiami la polizia.
Ho il telefono scarico, mormorai, incapace ormai di controllare il tremore nella voce.
Lieberman infil la mano nella tasca dei pantaloni e tir fuori un cellulare. Me lo sventol davanti. Dovrebbe sempre caricare il telefono. In caso di emergenza. Lieberman sorrise.
Questo  uno scherzo per te?  un gioco? Feci un passo avanti e sollevai la sedia sotto il portico. Grider cos forte che mi sentir tutto il vicinato
Le loro facce erano impassibili, nessun segno di disagio nei loro modi. Anna si volt e scomparve all'interno della casa.
Forza, lo faccia, mi sfid Lieberman e si infil le mani nelle tasche dei pantaloni. Considerato che se ne va in giro a bussare alle porte e ad accusare le persone, lei non  molto convincente. Sto solo cercando di aiutarla, mormor, scuotendo la testa.
Qualcuno mi aiuti, gridai pi forte che potei, hanno preso la mia bambina. Hanno rapito la mia bambina. Aiuto. Sollevai la sedia in aria e la puntai verso la finestra accanto alla porta d'ingresso.
Lieberman mi guard incredulo. Si avvicin e mi afferr il polso sinistro, scuotendolo finch la sedia non mi cadde di mano. Con uno strattone mi allontanai, ma lui mantenne la presa sulle mie dita e le pieg indietro, facendomi sussultare.
AIUTO! HO BISOGNO DI AIUTO!.
Lieberman mi tir verso la porta d'ingresso. Io riuscii a lasciargli dei graffi insanguinati lungo il braccio, quando una luce lampeggiante ci vece voltare entrambi. Una volante della polizia si ferm all'improvviso e due agenti in divisa si incamminarono verso di noi. Uno dei due parl alla ricetrasmittente appuntata sulla spalla mentre si precipitava verso di noi. Lieberman mi lasci il polso.
Che sta succedendo qui?, chiese il pi vecchio e pi robusto dei due agenti.
Dovete perquisire la casa. Hanno preso la mia bambina, gridai ignorando le sue mani che mi facevano segno di indietreggiare.
Deve calmarsi e seguire le mie istruzioni. Si allontani dal portico. Ho bisogno di un documento.
Mi ha chiesto che cosa sta succedendo. Sto cercando di dirle che.
Mi d un documento?.
Tirai fuori la patente dal portafoglio e gliela porsi. Lui guard prima la foto e poi me facendo un confronto.
Ora mi dica cosa sta succedendo.
Dovete perquisire la casa. Hanno preso mia figlia. Sono stata qui prima, e adesso loro due fanno finta di non conoscermi.
Mi spieghi soltanto la situazione, non mi dica cosa devo fare.
La mia bambina  qui dentro. Dovete.
La prego, non possiamo perquisire una propriet privata, non  cos che funziona.
E come funziona allora? Come posso convincervi a perquisire la casa?.
Chi ha chiamato il 911?
Un vicino deve avermi sentito urlare e.
Io, ho chiamato io. Anna torn sul portico e si ferm l, con le braccia conserte. Aveva la voce tremante. Questa donna ha bussato alla nostra porta. Continua a blaterare cose insensate. La prego, le dica di andarsene.
Signore?. Il poliziotto guard Lieberman. Cosa sta succedendo qui?, domand indicando il suo braccio. Sta sanguinando. Si  ferito?.
Il secondo agente mi fece segno di seguirlo e mi condusse verso il prato, lontano dalla casa. Mi racconti cosa sta succedendo.
Lui  il mio vicino, risposi, indicando Lieberman. Ho trovato un giocattolo di mia figlia nel suo appartamento. Ha rapito mia figlia. La bambina  in questa casa. Indicai il civico 126. L'ho sentita piangere dalla finestra e io.
Lei era nel suo appartamento? Quindi vi conoscete?
No, no, no, lei non capisce. Feci un respiro profondo sperando di poter sembrare pi coerente. Senta, mormorai e cercai nella borsa la statuetta di Campanellino. Lui indietreggi e mise la mano sulla fondina. Non infili pi la mano nella borsa. La tiri fuori e si calmi, cos possiamo cominciare a ragionare.
Tirai fuori la mano. Vidi il primo agente lanciare uno sguardo a sinistra al cartello VENDESI nel cortile della casa accanto. Si volt verso David Lieberman.  qui che abita, signore?
Esatto, vivo qui con mia moglie.
Torni qui, signora Paradise. Ma tenga a bada le mani e segua le mie istruzioni. L'agente pi giovane e io li raggiungemmo sul portico. Lei abita, esamin di nuovo la mia patente, a New York City, 517 North Dandry. Questo signore, indic David Lieberman, vive a Dover, al 126 di Waterway Circle. A ore e ore di distanza da casa sua.
 il mio vicino, vive nell'appartamento sopra il mio. C' un montavivande, e ho trovato.
Risponda soltanto alla mia domanda. Come fa a essere il suo vicino di casa se vivete cos lontano?
Abita nell'appartamento sopra il mio al 517 di North Dandry. Perch non mi credete?
Signora, le assicuro che non voglio insinuare nulla. Ma lei sta blaterando cose insensate. Abbiamo ricevuto una chiamata per una denuncia di violazione di propriet privata. Lei si  introdotta in casa loro e.
Perch non chiede i documenti anche a loro? Questi sono David e Anna Lieberman. Sono fratello e sorella, non marito e moglie.
Non ho bisogno di fornire i miei documenti, intervenne Lieberman. Non posso certo aiutare tutta la gente pazza che viene a bussare alla mia porta. Ho anch'io i miei diritti, sa. Lieberman lanci al poliziotto uno sguardo come a dire Ve l'avevo detto che  pazza.
Questo battibecco non serve a nulla. Mi faccia finire di interrogare la signora.
Ci spostammo sul vialetto. Mi resi conto che avevo i vestiti e i capelli fradici, e a ogni passo i miei piedi affondavano nel fango. Temevo che il poliziotto mi chiedesse di dargli la borsa e trovasse la pistola. Cos sarei finita in manette sul sedile posteriore della volante prima ancora di poter spiegare nulla.
Va bene, signora Paradise, una cosa alla volta, disse il primo poliziotto, e tir fuori un taccuino verde. Lei sostiene che queste persone hanno rapito la sua bambina, e che lui  il suo vicino. Ma  il padre della bambina? Non la seguo. Richiuse il taccuino. Quello che posso dirle  che non ho nessun motivo legale per perquisire la casa. Lei si trova a ore di distanza da dove abita, e la sua storia mi sembra assurda.
Perch non perquisite la casa e basta?
Perch酻.
Gi, ok, perch non  cos che funziona.
Agente, chiam Anna dal portico, si tratta di un equivoco. Penso che la signora abbia sbagliato indirizzo.
 quello che abbiamo cercato di dirle, s'intromise David Lieberman, cingendole la spalla.
Capisco, signore. Sar da lei tra un minuto.
Quando l'agente si volt verso di me, continuai: Un equivoco? Non c' stato nessun equivoco. Quest'uomo ha rapito la mia bambina. Poco fa ero qui, meno di un'ora fa. La signora mi ha cacciata, ma io ho sentito piangere la mia bambina. Ho rintracciato quest'uomo e sono venuta qui per affrontarlo.
Perch non si  rivolta alla polizia vicino casa?
L'ho fatto, ci ho provato ma. Stavo dicendo cose senza senso. Sapevo che se continuavo cos sarei finita in un ospedale psichiatrico in questa cittadina dimenticata da Dio.
Signora, posso chiamare qualcuno che la venga a prendere? Suo marito, un amico, qualcuno?
Non ho bisogno che mi venga a prendere nessuno.
Le sto facendo un favore. Le cose potrebbero mettersi male, e io invece le sto proponendo di farsi venire a prendere da qualcuno.
Mi permetta solo di mostrarle che cosa ho trovato.
Le ho detto di non mettere le mani nella borsa. Prende farmaci?  in terapia per qualche disturbo mentale? Sarebbe il caso che me lo dicesse adesso.
No, no, no. Io perch mi sta chiedendo questo? Perch non chiede a quest'uomo che farmaci prende? Gli chieda se  pazzo. Ha rapito la mia bambina.  lui che.
Signora Paradise, onestamente. Poi il suo viso si illumin. Ah, adesso ho capito. Chiuse il taccuino e riprese a digitare sulla radiolina appuntata sulla spalla.
Le sto dicendo la verit. Se potessi soltanto.
Si rilassi, signora Paradise. Ho capito qual  il problema, mi interruppe. Lei  la sua fidanzata. Scommetto che  rimasta sotto la pioggia a sorvegliare la casa. L'ha seguito fin qui e ha scoperto che  sposato. Lui, e indic Lieberman, finge di non conoscerla. Per inciso, non  un crimine. Lei invece potrebbe essere accusata di violazione di propriet privata e disturbo alla quiete pubblica. Per non parlare dei graffi sul braccio, per cui potrebbe beccarsi una denuncia per aggressione. E per diffamazione, visto che sta accusando quest'uomo di rapimento. Potenzialmente lei  in un mare di guai.
Prima avevo visto Lieberman prendere dei vestiti dal retro della macchina e forse, con un po' di fortuna La macchina. Pu controllare la sua macchina. Solo attraverso il finestrino per vedere se ci sono cose tipo vestiti per bambini, pannolini, latte in polvere, qualsiasi cosa. Allora capir che le sto dicendo la verit.
Mi voltai. Lieberman non mi convinceva per niente. Era rimasto nello stesso punto, sembrava paralizzato, ma aveva un sorriso stampato in faccia e chiazze umide e scure sotto le ascelle.
La prego, dia solo un'occhiata dal finestrino, ripetei, e guardai l'espressione di Lieberman passare dalla superiorit alla paura. Aveva le spalle incurvate, i suoi movimenti erano scoordinati. Continu ad avanzare verso di me, ma allo stesso tempo il suo corpo sembrava spostarsi di lato. Aveva un'espressione cadaverica. Salt gi dal gradino del portico, e a quel movimento improvviso i poliziotti allungarono la mano verso la fondina.
Mio marito non si sente bene. Anna Lieberman lo tir indietro, tenendolo per un braccio mentre con l'altro gli cingeva la vita. Non abbiamo fatto nulla di male. Penso che sia meglio chiuderla qui.
Signore, il poliziotto si rivolse verso il portico. Vuole sporgere denuncia contro questa donna per aggressione?
Non sporgeremo nessuna denuncia, agente. Si  trattato solo di un equivoco. Anna Lieberman aveva un tono convincente. Se non avessi saputo come stavano le cose, le avrei creduto anch'io.
Vi prego, controllate la macchina. Vedrete che.
Basta cos. La sua voce era dura, persino aspra. O sale in macchina o sar costretto a metterle le manette, tuon, e indic la cintura.
Le ginocchia mi stavano cedendo. Mi sentivo come una bambina alla quale i genitori ripetono che non c' nessun mostro sotto il letto. Nessuno mi avrebbe aiutata, perch tutti mi credevano pazza. Avevo fallito di nuovo. Non c'era nient'altro che potessi fare. Lieberman aveva vinto. Feci un sorriso incerto al poliziotto e gli mostrai la chiave della macchina.
Signori, siete liberi di tornare alle vostre cose, grid verso il portico. Poi si volt verso di me. Considero la faccenda conclusa. La accompagner fino alla 434 e ci dimenticheremo di questa faccenda. Inutile riempire moduli per niente, queste brave persone hanno da fare. La 434 la porter dritta a New York, disse, invitandomi a salire in macchina.
Raggiungemmo l'uscita della 434 e l'agente al posto del passeggero nella macchina accanto alla mia mi fece segno di svoltare a destra. Presi l'uscita che mi avrebbe portata direttamente a New York e la volante scomparve dalla vista. Mi domandai se quei poliziotti mi avrebbero seguita, per assicurarsi che me ne fossi andata, ma nello specchietto retrovisore vidi la volante ripartire nella direzione opposta. Io non avevo assolutamente nessuna intenzione di andarmene da Dover. Anche se non mi aveva lasciato nessun segno, mi sembrava di sentire ancora la forza della mano di Lieberman che mi stringeva il polso spingendomi all'interno della casa. L'arrivo della polizia mi aveva salvata da un destino pi sinistro.
Dovevo riconoscere ai Lieberman che avevano avuto coraggio a screditarmi davanti ai poliziotti. E cos erano riusciti a farla franca. Certo, il fatto che fossi tutta fradicia e sconvolta non mi aveva aiutato. Il viso di Lieberman quando avevo insinuato che nella sua macchina potessero esserci dei vestitini per bambini, la sua espressione impietrita, per me erano una prova sufficiente della sua colpevolezza. Ma cosa avrei dovuto fare? Entrare in casa, con la pistola in mano, e reclamare mia figlia? C'era solo una cosa che nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio: il DNA. Dovevo solo dimostrare alla polizia che la bambina a casa di Anna fosse mia figlia, e la scienza era dalla mia parte.
Per prendere qualche campione di DNA dovevo per tornare a casa di Anna, e ci poneva un problema serio: ora che la polizia era stata allertata non osavo pensare cosa avrebbero fatto David e Anna se mi fossi ripresentata a casa loro. Mentre pensavo a come procedere ? forse avrei potuto prendere un pannolino sporco dal cassonetto davanti alla casa di Anna ? mi resi conto che mi ero distratta e avevo superato l'uscita di Dover. Accostai al marciapiede e spensi il motore. Accesi la luce e aprii la cartina stradale, cercando di capirci qualcosa. Dopo qualche minuto ci rinunciai.
La luce del sole si era affievolita e il traffico gi scarso era diventato inesistente, mentre sulla serata autunnale calava una coltre di buio, quasi appiccicoso, come se fosse coperta d'inchiostro. La luna era un'apparizione fugace: compariva e scompariva a intermittenza dietro le nuvole fitte.
Non udii movimenti dietro di me  fu pi che altro un presentimento  ma di colpo il mio cuore cominci a battere all'impazzata. Senza staccare gli occhi dallo specchietto allungai la mano per prendere la pistola nella borsa.
Dal nulla comparvero delle luci, come se una macchina si fosse avvicinata con i fari spenti e li avesse accesi soltanto in quel momento. Lentamente l'auto accost dietro la mia, ma non scese nessuno. And avanti per qualche altro metro e poi si ferm. I fari si spensero e fu di nuovo buio. Continuai a guardare nello specchietto. Finalmente uno sportello si apr.
Prima che la mia mente si rendesse conto di ci che stava succedendo, il mio corpo reag. Il mio gomito colp la sicura degli sportelli. La colp di nuovo, altre due volte, poi ancora, ma non capii se fosse scattata oppure no. Il mio corpo ordin al cervello di accendere il motore. In quel preciso istante, il lunotto and in pezzi e schegge di vetro piovvero sul sedile posteriore. Poi cal il silenzio.
Rimasi immobile, paralizzata dalla paura. Con la coda dell'occhio vidi un'ombra accanto al finestrino. Afferrai la borsa, mi spostai velocemente sul sedile del passeggero e allungai la mano verso la maniglia. Poi and in frantumi il finestrino del posto di guida, e mi coprii il viso con le braccia. Mentre mi allungavo ad aprire lo sportello per uscire, qualcuno mi tir i capelli dall'altro finestrino e con uno strattone mi trascin indietro sull'altro sedile. La testa mi pulsava per il dolore. Mi voltai e vidi la figura di un uomo fuori dalla macchina.
Il destino pu arrivare a sorpresa, ma quando bussa alla tua porta, niente potr impedirgli di entrare. Il Principe delle Tenebre era venuto a prendermi. Ed era pazzo.
Capitolo 22
Ho il fiato corto. Premo i palmi contro la pelle fredda del divano. Mi sforzo di concentrarmi sul dottor Ari, ma i miei occhi vagano, incapaci di fissare un unico punto. Non riesco a contenere il senso di panico:  come una matassa che non sono ancora riuscita a sbrogliare. Non ha una forma precisa, eppure lo sento diffondersi in tutto il corpo.
Devo parlare con l'ispettore. Li stanno cercando, giusto? Che stanno facendo per trovarli? Queste nostre sedute adesso non hanno pi senso. Dobbiamo trovare Liebermann e Anna. Sono stati loro a prendere Mia.
Le assicuro che la polizia sta facendo tutto il possibile per rintracciarli. Si interrompe un momento, quasi seccato. Non credo che siamo ancora arrivati alla fine.
La fine?, chiedo.
Dobbiamo continuare, non ci siamo ancora Ci sono troppe domande rimaste ancora senza risposta, dice.
Sento il bisogno di ritirarmi in me stessa per un po', cercare riparo come fa un animale quando si avvicina il momento di partorire il suo piccolo. Dottor Ari, che cosa dice l'Islam riguardo al destino?
Per i musulmani il destino  uno dei pilastri della fede. Ci che accade non pu non accadere e ci che non accade non pu accadere.
Il dottor Ari si asciuga la fronte con il palmo della mano, come per rimuovere delle gocce invisibili di sudore: forse  il suo modo per schiarirsi la mente. Ha le dita affusolate da scienziato.
Sono madida di sudore mentre rivivo il momento in cui la mano di Lieberman si  allungata attraverso il finestrino rotto e ha aperto lo sportello. Ricordo le sue dita particolarmente lunghe che cercavano di afferrarmi, come il germoglio di una pianta carnivora. All'improvviso  tutto chiaro. Finalmente limpidi come la luce del giorno, i miei ricordi si amalgamano, si raccolgono come petrolio sulla superficie dell'oceano. E mi rendo anche conto che il dottor Ari ha paura quanto me della verit. E siamo ancora lontani dalla fine.
Gli occhi di Lieberman erano febbrili, scuri e penetranti. La lucina di cortesia dell'abitacolo ci avvolgeva in un bagliore dorato, mentre la luna coglieva frammenti di follia nei suoi occhi, riflettendoli verso di me.
E cos ci siamo incontrati di nuovo, disse.
Riprendermi Mia era l'unica cosa che mi interessava in quel momento. Il pensiero di doverlo uccidere mi faceva orrore, ma ero decisa. Non tremavo, non piangevo. Presi la mia paura e la scaraventai nel buio.
Qualunque forma di panico avesse preso il sopravvento sul mio corpo, le avrei impedito di raggiungere la mia mente. L'avrei bloccata e usata a mio vantaggio. Questo momento era inevitabile, proprio come il buio che mi circondava adesso.
Tu, inutile pezzo di merda. La voce di Lieberman era aspra. Il suo commento suonava assolutamente fuori luogo, non sapevo da dove venisse. Era lontano anni luce dall'uomo che prima aveva mentito ai poliziotti, era ben l'oltre l'uomo che era saltato gi dai gradini del portico. I suoi occhi guizzavano all'impazzata, come se fosse telecomandato da una voce nella sua testa e si muovesse a scatti, qua e l.
Stai pi attenta la prossima volta che ti presenti a casa mia senza invito. La sua voce era diventata un sibilo.
Avevo i brividi al pensiero di ritrovarmi da sola con lui, in quello spazio angusto. Cosa diamine gli avevo mai fatto? Pensava di avere il diritto di portarsi via i figli degli altri? Secondo lui, avrei dovuto accettarlo e far finta di niente? Non sapevo cosa dirgli, e vedendo i suoi occhi che si muovevano spiritati, capii che era impossibile farlo ragionare. In un baleno, il suo viso passava dalla normalit alla follia: gli occhi diventavano pi penetranti, guizzavano da una parte all'altra.
Scendi dalla macchina.
Quando lui allung la mano verso lo sportello e lo apr, mi opposi senza mostrare paura. Non mi mossi.
Dov' mia figlia?.
Ti ho detto di lasciarci in pace. Perch sei venuta fin qui a molestare la mia fidanzata?.
Avevamo appena iniziato, e gi ero in confusione. Anna Lieberman era la ragazza sul giornale, sua sorella. Era identica alla ragazza della foto sul giornale.
Quale fidanzata? La donna che prima hai chiamato tua moglie? Vuoi dire tua sorella, Anna?
Chi sei tu per dirmi chi siamo? Perch sei venuta qui? Era tutto a posto finch non sei arrivata tu.
Con queste parole mi fece segno di scendere dalla macchina. Come per magia, comparve una pistola, che mi punt in faccia.
Scesi dalla macchina. Le nuvole avevano ceduto il posto a un cielo stellato e la luna era luminosa come se qualcuno avesse acceso un interruttore. Per la prima volta potevo vedere bene il paesaggio circostante. Eravamo parcheggiati accanto a un campo di granturco, lungo il quale si allungava una stradina sterrata. Degli alberi nodosi oscuravano il campo sulla destra.
Fui sorpresa di quanto fosse basso Lieberman, una caratteristica che non avevo mai notato. Mi fece segno di voltarmi. Senza esitare gli diedi le spalle. Non avevo paura. Era il tipo di pazzo che vuole guardarti negli occhi e vederti soffrire.
La luna diafana spargeva sfumature di grigio. Riuscivo a distinguere gli steli del granturco. L'odore della terra umida era pungente. C'era una stradina sterrata tra i campi, che li divideva ordinatamente a met. Non era passata nessun'altra macchina da quando Lieberman aveva parcheggiato dietro di me. Il buio della sera sembrava inflessibile, non ammetteva errori. Bastavano pochi metri pi in l lungo quella strada serrata e saremmo tutti scomparsi nel buio.
Dovevi andartene quando ne hai avuto la possibilit.
Non me ne vado senza mia figlia. Ormai dovresti averlo capito.
Tutti ti considerano un'incapace. Persino i poliziotti.
Tu non sai niente di me, replicai e sprofondai i piedi nella ghiaia.
Mettiti in ginocchio.
La sua voce era piena di attesa, ma io fui irremovibile.
No.
Lui mi afferr il braccio e me lo gir dietro la schiena, costringendomi a chinarmi sulle ginocchia. Tu fai quello che ti dico io, tesoro. E adesso ti metti gi.
I poliziotti sono ancora qui intorno per accertarsi che me ne stia andando. Saranno qui a minuti.
Tu sei solo una pazza, una stalker, ricordi? Non ti sta cercando nessun poliziotto, fidati. Fece un passo indietro e mi punt la pistola. Rimani in ginocchio, ordin, e non provare a fare sciocchezze. Metti le mani sulla testa in modo che possa vederle.
Obbedii. Mi trovavo di fronte al campo di granturco e quando udii dei passi che si allontanavano, mi voltai. Lo guardai allungarsi attraverso il finestrino rotto della mia macchina, in cerca della mia borsa. Infil dentro la mano e tir fuori la pistola. And alla sua auto e attraverso il finestrino aperto, gett la pistola sul sedile del passeggero. Guard a destra e a sinistra come se cercasse il posto giusto per farmi ci che gli stava suggerendo la sua mente folle.
Mentre sbirciava lungo la stradina sterrata era disinvolto, sicuro di essere lui a condurre il gioco. Pi si mostrava compiaciuto, pi dentro di me cresceva una forza che non sapevo nemmeno di avere.
Scattai verso il campo di grano, mentre Lieberman gridava parole oscene dietro di me. Nel momento stesso in cui attraversai i confini del campo e mi infilai trai le prime file di granturco, mi resi conto di essere nei guai. La pioggia aveva infradiciato il terreno, e dopo qualche passo il fango mi si attacc alle scarpe e mi appesant i piedi. Mi sentii bloccata come in quei sogni in cui le gambe non ubbidiscono: per quanto provi a muoverti, loro si rifiutano di collaborare.
Mi feci strada lungo un sentiero e dopo circa sei metri girai improvvisamente a sinistra come un coniglio che fa una svolta repentina per sfuggire a un cacciatore. Feci solo qualche altro passo e poi andai a sbattere con le gambe contro una struttura solida. Caddi a terra. Sentii gli stinchi e le ginocchia pulsare di dolore. Grazie alla luna che mi illuminava dall'alto, scorsi un chioschetto di legno semicoperto, con una porta a vento laterale e un cartello di legno con la vernice scheggiata.
ENTRATA DEL LABIRINTO DI GRANTURCO. ACQUISTATE QUI I BIGLIETTI.
Mi rialzai e dopo essere inciampata un po' di volte, proseguii lungo la stradina. C'era un sentiero che andava a sinistra e un altro che svoltava a destra. Prima che potessi decidere in quale direzione andare, sentii ansimare: era Lieberman, stava arrivando. Aveva avuto i miei stessi problemi ad avanzare attraverso il fango.
Avevo le ginocchia talmente malmesse che non sarei pi riuscita a correre, quindi decisi di nascondermi tra gli steli. Mi accovacciai e mi accovacciai nel fango. Cercai di calmare il respiro e rimasi in attesa. Come una bambina, chiusi gli occhi: se non lo avessi visto, neanche lui mi avrebbe visto; cos sperai. Il mio cuore batteva come un tamburo e aspettai il suo arrivo nell'aria fredda autunnale.
Il suono che udii subito dopo fu inquietante. Clic. Il grilletto si sollev, e io sussultai. Era tutto finito.
Mi arriv addosso, mi prese le mani e me le stratton dietro la schiena, quasi slogandomi le spalle. Tirandomi per le braccia, mi sollev e cominci a trascinarmi; il dolore alle ginocchia aumentava a ogni passo.
Quando raggiungemmo le auto parcheggiate lungo la strada, mi diede una spinta e mi fece cadere sulle ginocchia. Cercai di rimanere in silenzio, ma la ghiaia appuntita che mi lacerava la pelle mi fece piangere. Il dolore mi provocava sprazzi di luci che sfrecciavano dietro le palpebre. Emisi un lamento, che lo fece sogghignare. Poi mi avvolse qualcosa intorno ai polsi. A giudicare dal rumore mi stava mettendo dei legacci di plastica.
Quando alzai lo sguardo, Lieberman era in piedi davanti a me, la sua sagoma incorniciata dalla luna. Il chiarore illumin qualcosa che luccicava nella sua mano destra. Un coltello. La lama sembr mandare un messaggio segreto: un messaggio inquietante che parlava di tagli profondi e sangue che inzuppava la terra gi satura. Ci guardammo negli occhi. Per tre, forse cinque secondi, o anche di pi: non riuscivo a staccare lo sguardo da lui. Era madido di sudore.
Chi  la preda, adesso, eh? Non sei portata per queste cose, non saresti mai dovuta venire a cercarci.
Nella mano sinistra teneva la pistola, mentre con la destra continuava a brandire il coltello, puntandomelo in faccia.
Dov' mia figlia?. La mia voce, mio malgrado, era bassa e debole.
Dov' mia figlia?, ripet lui facendomi il verso; poi scatt di nuovo verso di me; il luccichio della lama racchiudeva la promessa di ci che sarebbe successo. Non si pu certo dire che ti stessi prendendo cura di lei. Piangeva tutto il tempo, giorno e notte. Era cos difficile per te occuparti di una creatura cos piccola? Perch piangeva sempre? Forse non le davi da mangiare, non la cambiavi? Perch avresti dovuto tenerla tu?
Mia, dov'? Dov' mai figlia?, insistetti.
Lui scatt di nuovo verso di me, puntandomi il coltello. Era cos vicino che riuscivo a sentire l'odore del sudore e della sua ansia. Non mi avrebbe sparato: voleva divertirsi a tenere il coltello dalla parte del manico mentre lo rivoltava nella mia carne, il sangue caldo che sgorgava per nutrire la sua follia. Poi si sarebbe divertito a stringermi un panno intorno al collo mentre guardava i miei occhi schizzare fuori dalle orbite e il mio viso diventare bluastro. Non aveva importanza come mi avrebbe uccisa: gli interessava soltanto guardarmi morire.
Come hai fatto a scoprirlo? Non mi sembravi per niente sveglia, sibil.
Pensavi di avere escogitato un piano perfetto, ma hai fatto degli errori.
Era a pochi centimetri di distanza da me. Quando sollev la mano destra, io chiusi gli occhi. Era cos vicino che mi sentivo il suo fiato addosso.
Dovevo solo trovare una scusa per farti uscire di casa. Ti ho nascosto il portafogli, ho preparato il latte in polvere, ho lasciato una bottiglia d'acqua. Dentro ci avevo messo del sonnifero. Quella notte sono sceso attraverso il montavivande. Mentre eri addormentata nel tuo letto, io ero in piedi davanti a te con la bambina che piangeva tra le mie braccia, e non ti sei neanche svegliata. Sono semplicemente uscito dalla porta d'ingresso con la bambina e sono tornato dopo calandomi di nuovo gi con la corda per chiudere la porta a chiave. E ho fatto un unico errore: dovevo metterti a tacere molto prima.
Hai dimenticato la copertina in soffitta. Quello  stato il tuo primo errore.
I suoi occhi guizzarono. Devo averla fatta cadere quando sono uscito dal palazzo scendendo dalla soffitta. Un piccolo dettaglio che ho trascurato, ma non era molto importante.
Il secondo errore che hai fatto  stato tenerti la statuetta di Campanellino. Come tutti gli altri stronzi psicopatici, hai voluto conservare un ricordo del tuo crimine, in modo da divertiti a ripensarci ogni volta che lo avessi guardato. E dici che la pazza sono io?.
Lui rise e mi punt il coltello al viso. Vuoi sapere dov' la bambina?  in buone mani. Migliori delle tue, questo  sicuro. Anna e io le troveremo una bella famiglia.
Lei ha gi una famiglia. Sentii la lama premere contro il mio orecchio. Il suo viso era ad appena due centimetri dal mio, le labbra aperte come se stesse provando a baciarmi. Chiusi gli occhi. Sentii sulla guancia le sue labbra, che mi sfioravano la pelle. Pensai: Stupro. Pensai: Vuole violentarmi. Rimasi immobile, costringendomi a non muovermi. Poi sentii le sue labbra sulle mie, la sua lingua che mi apriva la bocca con forza. Voltai la testa e sputai a terra, pulendomi le labbra sulla spalla.
Perch mi stai facendo questo?, gli urlai.
Lui non rispose. Mi guard con quegli occhi febbrili, contento di avermi sconfitta.
Cosa pensavi che facessi? Hai rapito mia figlia!. Le ultime parole mi vennero fuori in un gemito.
Lui si accigli e inclin leggermente la testa di lato. Certo che sei davvero malata, troia incapace. Lo chiami rapimento? Sono un cavaliere che  venuto a salvarti dai guai. Ho provato in tutti i modi a dirti che la bambina piangeva troppo, che non la tenevi abbastanza in braccio. Aspettavo che mi confidassi che non ce la facevi, che eri sommersa, stanca, che non ne potevi pi. Ma tu non hai fatto altro che sbattermi la porta in faccia.
Ho visto in casa tua il libro sulle torture e gli infanticidi. Vorresti farmi credere che sei una specie di salvatore, quando non sei altro che un pazzo che rapisce bambini. E dici a me che sono malata?.
Se avessi guardato meglio, avresti scoperto che l'uomo che reputi un pazzo era un eroe.  stato distrutto dalle false testimonianze, non era come lo dipingevano gli altri.
Non m'importa dei tuoi libri e dei tuoi eroi. Questo  il mondo reale, e in questo mondo ti sei calato con un montavivande nel cuore della notte, hai rapito la mia bambina e l'hai portata da tua sorella o da chi diavolo  quella donna.
Non ho avuto un solo momento di pace, dopo che ti sei trasferita tu. La bambina piangeva giorno e notte. Piangeva per ore, e tu non facevi nulla, la lasciavi piangere come una pazza. Che razza di madre sei?. Vidi la repulsione nei suoi occhi e sentii in faccia la sua saliva. Ti ho fatto un favore portandotela via.
Se pensavi che fossi una pessima madre avresti dovuto chiamare i servizi sociali!. La mia voce era sempre pi alta, ma alle ultime parole si incrin. Decisi di supplicarlo. Se dietro quegli occhi albergava ancora un briciolo di compassione, forse avrebbe potuto ascoltarmi. Ti prego, restituiscimela, e non lo dir a nessuno. Ti prego, ti supplico, ridammela.
Lui sorrise, e per una frazione di secondo credetti che fosse rinsavito. Il suo viso si rilass: sembrava quasi normale. Provai un impeto di speranza, ma poi lui ritorn quello di prima.
Gli si spalancarono gli occhi: erano scuri. Scuri come il cielo infinito sopra di noi.
 solo un grosso equivoco. Ti prego, ridammi mia figlia. Ti prego.
Adesso stavo singhiozzando, mentre cercavo di liberarmi le mani. I legacci di plastica premevano sui polsi.
Che cosa ti ha detto Anna? Senza offesa, Anna  la mia ragazza, ma non ha mai detto cose giuste in vita sua. Cosa ti ha detto?.
Io non risposi subito, e lui si mise a urlare.
CHE COSA TI HA DETTO?
Niente. Non mi ha detto niente.
Fece un respiro profondo come se fosse appena riemerso dopo qualche minuto di apnea. Quando ero piccolo avevo soltanto un desiderio. Che qualcuno potesse venire a portarmi via dai miei genitori.
Hai capito male.
Zitta e ascolta.
Hai capito male, io.
Sono io quello che ha capito male? No, sei tu che hai sbagliato tutto. L'hai lasciata da sola in macchina. Ti ho vista quando l'hai lasciata in macchina. Conosco bene i genitori come te.
Senti piangere una bambina e ti inventi tutta questa storia?.
So di che cosa sono capaci le madri come te.
Le madri come me? Tu non sai niente di me.
Conosco quelle come te.
Quelle come me. Per lui sono una di quelle. Una madre violenta. Una madre che non si occupa di sua figlia. Che razza di demoni deve avere quest'uomo dentro per essere giunto a questa conclusione?
Lieberman cominci a camminare avanti e indietro, la lama che scintillava alla luce della luna. Lo guardai, ipnotizzata dai suoi movimenti.
Perch l'hai rapita? Non capisco.
L'ho presa perch tu non la volevi. Si interruppe un secondo, poi sorrise. Alcune madri sono fatte cos. E poi mi raccont la sua storia, la sua infanzia. Mentre continuava a camminare in circolo, tra uno sproloquio e l'altro, parl dei suoi genitori: Esther e Abe Lieberman. Mia madre era proprio come te, sibil.
Volevo fargli delle domande, ma poi ci ripensai. Decisi di lasciarlo fare, affinch scoprisse da solo, uno a uno, gli strati della sua pazzia. Lo ascoltai mentre illustrava la sua infanzia. La sua storia prese forma nella mia mente: una storia ambientata in una zona particolare del territorio americano, abitata da gente altrettanto particolare; un'Appalachia molto lontana dallo stereotipo romantico delle escursioni tra i boschi.
Lui era un ragazzino, di circa otto anni; Anna, piena di lentiggini, ne aveva cinque. Raccont di quando loro due si aggiravano nell'unico quartiere che conoscevano, fatto di stradine sterrate e vicoli ciechi. Lieberman aveva passato l'infanzia in un agglomerato di case senza elettricit e acqua corrente: solo un mucchio di sentieri e baracche, circondato da cumuli di immondizia, dove non c'era spazio neppure per un barlume di speranza.
A volte Lieberman si voltava e rimaneva in ascolto nel buio: gli occhi esaminavano l'oscurit come se volesse accertarsi che nessuno stesse ascoltando il suo racconto di quella vita di squallore e miseria, di quegli anni trascorsi in una vecchia fattoria di montagna, senza la speranza di una via d'uscita dall'inferno.
Altre volte la sua voce si ammorbidiva inaspettatamente, soprattutto quando parlava del momento della sua salvezza, della sua nuova famiglia. Tanta era la gioia che i suoi occhi si illuminavano come un bambino che racconta di aver ricevuto una bicicletta nuova. Le autorit erano intervenute  Grazie a Dio, disse lui  dopo che si era fatto vedere in giro troppe volte con il viso ferito e i vestiti sudici. Una signora massiccia con i pantaloni larghi e una cartellina port lui e Anna in una casa famiglia.
La mattina dopo il nostro arrivo alla casa famiglia abbiamo fatto colazione e poi, quando ci hanno annunciato che era ora di pranzo, non capivo. Perch, mangiamo di nuovo?, chiesi. Ma come, dobbiamo mangiare pi di una volta al giorno?, mi stupii. C'era l'acqua corrente e io avevo una stanza tutta per me, e scoprii che non in tutte le famiglie si urla per tutto il giorno, non tutti i padri prendono a schiaffi i figli. Non sapevo che ci fosse una vita oltre le botte, che si potesse fare altro oltre a sparare ai cani randagi con i fucili ad aria compressa e sventrare maiali. In quella famiglia adottiva, la mamma lavorava in un'agenzia di viaggi. Port a casa dei cataloghi. Potevi scegliere una nazione, un hotel e andarci. Come se fosse tutto semplice e andarsene fosse solo questione di scegliere un posto. E sai quale fu la nostra vacanza? Tre mesi in una famiglia adottiva, ecco. E per noi non era abbastanza. Anna e io non facevamo che parlare di questi viaggi.
Lieberman continu a raccontare. Ma poi fin tutto. Il giorno peggiore della mia vita fu quando ci rispedirono a casa. Il vecchio Abe fece ricorso, cos lo definirono. Per rispettare i requisiti necessari mise in ordine la casa, sistem qualche cavo, strofin la vasca e lav le lenzuola, e prima ancora che ci comunicassero la notizia eravamo gi tornati. Lo chiamarono ricongiungimento familiare. Un mucchio di stronzate, perch fu un inferno.
Sput la parola inferno nella notte come fosse tabacco da masticare avariato. Mentre continuava a raccontare, io muovevo le mani avanti e indietro cercando di aprire i legacci di plastica. Spostai le gambe per stare pi comoda, ma a quel movimento lui scatt e mi punt addosso il coltello.
Pregavo che si addormentassero con la sigaretta tra le dita, e che la casa andasse a fuoco. Cos Anna e io saremmo stati finalmente liberi di vivere la nostra vita. I suoi occhi si spalancarono e rimase a lungo assorto nei suoi pensieri. Poi si irrigid. Amo Anna. La nostra tresca cominci nel capanno sul retro quando lei aveva dodici anni. E non  mia sorella, non chiamarla mai pi cos.
Si avvicin e io mi voltai, terrorizzata da quello che avrebbe fatto adesso che era emersa tutta la sua follia. I suoi occhi si concentrarono di nuovo su di me, e cominci a far oscillare la pistola. Anna e io abbiamo fatto dei progetti. Volevo solo guadagnare un po' di soldi, e invece dove sono finito? A vivere nella stessa casa con una di quelle ricche stronze viziate. Casa, marito, macchina, soldi. Hai mai desiderato qualcosa? Dimmi, tu hai mai desiderato qualcosa?.
Indietreggi e inizi a camminare in cerchio. Poi si avvicin, la ghiaia che scricchiolava sotto i suoi stivali. Tua figlia non smetteva mai di piangere. Certe donne non dovrebbero mai essere madri. Come te. Url, la voce che si ripercuoteva nel campo di granturco, perdendosi tra le foglie e gli steli.
Io mi chinai a terra, di lato, rannicchiata sulle ginocchia. Come se qualcuno avesse improvvisamente strattonato un guinzaglio, i suoi occhi si bloccarono e cominci a biascicare. Dovresti ringraziarmi, tu dovresti tutu Anna mi ha detto di fare qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Non mi ricordo. Si arrabbier cos tanto con me. E poi la pazzia prese il sopravvento come un mare impetuoso, che lo inond e lo trascin ancora pi lontano dalla ragione. Che cos'era cosa dannazione. Batt il pugno sulla fronte. Non riesco a ricordarmi cosa mi ha ordinato di fare. Ci sono cos tante cose da ricordare, cos tanto  cos difficile riuscire a fare tutto nel modo giusto. Continuava a guardare l'orologio e ad asciugarsi la fronte con il braccio mentre reggeva la pistola.
Poi cambi espressione e si riconcentr su di me. Ti uccider e basta.
Sentii la speranza abbandonare il mio corpo, le mie ossa che diventavano polvere. Sentivo ancora la voce di Lieberman, ma ormai era lontana. Tu non hai motivo di essere su questa terra. Occupi spazio inutilmente, ed  per questo che devi andartene. Il suo petto si sollev in un impeto primitivo.
Lo costringer a guardarmi negli occhi, pensai, e non piagnucoler, n pianger, n gli lascer l'immagine di me accovacciata in posizione fetale nel fango. Non gli permetter di avere la meglio su di me. Chi sei tu per decidere chi  degno e chi non lo ?, gli chiesi. Io non sono tua madre. Gli sputai addosso le mie parole. Non c'era modo di farla smettere di piangere. Era una bambina difficile. Piangeva in braccio, piangeva nel lettino. Non c'era nulla, nulla che potessi fare.
Queste non sono altro che fottute scuse, madre degenere che non sei altro. Sentii addosso la sua saliva; poi si interruppe e la sua espressione furiosa cedette il posto a un sorriso diabolico. Hai paura? Pensi che ti far male? Sembri spaventata.
Riuscivo a stento a rialzare la schiena.
Non ti sento.
Non sono.
Non ti sento. Sei diventata muta come un pesce, eh?.
Non mi lasciava spazio, nessuna via di scampo. Dov' mia figlia? Dimmi dov' ti prego Sono sua madre. Dov'?
 al sicuro, troia. Lontana da te  al sicuro. Rise. Una risata forzata, ansimante, diabolica.
E poi il Principe delle Tenebre mi punt addosso la pistola. Vidi esplodere una luce intensa. Sentii pi freddo di quanto non ne avessi mai sentito in vita mia. Il vento sospir attraverso gli steli di granturco, e poi la frizzante sera autunnale si fece ghiacciata.
La luce della luna si affievol e il buio avvolse tutto. Il mio ultimo pensiero fu che nessuno avrebbe mai saputo che cosa era successo a mia figlia. Nessuno.
Nelle due sedute successive non emerge nulla di nuovo. Entro in ascensore, scendo, ma non rimane nulla. Come un cane lanciato all'inseguimento, ho saltato tra i campi di grano e corso fino ad avere le gambe doloranti, il cuore che batteva forte, i rami che mi graffiavano. Le ombre si allungavano, il sole stava per calare, e io mi ero spinta oltre le mie capacit di sopportazione.
Rimaniamo in silenzio per un po'. Mia  viva, da qualche parte. Forse. O forse no. I Lieberman sono fuggiti, non si trovano da nessuna parte. Abbiamo fatto tanta strada, eppure non sappiamo ancora nulla. Purtroppo  cos.
Sollevo lo sguardo verso di lui e inizio a piangere. E adesso?.
Il dottor Ari si alza e fa il giro della scrivania. Continuiamo a cercare.
Cercare cosa?
Non sappiamo ancora come sia finita nel burrone. E che cosa  successo al suo orecchio. Non abbiamo ancora risposto a tutte le nostre domande.
Lieberman mi ha sparato. Mi ha sparato e poi mi ha gettata nel burrone.
La macchina ci  finita da sola nel burrone, non  stata spinta.
Lo guardo confusa.
Lo hanno stabilito dal fatto che ci sono le chiavi inserite nel cruscotto. Si vedono anche i segni delle ruote. Non solo la macchina si  lanciata nel burrone, ma ha anche accelerato.
Che importa? La polizia dovrebbe cercarli.
Li stanno cercando.
Allora posso andare?.
Una lunga pausa. Andare dove?
A casa. Quando pronuncio quella parola mi interrompo. North Dandry? Mi rendo conto che non ho una casa.
Lei pensa di aver finito?. Il dottor Ari si copre la fronte con la mano come a dire: Povera stupida, che stai blaterando? Estelle, La polizia e il procuratore distrettuale non si accontenteranno di questa conclusione. Si interrompe e congiunge le mani sulla scrivania. Finora abbiamo soltanto questo: una bambina scomparsa e una madre che non denuncia il fatto, anzi lo tiene nascosto persino al marito. S,  vero, c' anche il fatto che sono scomparsi un operaio e sua sorella, glielo concedo. A proposito, quei due sono stati girovaghi per tanto tempo e la polizia non  stata in grado di rintracciare tutti i loro movimenti prima che si stabilissero a Dover e Lieberman cominciasse a lavorare a North Dandry. Ma sa quante persone semplicemente non si presentano al lavoro? O si trasferiscono da un'altra parte senza lasciare il nuovo indirizzo?.
Deglutisco. La copertina. La statuetta di Campanellino.
E quindi? Lei potrebbe averle trovate dappertutto. Non c' nessuna prova. Ci sono solo due persone irrintracciabili, e la sua parola.
Che non conta nulla.
Lei si  ricordata tutto il resto, Estelle. L'odore della copertina, i titoli dei libri, i fiori su una tazza. Ma non ricorda come  finita nel burrone?
Ma almeno lei mi crede?
Quello che penso io non conta. La polizia e il procuratore hanno bisogno di prove. Nel loro mondo la verit senza prove non significa nulla. Continueremo domani.
Mi alzo e mi avvio verso l'uscita. Arrivata alla porta mi volto. Posso sperare soltanto in un miracolo.
Mentre infilzo il polpettone e passo svogliatamente la forchetta sul pur, sulla sala cala il silenzio. Marge lascia cadere il cucchiaio e poi il tintinnio delle posate contro i piatti cessa del tutto. Alzo gli occhi e vedo Marge che fissa inebetita la porta.
Il dottor Ari entra in fretta, diretto al nostro tavolo, e per la prima volta noto che zoppica leggermente. Poso la forchetta accanto al piatto. Anche Oliver  confuso, la mano sospesa a mezz'aria.
 successo qualcosa, dice senza staccare gli occhi dal dottor Ari. Non l'ho mai visto in mensa.
Il dottor Ari continua ad avanzare nella mia direzione. Io spingo il vassoio verso Marge, e poi una speranza prende forma dietro la gola. Ecco. L'hanno trovata. Hanno trovato Mia. Mi immagino il dottor Ari che si siede, mi prende la mano e mi sorride, pronunciando le parole che ho tanto desiderato sentire.
Mi segua nel mio ufficio, dice il dottor Ari. Non si siede, non mi prende la mano. Io sollevo la mano, gli chiedo un attimo di silenzio. Tutto ci che voglio  un ultimo momento, un ultimo momento di speranza, un momento per credere che l'abbiano trovata. Ma nessuno pu interpretare la sua espressione come un sorriso.
Poi mi arrendo e accetto che la speranza si spenga del tutto.
Il dottor Ari si tira su gli occhiali con un movimento deciso. Si schiarisce la gola. Poco fa ho ricevuto una chiamata a proposito di un reperto. Sono appena arrivati i risultati degli esami di laboratorio.
Quale reperto?
Ne parleremo tra un minuto. Mi dica, si ricorda che cosa hanno trovato nella sua macchina?
La mia borsa. E la pistola di Jack.
Tre cose. La sua borsa. La pistola. E un foglietto di carta.
Adesso mi ricordo. La mia borsa,  cos che mi hanno identificata. E la pistola. Lieberman l'ha gettata nella mia macchina quando eravamo nel campo di grano. Non mi ricordo di nessun foglietto.
Era inzuppato di sangue. Hanno dovuto mandarlo in un laboratorio in Florida.
Non ricordo nessun foglietto. Non sono neppure sicura che qualcuno me ne abbia parlato. Nel suo ufficio l'aria  gelida e mi strofino le braccia per riscaldarmi.
Mi racconti della pistola, mi incita lui.
La pistola che hanno trovato nella mia macchina?  la pistola che ho preso dall'armadio di Jack.
La stessa pistola che ha portato a casa di Anna.
Immagino proprio di s.
Ci guardiamo.
Che cosa sta cercando di dirmi? Dove vuole arrivare?, chiedo, frustrata. Perch non mi chiede ci che ricordo, invece di ci che non riesco a ricordare?
Non le sto chiedendo nulla. Le sto dicendo che la pistola conteneva un solo proiettile quando lei  andata a casa di Anna Lieberman. Quando l'ha presa dall'armadio, dentro c'era solo un proiettile. Un solo proiettile. E quando hanno trovato la pistola, dentro c'era un proiettile. E sopra c'erano le sue impronte. Di nessun altro, solo le sue. Ma qualcuno le ha sparato.
E questo che importanza ha?
 solo un dettaglio che vorrei tenesse a mente. Ma ecco la novit.
La novit. Faccio un respiro profondo e guardo fuori dalla finestra. C' nebbia ed  quasi buio, e non riesco a distinguere neppure un albero.
Dobbiamo parlare del messaggio contenuto nel biglietto.
Pensavo fosse un semplice foglietto di carta.
Era solo un foglietto finch nel laboratorio della Florida sono riusciti a fare delle foto digitali applicando diversi tipi di fonti luminose Ecco, non conosco bene le tecniche forensi, ma in ogni modo sembra che siano riusciti a riprodurre un'immagine decifrabile del biglietto. Ne ho ricevuto una copia appena un'ora fa.
Abbasso lo sguardo. C' un foglietto davanti a lui sulla scrivania.
Sfortunatamente ci  voluto troppo tempo per decifrare il messaggio. Altrimenti tutto sarebbe stato pi semplice. Me lo porge.
Vuole leggermelo?.
Allungo la mano e reggo il biglietto tra il pollice e l'indice. Il foglietto, un pezzo di carta delle dimensioni di un A4,  la copia di un biglietto tutto strappato scritto a mano. Si vede un alone rossastro. Lo leggo di sfuggita. Le lettere sembrano stranamente staccate l'una dall'altra, non si capisce dove finisce una parola e inizia l'altra. Su quella pagina non ci sono pi di venti parole.
Lo legga ad alta voce. La voce del dottor Ari sembra raggiungermi da lontano.
Riconosco la mia grafia. Il biglietto  scritto di getto, frettolosamente, ma  la mia grafia.
Me lo legga, insiste lui, e si appoggia allo schienale.
Lo leggo. In silenzio. E commetto un errore. Non entro in ascensore, il mio rifugio, il mio luogo di calma e di sollievo. Invece vado a Stone Harbor, la spiaggia dove costruivo castelli di sabbia l'estate prima che i miei genitori morissero. Grossi sassi sopra la linea della marea, gialli e verde-blu, rosa salmone, madreperla. L'onda della marea accarezza la sabbia, poi le dita dei miei piedi, per poi scivolare via nella vastit del mare. Onde spumeggianti, aria salmastra e labbra screpolate. Spinosi ricci di mare rosa e viola, alghe aggrovigliate intorno alle caviglie. Crostacei e alghe nella sabbia morta, cos sereni contro le onde impetuose. Ci vuole poca acqua e tanta sabbia, o i muri si destabilizzano e crollano sotto il peso, proprio come una frana, mi diceva mio padre mentre ammucchiavo i granelli di sabbia fine. Ci ho provato, Dio solo sa con quanta cura ho cercato di costruire questo castello di sabbia. Avevo usato acqua e sabbia nelle perfette proporzioni, ma niente da fare. Stringo il pugno. Sento la consistenza ruvida dei granelli mentre guardo l'onda della marea demolire il mio castello.
Non posso andare avanti cos
Mi dispiace per ci che ho fatto
Ho ucciso la mia bambina
Sono un mostro
Vado in mille pezzi. Quando mi sveglio mi sento stordita: non come quando ci si sveglia da un lungo sonno, ma intontita dai farmaci e legata al letto. L'infermiera seduta accanto a me si alza e mi stringe intorno al braccio un manicotto per misurare la pressione.
Non doveva finire cos.
Mi dispiace.
QUARTA PARTE
Che strani tutti questi cambiamenti!
Da un minuto all'altro non so mai che cosa sto per diventare.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
Capitolo 23
Voglio che chiami la polizia, domando a gran voce due giorni dopo, quando riprendiamo le nostre sedute. Il dottor Ari e io siamo andati avanti cos per quasi un'ora. Ho dovuto arrendermi all'evidenza. Tutte le storie che ho raccontato  Campanellino, la coperta in soffitta  non erano altro che tentativi del mio cervello di nascondere la verit. La verit  che sono davvero un mostro. Nell'attimo preciso in cui mi sono permessa di essere sincera con me stessa ho provato terrore e disperazione. Ma non ha senso cercare di resistere. Mi dichiarer colpevole. Adesso smettiamola.
Non se ne parla neanche, replica il dottor Ari, e si china verso di me. Una volta che avr confessato non potr fare nient'altro per lei. Si passer subito alla raccolta delle prove che verranno usate in tribunale contro di lei.
Ho scritto un biglietto in cui dichiaravo di aver ucciso mia figlia. Quindi tutto questo nostro lavoro  solo una farsa. Chiami la polizia.
Ma il suo corpo? Dov' il suo corpo? Che cosa  successo, e come, e quando? Ci sono troppe domande a cui non abbiamo ancora trovato una risposta. Non le permetter di gettare la spugna. Solleva la mano. Non serve a nulla protestare. Adesso cerchiamo di rimanere concentrati e parliamo del biglietto.
Non  un semplice biglietto,  una confessione.
Si ricorda di averlo scritto?
Se mi ricordo di averlo scritto?. La situazione sta diventando ridicola. Basta cos. Voglio che chiami la polizia, voglio costituirmi. Non ha senso continuare, le cose stanno cos e lei deve arrendersi.  finita.
Si ricorda di averlo scritto?, ripete lui.
No, non ricordo di averlo scritto, ma  la mia grafia. Sembra scritto di getto, ma l'ho scritto io.
Voglio mostrarle una cosa.
C' qualcos'altro? Per l'amor di Dio, cosa c' ancora? Una cartina con una croce per indicare il posto dove l'ho sepolta? Forse le ho marchiato sulla pelle le mie iniziali?.
Il dottor Ari mi porge un altro foglio. C' qualcos'altro, qualcosa che ho dimenticato di dirle.
Non  possibile che il dottor Ari si sia dimenticato di fare qualcosa. Tutto quello che fa, lo fa per un motivo preciso. Afferro il foglio.
 lo stesso biglietto, non capisco.
Lo giri dall'altra parte, dice lui.
Sul retro del foglio non c' scritto nulla, ci sono solo delle macchie di sangue qua e l.
 uno scherzo?, chiedo.
Guardi meglio.
Avvicino il foglio. Si vedono delle parole stampate tutte sbiadite. Non riesco a distinguerle.
Non riesco a distinguere le parole, ma ci sono dei numeri. Forse un numero di telefono? Non capisco. Giro e rigiro il foglio pi volte. Davvero non capisco.
 una ricevuta del Diane's Diner, un locale sulla 434. Una ricevuta per la consumazione di due tazze di caff e due fette di torta di noci.
Quindi prima di scrivere la mia confessione, sono andata a prendermi un caff e una fetta di torta. Scuoto la testa, incredula. Veramente strano.
Cerco una spiegazione per quella ricevuta, ma c' qualcosa che non quadra. Non mi piace la torta di noci: le noci pecan mi si attaccano ai denti, e poi non vado matta per lo sciroppo d'acero. La torta di noci non mi piace nemmeno, mormoro.
Grazie a Google mi sono gi portato avanti. Mi sono preso la libert di stampare una foto del locale. Il dottor Ari apre il fascicolo e tira fuori una fotografia.
Entra nell'ascensore.
Esamino la foto. Il Diane's Diner  un edificio di mattoni, a un piano, un'insegna al neon, un jukebox visibile attraverso la porta d'ingresso. Sento una musica provenire dall'interno. Dei motivetti smorzati. Un ritornello.
Qualcuno mi strattona, all'inizio delicatamente; poi mi tira verso la porta d'ingresso dell'edificio. Delle immagini mi assaltano come una folla di bambini che attendono di essere riconosciuti, uno dopo l'altro. Infantili, incompleti. Ma poi maturano, si espandono.
Un uomo steso sul pavimento. A faccia in gi.
Una forchetta che graffia contro un piatto bianco di porcellana.
Le noci pecan che sembrano dei cervelli in miniatura.
Una canzone, bisbiglio, mi ricordo una canzone.
Ho bisogno di tornare indietro, di tornare al momento in cui ho visto quello sprazzo di luce, quando  partito il colpo di pistola. Ricordo il fragore dello sparo.
Pi gi. Scendi ancora.
Sassolini sotto le ginocchia. Respiro rauco. Gambe pesanti come piombo. Il mio cuore che martella, il dolore pulsante nelle gambe.
Pi gi.
Blu. Indaco, o pervinca. Blu di Persia? Blu reale? Blu marino. Una cerata. Una cerata color blu marino.
Raddrizzo le spalle e distendo le braccia.
Ancora pi gi.
Per un attimo penso di far sparire i pulsanti. Non so cosa vedr in questo ristorante, ma qualunque cosa sia forse non vorr pi tornare alla realt.
Lieberman era in piedi davanti a me, le gambe divaricate, i talloni conficcati nella ghiaia. Tir fuori la pistola dallo stivale e me la punt addosso. Prima vidi un bagliore, poi un'esplosione mi lacer i timpani. Rimasi sorda per alcuni secondi, poi udii un forte ronzio. Chiusi gli occhi, aspettando che il buio mi travolgesse. Attesi il dolore, il bruciore, ma non accadde nulla. Il corpo di Lieberman balz verso di me come se qualcuno l'avesse spinto nella mia direzione. Cadde a terra, di faccia. Rimase gi immobile, come colpito da un fulmine. Vidi un punto scuro sulla sua schiena che si espandeva fino a diventare una grossa sfera cremisi.
Guardai in direzione del suono, la stessa direzione del bagliore. Un'ombra emerse da dietro la macchina. La figura prese forma, come uno spettro che acquistava forza e diventava sempre pi nitido. Una donna. Con una pistola in mano.
Maledetto bastardo, ringhi Anna Lieberman, non fa mai quello che gli si dice di fare. Fiss la sua schiena insanguinata come se non le importasse nulla di David; il viso privo di emozione come se avesse appena sparato a un animale rabbioso. Dopo aver scosso la testa, come se bastasse a liberarsi del tutto della sua immagine, scomparve nel buio della notte e io rimasi a guardare il corpo di Lieberman. Il liquido cremisi non solo gli copriva tutta la schiena, ma aveva formato una pozza accanto al suo corpo.
Non avevo la forza di alzarmi, ma riuscii a sollevarmi sulle ginocchia. Qualche secondo dopo i fari della Caprice si mossero verso di me. Anna si ferm accanto al corpo senza vita di Lieberman. Riesci ad alzarti?, chiese Anna, uscendo dalla macchina.
Io scossi la testa. Non sento pi le gambe.
Provaci. Mi afferr dal polso e mi fece alzare in piedi, avvicinandosi per tagliarmi i legacci di plastica. Tir fuori una cerata blu dal portabagagli. Anna copr suo fratello con la cerata, gliela infil sotto di lato, e poi fece rotolare sopra il corpo come un'infermiera che cambia le lenzuola a un paziente immobile.
Poi eseguii i suoi ordini. Trascinammo Lieberman per una quindicina di metri fino a quando arrivammo al chiosco all'entrata del labirinto di granturco. Lo trascinammo dentro la struttura, abbassammo il pannello e chiudemmo la porta laterale.
In macchina Anna era seduta vicinissima al volante. Strizzava gli occhi come se scrutasse nella notte, mentre guidava sulla 434 in direzione sud. Svolt a una stazione di servizio Chevron e parcheggi accanto alla porta laterale.
Chiedere la chiave al personale, diceva un cartello.
Ascolta bene, Estelle Paradise. Non  il caso di coinvolgere nessun altro, ok? Ho la tua parola?.
Annuii. Vidi uno sprazzo di speranza. Per la prima volta dopo giorni sentivo qualcosa che assomigliava alla speranza.
Vado a prendere la chiave. Scese dalla macchina e chiuse gli sportelli con la sicura. Aspetta qui, non ti muovere.
Le avrei fatto delle concessioni, le avrei promesso di non chiamare la polizia. Le avrei assicurato che non lo avrei mai raccontato a nessuno. David Lieberman era morto e avrei promesso di portare con me nella tomba questi giorni di orrore. Ero pronta a darle tutto ci che avevo, le avrei promesso di darle tutto. Avrei fatto qualsiasi cosa per Mia. Qualsiasi cosa.
Anna ritorn con una chiave. Va' a pulirti, disse, porgendomi una borsa di plastica. L ci sono delle salviette. Mettiti i vestiti puliti e non lasciare i vestiti insanguinati in bagno. Buttali in quel cassonetto, mi ordin, indicando verso il lato dell'edificio. Non avevano scarpe, quindi pulisci le tue meglio che puoi. Sbrigati, non abbiamo tutta la notte.
Uscendo dalla macchina riuscii a stento ad allungare le gambe, ma piano piano, zoppicando, raggiunsi il bagno. Aprii la porta con la chiave. Dentro, feci scorrere l'acqua del rubinetto e mi tolsi lo sporco dalle mani.
Misi le scarpe infangate nel lavabo e guardai il fango scivolare nello scarico. Mi misi la maglietta bianca e la felpa grigia con il cappuccio, e qualche minuto dopo uscii con in mano la busta con i vestiti insanguinati. Li gettai nel cassonetto verde di fianco all'edificio.
Lasciammo il parcheggio della stazione di rifornimento e meno di cinque minuti dopo Anna accost accanto a un edificio con delle grandi lettere su un'insegna al neon che si illuminavano in sequenza temporale: Diane's Diner.
Anna mi fece segno di uscire dalla macchina.
Non fare sciocchezze. Neanche una parola, o te ne pentirai. Era a pochi centimetri dal mio viso. Allung indietro la mano, tir fuori la pistola dalla cintura e mi spinse la canna nella pancia. Penso che abbiamo appurato che non avviso la gente prima di sparare.
Sapevo che avresti fatto la cosa giusta, mormorai.
Non essere stupida, sibil e si tolse un elastico dai capelli. Si raccolse i capelli, lisciandosi le tempie con i palmi.
Perch siamo qui?, chiesi.
Per mangiare, rispose e indic l'ingresso del ristorante. Nutrivo una speranza. Avevo ancora una speranza.
Il Diane's Diner era tutto d'acciaio inossidabile, con i separ lucidi a scacchi rossi e bianchi. Sul muro sopra il bancone era esposto il menu fisso, mentre su una lavagna c'erano i piatti del giorno. Il ristorante era vuoto. C'era soltanto un uomo con una divisa blu che scorreva la lista delle canzoni di un jukebox.
Anna mi fece segno di andare verso il primo tavolo accanto alla porta.
Questo posto  famoso per la torta di noci.
Misi le mani sul tavolo e mi accorsi che avevo le unghie ancora sporche di fango. Poi part il jukebox: una chitarra, poi una voce. Rauca, tremula. Johnny Cash.
The beast in me
Is caged by frail and fragile bars.
Caff e torta di noci?, chiese Anna come se fosse la cosa pi normale al mondo. Non aspett la mia risposta e fece l'ordinazione alla cameriera al bancone, che annu e prese due tazze da una grossa catasta.
Ti prometto, mormorai, che non lo dir a nessuno. Lo prometto, non lo far mai.
Lei mi guard perplessa; poi scoppi in una risata sonora. Posso prometterti che la tua bambina sar curata, ti va bene cos?.
Annuii, sentendo affiorare le lacrime calde.
Devi solo pensare che tra qualche anno avr dei vestiti carini, una cameretta con un letto rosa a baldacchino, pi giocattoli di quelli che le serviranno. Una mamma, un pap, forse un fratello o una sorella. Qualcuno che si prende cura di lei, che le vuole bene. Tutte queste cose. Ti piacerebbe?.
Deglutii.
Questa  una faccia della medaglia. Vorresti sentire qual  l'altra?
Far qualsiasi cosa.
Spero di s, disse lei, e allung la mano verso la cinta, prendendo la pistola. Se la infil nella tasca sul davanti della felpa.
Ora lascia che ti dipinga l'altro scenario. Una bambina che vive con il suo pap. E sto usando la parola pap in senso generico. Lui le vuole bene, si prende cura di lei. Lui le compra cose carine: gioielli, rossetto, vestiti, quello che vuole. Ma lei in cambio deve fare qualcosa. Ogni volta che vuole qualcosa, deve dare qualcos'altro in cambio. La ragazzina gli vuole bene e vuole che il suo pap sia felice. E fa quello che lui le chiede. Qualsiasi cosa.
Per qualche secondo il mio cervello si rifiut di collegare le cose, ma poi la speranza si infranse, il battito del mio cuore mi rimbombava nell'orecchio. Il dolore mi faceva pulsare le ginocchia e il male che sentivo alla tempia era niente in confronto alle parole che si facevano nitide.
Una cameriera di mezza et, minuta e con la pelle rugosa, ci mise davanti il caff e la torta.
Mangiamo, e poi ti spiegher come faremo.
Frantumai le noci con la forchetta, mescolando i pezzetti con il ripieno. Avevo la bocca completamente asciutta. Il primo sorso di caff fu tiepido e sgradevole: una sorta di amarezza indugiava in fondo alla gola. Ingurgitai il caff tiepido in tre sorsate, e quel retrogusto mi fece rabbrividire.
Sei una donna intelligente, penso che tu abbia capito quello che ti ho appena detto, riprese Anna, schiacciando un pezzo di sfoglia con la forchetta. Si mise in bocca un altro pezzo di torta e ingoi. Inutile dire che il piano che avevamo David e io non ha funzionato.
Rimasi immobile, incapace di muovermi. Che piano?. Avvolsi le mani intorno alla tazza vuota. Le pareti si erano appena mosse o me lo ero immaginato? Il mio corpo sembrava appesantito come se il sangue fosse diventato piombo.
Tutto  andato bene finch non sei apparsa tu. David 腻, si interruppe e sorrise, era una persona un po' instabile.
Strinsi la tazza. Allontanai il piatto con la torta.
Dov'ero rimasta? Ah, s, mio fratello David e io troviamo bambini indesiderati e li vendiamo a gente che invece li vuole. In pratica portiamo via i bambini che i genitori non vogliono pi o che vivono in stato di abbandono. Per esempio, ci sono mamme che hanno gi dei figli e non possono prendersi cura di un altro bambino, o madri con problemi di tossicodipendenza. Una volta abbiamo avuto anche un bambino da una barbona. Niente agenzie, niente avvocati, onorari, ingiunzioni del tribunale. Niente, solo un trasferimento di responsabilit. In pratica aiutiamo a creare le famiglie, se cos si pu dire. La gente paga somme scandalose per un bambino. Certo, deve essere del sesso desiderato e avere l'et giusta. Tutto questo finch le cose sono andate fuori controllo. David non  mai stato sano di mente, se proprio vuoi saperlo. Non faceva altro che parlare di viaggi, isole, spiagge, hotel. Continuava a portarmi quei cataloghi con tutte quelle immagini patinate. Parigi, Barbados. Parlava sempre di dove saremmo andati e che cosa avremmo fatto. Che scemo. David mi raccont di te, e da quello che ho sentito non eri proprio una madre premurosa. Lasciar piangere cos tua figlia per tutto il tempo! Gli dissi che una donna come te non avrebbe mai acconsentito. Tu avevi i soldi, la casa, un marito. Ma non volle ascoltarmi. Sapevo che non era una buona idea, ma lui fu irremovibile. Diceva che tuo marito era uno stronzo con le tasche bucate che cercava di fare investimenti immobiliari.
Quanti soldi vuoi?
Soldi? Chi sta parlando di soldi?. Anna rise e poi si volt verso la cameriera al bancone.
Posso avere dell'altro caff e il conto, grazie?. Si volt di nuovo verso di me. Non ti chiedo soldi. Ma voglio offrirti qualcosa. E se sei una buona madre come dici di essere, accetterai volentieri.
Apparve la cameriera e riemp la tazza di Anna. La guardai riempire la mia tazza; poi pos la ricevuta sul tavolo.
Quando siete pronte, disse la cameriera e raccolse i piatti della torta.
Siamo pronte, rispose Anna e mise sul tavolo un paio di banconote.
Avevo le membra intorpidite, e mi sentivo stordita. Mi aveva drogata?
Ricordai il residuo bianco nella tazza di caff, ma subito ci ripensai. Se avesse voluto uccidermi avrebbe potuto farlo pi di una volta, per cui non c'era motivo di andare nel panico. Sussultai, come se improvvisamente mi fossi resa conto che stavo per addormentarmi.
Ti pagher tutto quello che vuoi, Anna. Lo prometto. Mio marito possiede delle propriet. Quanto? 200.000? Tutto quello che chiedi, io. Mi sembrava di aver biascicato, ma non ne ero sicura: in quel momento vedevo tutto sfocato.
Mi dispiace.  prenotata.
Prenotata.
Stava diventando sempre pi difficile mantenere il controllo. Le palpebre mi pulsavano, e con la coda dell'occhio vidi la cameriera passare davanti al nostro tavolo mentre appena un secondo prima l'avevo vista dietro il bancone.
Vuoi vederla?, mi chiese Anna, come se nulla fosse, mentre sorseggiava il caff.
S. Le mie corde vocali emisero un suono che sembrava carta vetrata. Per favore.
Guardai la cameriera seguire verso l'ingresso l'uomo che prima aveva inserito una moneta nel jukebox. Anna si alz e mi fece segno di seguirli. Come uno zombie, feci come mi veniva detto, tenendo gli occhi fissi sulla schiena della cameriera. Quando la porta si chiuse dietro di noi, le luci del ristorante si spensero.
Le scene scorrevano al rallentatore. L'alto mi sembrava il basso, e la destra mi pareva la sinistra: il mondo intorno a me si stava offuscando sempre di pi. Mi resi conto che il parcheggio era deserto.
Mi voltai e vidi la cameriera che chiudeva a chiave la porta d'ingresso. Gir il cartello con su scritto APERTO. Ora diceva CHIUSO.
C'era una bambina sul tavolo, in un separ accanto alla finestra. Anna mi fece segno attraverso la porta chiusa e la cameriera gir il sedile.
Ecco Mia con il cappottino e le scarpine rosse, che erano tra i vestiti scomparsi dal suo armadio. Teneva in mano un biberon, e beveva a sorsi brevi e intensi, interrompendosi ogni tanto, e lasciando che la tettarella sgonfia si riempisse d'aria.
Delle scintille elettriche mi attraversarono il corpo. La guardai attraverso il vetro finch i nostri visi si fusero in uno solo. Guardai il mio riflesso. Speravo di vedere una Giovanna d'Arco dotata di un coraggio esemplare, ma il mio riflesso nel vetro era quello di una donna con gli occhi stralunati, i capelli scompigliati e il viso rigato di lacrime
Cos'era l'inferno? Un posto di torture e dolore infinito, dove brucia un fuoco eterno? La mia idea di inferno era molto pi semplice: era qui, in questo ristorante; era vedere mia figlia dietro un vetro. L'inferno era il mio cervello drogato e impietrito dal panico, soffocato da una nebbia di istruzioni contrastanti. Il mio inferno era anche il paradiso, elettrizzante. Perch mia figlia era viva e sembrava stesse bene.
Non lasciarla l, gridai e mi precipitai verso la porta. I muscoli delle gambe non mi reggevano. Barcollavo, il passo malfermo.
Non toccare quella porta, ringhi Anna e, attraverso la finestra, punt la pistola verso Mia. Le luci del ristorante sia riaccesero un attimo prima di affievolirsi. Mi chiesi che tipo di droga avesse messo nel mio caff e se fosse letale. Se necessario avrei rotto il vetro a mani nude.
Come se mi avesse letto nel pensiero, Anna mi minacci: Non farti venire strane idee. Le sparer prima ancora che tu te ne accorga. La tua bambina star bene, ma tu sembri un po' pallida. Meglio se vai in macchina prima di svenire.
Posso toccarla?. Stavo per perdere i sensi e volevo soltanto darle una carezza da portare con me.
Non essere stupida. Cos la farai solo piangere.
Se non vuoi soldi, che cosa vuoi?, domandai.
Voglio che tu mantenga una promessa, rispose lei. Mi costrinsi a rimanere distaccata, perch sapevo che se avessi spinto ancora oltre la mia mente, non avrei mai trovato la via del ritorno.
Che promessa?, domandai mentre le palpebre cominciavano a calarmi.
Lei non rispose, e l'ultimo suono che ricordai era quello della ghiaia che schizzava via quando Anna lanci la macchina di corsa nel buio.
Capitolo 24
Mi sentivo confusa. Era come se fossi presente, ma non proprio. Poi a un tratto mi ritorn in mente la scena fuori dal ristorante. Anna aveva una mano sul volante, l'altra nella tasca davanti. Mi veniva in mente un unico motivo per cui non potevo allungarmi e girare il volante verso un palo: c'era ancora una possibilit di riuscire a far ragionare Anna.
Perch l'hai lasciata con quella donna? Ti prego, spiegami che cosa sta succedendo.
Era buio e non riconoscevo il paesaggio. Parlavo lentamente, ma scandivo bene le parole.
Mi hai portata qui solo per farmi vedere la bambina da dietro un vetro, mentre  in un ristorante con una cameriera?
Non dirmelo. Niente  andato secondo i piani. Ma tu hai tutti i motivi per essermi grata.
Grata? Per cosa? Per avermi drogata? Per avermi permesso di guardare mia figlia da dietro un vetro?
Non avresti proprio dovuto vederla, pensaci. Si interruppe per un secondo, poi precis: Hai potuto vederla un'ultima volta.
Un'ultima volta. Quelle parole riecheggiarono nella mia testa dolorante, rimbalzando al rallentatore come una palla di gomma.
Diana si prender cura della bambina finch la sua nuova mamma non verr a prendersela. Te l'ho detto che  prenotata. E adesso arriviamo all'ultima parte del nostro accordo. La tua promessa.
Non capivo cosa volesse dire. I miei pensieri erano lenti, come la linfa che scivola dalla corteccia di un albero. Feci dei respiri lunghi e profondi, e mi resi conto che l'effetto della droga stava svanendo velocemente. Cosa fai quando fissi dritta negli occhi la follia? La assecondi e aspetti un momento.
La macchina accost all'improvviso sulla sinistra. Riconobbi la sagoma del chiosco dei biglietti. Eravamo tornate al campo di granturco. Anna ferm la macchina e spense il motore.
Ora mi aiuterai a seppellirlo. Rise e tir una leva sotto il volante.
Il portabagagli si apr con un rumore sordo.
Diamoci da fare, mi incit e mi lanci un paio di guanti spessi da lavoro. Una fossa lunga un metro e ottanta, e pi profonda possibile. Abbiamo un'ora di tempo, aggiunse e gett una vanga nel terreno umido.
Cominciammo a scavare insieme.
Dopo aver scavato per mezzo metro di profondit, e per un metro e ottanta di lunghezza, eravamo esauste. Il terreno era morbido, ma pesante. Mentre ci riposavamo e scuotevamo le mani per sciogliere i muscoli, non provai nulla eccetto una strano senso di eccitazione. Avevo seppellito l'uomo che aveva rapito mia figlia. Lieberman poteva anche essere una capsula del tempo, per quanto mi riguardava. E Mia era ancora viva.
L'ho mandato a cercarti solo per un motivo, mi spieg Anna, dopo aver ripreso fiato. Ma lui si  infervorato e ha iniziato a brandire la pistola prima del tempo. E poi non era fatto per questo mestiere. Si  dimenticato la copertina in soffitta, ha quasi mandato tutto all'aria quando sono venuti a casa i poliziotti. Se avessero controllato la macchina, avrebbero trovato i vestiti e il latte in polvere. Dimenticava sempre di prendere le medicine e quando succedeva poteva perdere la testa da un momento all'altro. Non si pu ragionare, n lavorare con uno come lui.
Ma era tuo fratello.
Fratellastro al massimo. Siamo cresciuti nella stessa casa, tutto qua. Anna indic il terreno, dove ora c'era una fossa abbastanza lunga per un corpo.
Illumin la strada con una torcia, e io obbedii ai suoi ordini. Trascinai la cerata con il corpo di Lieberman fino alla fossa. Lo feci rotolare dentro, riempii la fossa di terra, e compattai il terreno battendoci sopra i piedi. Impiegai mezz'ora a livellare il terreno. Quando ebbi finito, le mani mi bruciavano e la pelle tra il pollice e l'indice era gonfia e sanguinante.
Ora devi scrivermi una cosa. Si interruppe un secondo e contrasse le labbra. Maledizione a lui, la carta deve essere rimasta nella sua tasca.
Non penso di poter riuscire a scrivere nulla, replicai sollevando i palmi. Non riesco neppure a piegare le dita.
Anna infil la mano in borsa e tir fuori la ricevuta del ristorante. Ce la farai. Indic il portabagagli e lo illumin con la torcia. Scrivi ci che ti dico, parola per parola. Non posso andare avanti cos. Mi dispiace per ci. Si interruppe quando si accorse che non mi ero mossa,  che ho fatto. Ho ucciso la mia bambina. Sono un mostro.
Scossi la testa. La penna cadde a terra. Non ho intenzione di scrivere una cosa del genere. Tu sei pi folle di tuo fratello. La mia mente si muoveva alla velocit della luce. Non dovevo fare altro che pensare alla moneta di scambio, a qualcosa che la allettasse di pi che vendere Mia a un'estranea. Ognuno ha il suo prezzo. Anna, ti supplico, ti pagher il doppio. I miei soldi valgono quanto quelli di chiunque altro.
Non ho bisogno dei tuoi soldi, ho bisogno della bambina. Non si pu mandare avanti un'attivit senza la merce, giusto?.
Ti pagher pi di chiunque altro, te lo prometto. Ti dar quello che vuoi.
Non ho bisogno dei tuoi soldi. Ho bisogno di una solida reputazione sull'affidabilit delle mie consegne. Anna guard l'orologio, poi continu. Quando ti troveranno  e potrebbero passare giorni o settimane  troveranno anche un biglietto in cui confessi di aver ucciso tua figlia. Se c' una confessione non cercheranno la bambina, o me, o magari David. Penseranno che la bambina sia stata seppellita in una fossa, da qualche parte in un bosco. O sia finita da qualche parte in un cassonetto.
Anna pos la ricevuta sul cofano della macchina. Hai detto che avresti fatto qualsiasi cosa per lei, ricordi?. Anna inclin la testa. Il suo sorriso poteva anche sembrare caloroso a qualcuno che non sapesse fin dove arrivava la sua follia. Se fai questo per me, io far qualcosa per te, disse con una voce seducente, come una bambina che propone uno scambio di perline.
Non c' niente che voglio che tu faccia per me, eccetto ridarmi indietro la mia bambina.
Proprio non capisci, eh?, Anna inclin la testa. Quando ti ritroveranno, sarai morta.
Feci un passo indietro, ma lei scatt e sollev di nuovo la pistola.
A quel punto sar sparita da tempo e nessuno verr a cercarci. In cambio voglio garantire a tua figlia. Anna si interruppe e poi allung il braccio che reggeva la pisola, puntandomela tra gli occhi. Una buona famiglia. Un cortile sul retro dove giocare e una scuola privata, tutto quanto.
Se Lieberman era il Principe delle Tenebre, Anna era l'incarnazione delle Tenebre. Ti supplico. Ti pagher qualsiasi cifra.
Ti prometto che nessuno le far del male. Ai bambini si pu far male facilmente, lo sai. E quale madre potrebbe sopportare un pensiero del genere, giusto? Che ne sar di lei? Paradiso o inferno, sono entrambi disponibili. Tocca a te scegliere, mammina.
Anche se mi fossi lanciata sopra di lei e le avessi preso la pistola, sarebbe servito a qualcosa? Per quanto ne sapessi, Mia in quel momento poteva gi essere al confine, addirittura in Canada o diretta in Messico. Anche se fossi riuscita a fuggire, avrei passato il resto della mia vita a cercarla.
Scegli tu. Allora abbiamo fatto un patto?.
Scossi la testa e bisbigliai: Ti prego, non farlo.
In un modo o nell'altro morirai. Fai qualcosa di buono per lei, una volta tanto. Scuotendo la testa, Anna continu: Vuoi che abbia una bella casa o che passi l'infanzia seduta sulle gambe di qualche psicopatico? Che ne sar di lei?.
Rimasi assolutamente immobile. La mia vita in cambio della sua. La mia mente si distacc dal mio corpo. Mi allontanai da me stessa, volai via. Sulle gambe di qualche psicopatico. Quello che si fa per amore  qualcosa di sacro. In quel momento ci sembra di poter riparare a tutto, di poter sistemare tutto.
Mi chinai e mi sforzai di prendere la penna tra le dita gonfie.
Anna si avvicin, adesso era a qualche centimetro da me. Tua figlia potrebbe avere una vita decorosa, oppure passare l'infanzia in uno scantinato.
Costrinsi le dita a stringere la penna, le feci scivolare fino alla punta.
Le bambine bianche sono molto richieste, sai. In Arabia Saudita vanno pazzi per la loro pelle chiara e i capelli biondi. Oppure posso trovarle dei bravi genitori, e cos andr a lezione di danza e ai campi estivi.
Non posso andare avanti cos, scrissi.
Mi dispiace per ci che ho fatto, continuai, e questa parte non era neppure una bugia.
Ho ucciso la mia bambina, scrissi ancora.
Sono un mostro.
Il burrone era a circa cento metri da me. Mia era con una donna che mi aveva servito un narcotico nel caff, insieme a una fetta di torta. L'indomani il locale si sarebbe riempito per la colazione, tra lo sfrigolio delle uova e della pancetta e il profumo di caff e biscotti. E l'indomani mattina mi avrebbero trovata morta in un burrone con un biglietto in cui confessavo di aver ucciso mia figlia. Dovevo ammettere che il piano di Anna era diabolico, ma davvero ben congegnato.
Vorrei che le dessi questa. Infilai la mano in borsa. Campanellino mi guard con i suoi occhioni blu, rassegnata anche lei quanto me.
Anna si mise in tasca la statuetta. Ti spiego cosa devi fare, disse. Tieni in mano la pistola e intanto premi l'acceleratore. Appena prima di raggiungere il burrone, premi il grilletto. Puoi puntarla in bocca o sulla tempia, non mi interessa. Manterr la mia promessa solo se tu mantieni la tua.
Anna strofin bene la pistola con un panno; poi la gett sul sedile del passeggero. Allung la mano e mise la leva del cambio nella posizione di marcia, la sua pistola ancora puntata verso di me.
Premi l'acceleratore. Sentii la voce di Anna, ma mi ci vollero alcuni minuti per realizzare quello che stava dicendo. Un fiume pirotecnico di possibilit si fece strada in un unico pensiero: uccidila; sparale; vai a cercare aiuto. La mia mano ebbe un fremito. Poi fui sopraffatta dall'inerzia. Non mi avrebbero mai creduto. Non avrei mai trovato Mia. Il dolore della colpa non sarebbe mai cessato. Ormai era tutto perduto, e Anna aveva ragione: questo sarebbe stato il gesto eroico della mia vita, il gesto di generosit che mi avrebbe redenta. E feci come mi era stato detto. Fu facilissimo e difficilissimo insieme.
Premetti l'acceleratore e la macchina cominci a muoversi. Le ruote strisciarono sulla ghiaia, accelerando gradualmente. Afferrai la pistola con la mano destra e la puntai contro la tempia. Cinquanta metri al massimo. Allungai la mano verso la cintura: ero tentata di slacciarla, di uscire dalla macchina. Sulle gambe di qualche psicopatico, aveva detto. No, non avevo pi niente da dire, niente da offrire se non la possibilit di barattare la mia vita in cambio del futuro di Mia.
Trenta metri. La Range Rover acceler, scendendo pi velocemente, molto pi velocemente.
Dieci metri. Tutto il mio mondo era ricoperto di una sostanza appiccicosa che puzzava di metallo.
Un metro. Premetti il grilletto. Vidi delle scintille e sentii uno scoppio fortissimo. Poi il mio orecchio si spense e la mia testa scatt indietro. Era come se mi avessero iniettato del pepe nelle vene. Il mio corpo si sollev dal sedile e mi sentii senza peso, come su una ruota panoramica. Sembr durare un'eternit; poi il mio stomaco cedette e la macchina atterr. Circondata dal nauseante scricchiolio del metallo che si piegava, sentii i vetri che andavano in frantumi. Il mio corpo sobbalz in tutte le direzioni. Poi cal il silenzio.
Infine, come l'ultimo pasto di un detenuto del braccio della morte, espressi un ultimo desiderio. Avevo una vasta scelta: un viaggio nel tempo, un pulsante per tornare indietro e riprovare tutto da capo, il potere di diventare invisibile, di far risorgere i morti, di districare i caotici nodi della mia vita ingarbugliata. Dovevo scegliere bene. Dovevo essere precisa: cercare di coprire tutte le possibilit e non lasciare spazio a errori o equivoci.
E allora il mio ultimo desiderio prese forza, primordiale e potente: Mia, vorrei che ci incontrassimo di nuovo in un altro posto e in un altro tempo, quando il mio corpo sar modellato perfettamente in modo che tu possa stringerti a me.
Capitolo 25
Quando varchiamo la soglia del settantesimo distretto di polizia su Lawrence Avenue, mi torna in mente il custode, e ricordo il desiderio che avevo provato di uscire e scappare via. Capisco adesso che vedevo il mondo attraverso una lente: una lente costituita da un cervello saturo di ormoni e dubbi, di pensieri pieni zeppi di contorcimenti, deformazioni, distorsioni e falsificazioni.
La polizia avrebbe trovato il montavivande, avrebbe interrogato David Lieberman: tutto sarebbe stato molto pi semplice. Avevo aggiunto ancora un'altra tacca alla mia cintura di fallimenti.
Un assistente che non ho mai visto ci accompagna dentro. Il dottor Ari e io oltrepassiamo la porta di vetro e mentre aspettiamo al bancone, osservo i nostri riflessi nel vetro. Io sono stravolta ed esausta; il dottor Ari ha un'aria gioviale e il suo abito  stirato e senza pelucchi. Un uomo vestito in maniera impeccabile, che potrebbe essere scambiato per un avvocato, e una donna con una strana pettinatura e senza un orecchio. Sento che il ricordo del giorno in cui sono venuta qui sta per prendere il sopravvento, ma ricordo a me stessa che adesso  diverso. Stavolta ho tutte le risposte.
L'addetta alla reception ci guarda e ci invita ad avvicinarci al bancone. Come posso aiutarvi?
L'ispettore Wilczek, per favore.
La segretaria alza il telefono, e noi ci sediamo. Dopo un paio di minuti un ispettore in pantaloni classici e una camicia azzurra, la cravatta infilata nella cintura, si dirige verso di noi. La pistola che ha nella fondina sembra troppo piccola per la sua stazza. Sulla targhetta appuntata alla camicia c' scritto ISPETTORE ROBERT WILCZEK.
Il nome non mi  nuovo, e poi ricordo il suo viso. L'ho gi visto in ospedale. Era uno degli ispettori che mi hanno interrogata. Ha un'espressione piuttosto svogliata, ma poi mi guarda negli occhi e si sistema la cravatta. Mi accorgo che il suo viso non  affatto rilassato, ma semplicemente composto. Una vena blu sporgente gli attraversa la tempia sinistra.
Sono l'ispettore Wilczek.
Mi ricordo di lei. Signora Paradise, i bambini non spariscono di punto in bianco dagli appartamenti chiusi a chiave. Sono qui per sporgere una denuncia.
Avevo perso mia figlia, poi l'ho trovata. Poi l'ho lasciata, e quando sono tornata a prenderla era sparita. Per un po' non sono riuscita a ricordare, ma adesso s, mi ricordo. E so chi l'ha rapita. Ma non so dove sia adesso.
So cosa  successo a mia figlia, annuncio.
Lui mi guarda; poi guarda il dottor Ari, che per vuole assolutamente che sia io a parlare. Interverr soltanto se non sar in grado di raccontare la mia storia. Sin da quando ci siamo incontrati ha sempre voluto che fosse cos, e non ha mai fatto eccezioni.
Abbiamo parlato al telefono. Il dottor Ari, immagino?, chiede l'ispettore Wilczek mentre si stringono la mano.
Dottor Solska Ari. Sono il primario di Psichiatria alla clinica psichiatrica Creedmoor. La signora Estelle Paradise  nostra paziente da un mese.
L'ispettore si schiarisce la gola. Andiamo a cercare un posto dove possiamo parlare tranquilli. L'ispettore Wilczek fa un cenno alla segretaria. Le chiede di chiamare l'ispettore Riverton e farlo venire nella Stanza 1.
Camminiamo lungo il corridoio di linoleum blu lucidato alla perfezione. Seguiamo l'ispettore, come gli anatroccoli in fila dietro la madre. La stanza degli interrogatori contiene solo un tavolo e tre sedie, nient'altro. Le pareti sono fatte di pannelli di plastica, il pavimento  ricoperto di moquette.
Il dottore Ari e l'ispettore Wilczek lasciano la stanza. Li sento parlare in corridoio, ma non riesco a distinguere una sola parola.
Dopo un minuto o due il dottor Ari fa capolino nella stanza. Dice che mander qualcuno a prendermi e riportarmi a Creedmoor quando il colloquio sar finito. Sono tentata di chiedergli di mandare Oliver, ma non oso farlo.
Poi rimaniamo solo noi due. Ci accomodiamo. L'ispettore Wilczek si siede di fronte a me, e so che questa conversazione verr guardata contemporaneamente in un'altra stanza, o almeno verr registrata. I capelli scuri dell'ispettore Wilczek stanno diventando sempre pi radi e riesco a vedere il cranio lucido attraverso i capelli a spazzola. Ha l'incisivo sinistro scheggiato.
Cerco di evitare il mio riflesso nello specchio. Sono sicura che si tratta di uno specchio semiriflettente, e non sono pronta ad affrontare pi di una persona alla volta, nemmeno attraverso una parete. L'unico che ha gi sentito la mia storia  il dottor Ari, e ho paura di dire qualcosa di sbagliato. Non ho commesso nessun crimine di cui sia consapevole. Il fatto che io abbia aiutato a seppellire un uomo morto  solo un cavillo legale che alla fine, ne sono sicura, non avr alcun peso; e se al tempo non ho denunciato il rapimento  perch non sapevo si trattasse di rapimento. Le leggi territoriali sono indulgenti con le madri pentite, quindi posso stare tranquilla, almeno dal punto di vista legale. Perch invece ai miei occhi, come madre, sono colpevole di innumerevoli crimini.
Tre ore dopo ho terminato il mio racconto. Per anni ho giudicato me stessa dal modo in cui mi guardavano gli altri. Quindi non solo mi accanivo contro me stessa, ma consideravo l'opinione degli altri l'unit di misura su cui basarmi. Torno indietro con la mente al funerale dei miei genitori, quando la gente mi guardava sconvolta e non sapeva se accarezzarmi i capelli o semplicemente ignorarmi. Wilczek e Riverton hanno molta esperienza. Posso solo immaginare quanti cadaveri abbiano visto, quante immagini siano rimaste impresse nelle loro menti e non verranno mai cancellate. Chiss quante notti, mentre le mogli li aspettavano e i bambini dormivano, sono rimasti in macchina davanti alle loro case, incapaci di distogliere la mente dal lavoro.
Rimango l per tutta la sera, tra pause di attesa e ulteriori domande, e alla fine mi accompagnano fuori, dove un furgoncino mi sta aspettando per riportarmi a Creedmoor. Provvisoriamente, mi  stato detto prima. L'ispettore Wilczek mi comunica che, una volta che avranno controllato tutto, passer a farmi firmare delle dichiarazioni.
Tornata a Creedmoor, crollo in un sonno profondo. La mia notte  piena di sogni tristi e qualche momento di veglia: eppure sento di essermi riappacificata con il caos dei miei pensieri. Trascorro i giorni successivi nella mia stanza. Tra i pasti e le discussioni con il dottor Ari sul mio futuro, riempio un intero quaderno. Non lascio vuota una singola riga, perch la completezza del foglio mi d l'illusione di essere completa anch'io. Non voglio passare un altro minuto a chiedermi che cosa potrei aver tralasciato. Mi sento come se, dopo aver galleggiato per tanto tempo in mare aperto, fossi approdata su un isola che finalmente  capace di sostenermi e non voglio essere colta di sorpresa, mai pi. O almeno cos dovrebbe essere.
La settimana successiva ricevo i documenti delle mie dimissioni.
Abbiamo verificato le sue dichiarazioni, dice Wilczek.
Non appena gli agenti sono entrati in casa di Anna Lieberman. La sua voce attutita mi rimbomba nella testa, come se stesse parlando dalla sommit di un pozzo.
Le sue parole prendono vita davanti ai miei occhi, come fossero una serie di fotogrammi. Entrando in casa di Anna, i poliziotti avanzano a grandi passi, il tappeto logoro sotto i piedi. I loro occhi si posano sui cataloghi di viaggio patinati in salotto. Si precipitano lungo il corridoio, entrano nella stanza in cui ho visto Anna dalla strada, mentre teneva in braccio mia figlia.
C'erano un sacco di vestitini e giocattoli, mi riferisce Wilczek. Adesso non mi guarda pi negli occhi, ma controlla i suoi appunti come se non si ricordasse qualche dettaglio. I vestiti erano di diverse taglie, c'era un po' di tutto: dalle tutine per neonati ai vestiti per l'et scolare. C'erano anche dei libri di scuola. Stiamo ancora cercando di fare chiarezza. Le mentirei se le dicessi che la situazione  gi sotto controllo.
Non sono l'unica madre a cui  stato sottratto il figlio. Ci sono altre madri l fuori, in cerca dei propri figli. Ma non oso continuare il pensiero. Posso provare a gestire solo la mia perdita personale, non posso farcela a caricarmi sulle spalle anche il fardello degli altri.
Entrando in cucina, i poliziotti trovano le tazze di porcellana gialla a fiori che ho descritto e il cucchiaino per bambini. Non trovano pannolini sporchi sotto i vasi di plastica e i pacchi di sementi vuoti nel secchio della spazzatura.
C'erano scatole vuote di pannolini e salviettine umide. Niente che potesse contenere un campione di DNA. L'immondizia era stata ritirata e portata alla discarica proprio quel giorno.
Gli agenti hanno trovato il campo di granturco. Hanno dissotterrato il corpo di David Lieberman avvolto nella cerata blu.  stato ucciso con un colpo di pistola. Secondo i risultati preliminari, gli hanno sparato alle spalle, ma non ci sono molti dubbi. Sono stata io a seppellire il cadavere: ho scavato una fossa e seppellito il corpo dell'uomo che ha rapito mia figlia. Ma niente di tutto questo mi tormenta: forse perch meno si cerca di resistere ai propri incubi, pi diventano sopportabili. Il vecchio granaio fatiscente non  stato ancora localizzato, ma per Wilczeck questo dettaglio  alquanto insignificante.
Mi chiedo che cosa intenda per insignificante. Forse  solo la prova che alla gente pazza  consentito lasciare dei buchi nel proprio racconto, se non influiscono pi di tanto sulla storia stessa.
Il ristorante ha cambiato gestione diverse volte nel corso degli anni. Quest'anno i gestori avevano un contratto stagionale. Il locale ha chiuso subito dopo Halloween, quando  stato chiuso anche il labirinto di granturco.  l'unico in tutta la zona, quindi c' sempre molta gente. Lo aveva preso in affitto un'anziana coppia di coniugi, ma avevano solo camerieri stagionali che lavoravano part-time, e non c'erano documenti, nessun contratto, niente. E come se non bastasse, il locale  stato ripulito da cima a fondo con la candeggina.
 stato diramata una segnalazione su Anna Lieberman, ma finora non siamo riusciti a rintracciarla. Sono state allertate tutte le forze dell'ordine e non credo che quella donna possa riuscire a portare sua figlia all'estero. Non ha un certificato di nascita, un passaporto, nulla. Prima o poi la copertura salter. Nel momento in cui dovr rivolgersi a un medico, prover a iscriverla a un asilo nido o una scuola, dester sospetti. Anche un'infrazione stradale o il suo nome su un contratto d'affitto potrebbero far scattare l'allarme.  solo questione di tempo. Pu darsi che Anna Lieberman riesca a rimanere nascosta, ma non per molto.
Asilo nido, scuola. Potrebbero passare degli anni, mormoro scuotendo la testa. Nel frattempo cosa faccio? Dove dovr cercare?.
Ogni giorno scompaiono centinaia di bambini. Si vedono foto sulle vetrine dei negozi, sui cartoni del latte, ma li mettono ancora? In alcuni supermercati sono affissi poster di bambini scomparsi. In passato mi fermavo anche a guardarli, sconcertata dagli anni passati da quando erano stati visti l'ultima volta. Si tratta in genere di adolescenti, che non faranno mai pi ritorno. Alcuni probabilmente sono scappati di casa. Perch fuggire non  un crimine. Ma li staranno almeno cercando? Arrenditi, mi dico, non c' fine alla disperazione. Non c' fine. Tra i bambini scomparsi c' anche mia figlia.
Vorrei scusarmi con lei, ma so che non c' niente che potrei dire per migliorare le cose, quindi non ci provo neanche.
Vorrebbe scusarsi, ha detto. Facile, certo. Come se si potesse sezionare un serpente e tirar fuori le vittime, cos la vita pu andare avanti. Peccato che non funzioni cos.
Lasci che siamo noi a cercare sua figlia. Lei deve solo avere pazienza, aggiunge.
D'accordo, replico e mi infilo i guanti.
Pazienza. Non ho ancora lasciato Creedmoor e la mia pazienza si sta gi esaurendo. Non solo si sta esaurendo, ma mi sembra pura follia. Le stesse persone che allora non mi hanno creduta, adesso mi chiedono di fidarmi di loro e avere pazienza?
Jack  stato informato, cos mi riferisce l'ispettore, e alla fine ci sentiamo al telefono. Lui  tutto concentrato sui dettagli, e a volte fa delle lunghe pause in cui lo immagino a prendere appunti; ma forse sta cercando solo di capacitarsi di questa storia che, devo ammettere,  piuttosto stramba. All'inizio sua moglie era la prima sospettata, e adesso si sente un marito incapace; ancora non c' traccia di Mia. Riguardo ai sentimenti che prova per me non  molto esplicito, e parla di tornare presto a New York. Ma tornare e presto sono parole effimere per entrambi. Io ho soltanto un obiettivo in mente: trovare Mia; e Jack probabilmente  occupato ad aggiornare la lista dei suoi difetti. Non  al nostro rapporto che vogliamo pensare adesso.
Mi chiedo come facciano le madri a capire che la depressione post partum  finita e che stanno di nuovo bene. Come fanno a capire che la crisi  passata e le cose stanno tornando alla normalit? Forse dal fatto che riescono di nuovo a ridere, forse solo a vivere le loro vite senza quella nuvola che incombe su di loro. Per me  un po' pi complicato. Non posso entrare nella stanza di mia figlia, prenderla e stringerla tra le mie braccia. Sono rimasta a mani vuote, e dunque stare meglio per me significa, in realt, non essere costretta a fingere di essere normale. Ogni minuto che passa mentre Mia rimane irraggiungibile, mi sembra di acquisire una specie di forza. Non so bene cosa sia, ma sta crescendo. Tornare alla normalit per me significa sciogliere i nodi allo stomaco e lasciare spazio per qualcos'altro.
La determinazione, forse? Il coraggio? Forse per guadagnare una cosa ho bisogno di perderne un'altra, perch c' un numero limitato di articoli che posso portarmi dentro?  per questo che al momento non mi sembra di avere spazio per Jack?
Il giorno in cui lascio la clinica Creedmoor, che sovrasta silenziosa l'East River, dico addio a Oliver. Il mio  un rituale segreto. Non un addio tradizionale: niente abbracci o frasi di circostanza; semplicemente gli sfioro la mano mentre gli passo davanti. Non so neppure se lui lo ha notato. Mi sono accorta di aver perso la ghianda, ma dopo un momento di sconforto, ho deciso di non pensarci pi:  servita al suo scopo e non la dimenticher.
Percorro un'ultima volta l'acciottolato sul lato settentrionale della clinica. Conto cinque finestre in orizzontale e tre in verticale per individuare la finestra della mia stanza. Trovo il nido. Ma se una volta era una struttura solida fatta di legnetti e ramoscelli intrecciati, ora  completamente distrutto e dilapidato. Il nido che guardavo dalla mia finestra  stato abbandonato, e non c' traccia dei genitori preoccupati che assistevano i piccoli nei loro goffi tentativi di alzarsi in volo. La vita va avanti, in cos tanti modi.
Il dottor Ari mi aspetta nel suo ufficio un'ultima volta. Io cerco di fissare nella mente tutto quello che c' in quella stanza: i diplomi appesi alle pareti, il profumo del lucido per le scarpe, la vista dei comignoli in lontananza.
Volevo augurarle buona fortuna, dice. E augurarle un lieto fine per la sua storia.
Posso solo aspettare che Anna commetta un errore. Ma non posso affidarmi soltanto alla fortuna, affermo, mentre i miei occhi si riempiono di lacrime. Le scaccio via.
Io credo molto nella fortuna, replica lui, chiudendo per l'ultima volta il mio fascicolo.
A proposito di lieto fine, non mi ha pi raccontato di quella donna che aveva mangiato l'uovo, gli faccio notare, mentre mi accompagna fuori, dove c' un taxi ad aspettarmi.
Il dottor Ari si acciglia, poi i suoi occhi si illuminano. Ah,  vero. Non mi ricordavo pi di avergliene parlato.
Quindi, se il problema non era l'uovo, qual era?
Ormai quella donna  passata a miglior vita. Immagino che non sia un problema se le racconto la sua storia. Dunque, il problema era il cucchiaio con cui aveva mangiato l'uovo.
Il cucchiaio?
L'ha mangiato con un cucchiaio d'argento. L'argento, a contatto con lo zolfo contenuto nell'uovo, ha scatenato una reazione chimica, e cos il cucchiaio si  ossidato, e perci aveva un pessimo gusto che le ricord di un'esperienza violenta avuta in passato. Il ricordo riemerse, e invece di affrontarlo, la signora spense del tutto la mente.
Quindi  questa la storia.
S, tutto qui, dice il dottor Ari.
Non la rivedr mai pi?. Non riesco a capacitarmene. Mi sembra che ci sa ancora molto da fare visto che Mia non  stata ancora trovata.
Lei non ha bisogno della mia presenza nella sua vita. Se la caver.
Allunga la mano, e io la afferro. Poi lo tiro verso di me e lo abbraccio. Il dottore rimane rigido, ma solo per un attimo. Poi si rilassa.
Lo guardo un'ultima volta dallo specchietto retrovisore del taxi, mentre si sistema la cravatta e rimuove dei pelucchi invisibili dall'abito.
Capitolo 26
I mesi passano, Mia ancora non si trova, e io sento crescere la paura. Ho fatto come mi ha ordinato Anna: in cambio del futuro benessere di Mia ho scritto la confessione, mi sono lanciata con la macchina dentro quel burrone, mi sono sparata un colpo in testa, ma non sono morta. Cosa ne  stato di Mia se per caso Anna  venuta meno alla sua promessa? Alla fine Jack e io parliamo persino della possibilit di dover identificare il corpicino devastato e maltrattato di Mia in inimmaginabili stadi di decomposizione, e concordiamo che in quel caso ci andremo insieme. Ma non riusciamo ancora a stabilire come vivere le nostre vite fino a quel momento.
Nel frattempo, prendo in affitto un monolocale sulla Cinquantottesima strada.  economico e Jack  sorprendentemente generoso, e mi piace vivere in prossimit dei treni, su una strada tranquilla e alberata.
Quando termina il suo contratto di lavoro a Chicago, Jack trova un posto come vice procuratore distrettuale a New York: contratto base, niente paga, ore e ore di lavoro. Il suo appartamento ammobiliato, alle Tribeca Suites, gli permette di trascorrere un periodo di transizione. Sappiamo entrambi cosa significa. Ma ancora non pronunciamo la parola divorzio. Lasciamo che la vita, secondo Jack, segua il suo corso, qualunque cosa significhi.
Anche se entrambi odiamo ammettere l'ennesimo fallimento, la nostra relazione  al capolinea. I matrimoni su cui si  abbattuta una tragedia non vengono distrutti dal fatto in s, ma dalle conseguenze. Nel nostro caso  come se non avessimo pi la forza di affrontare le cose e tutto fosse diventato insignificante rispetto alla scomparsa di Mia. E cos viviamo separatamente e aspettiamo l'inevitabile sepoltura della nostra unione. Non sento nessuna emozione in particolare: noi due siamo solo un'altra delle cose del passato che si sono perse lungo la via. Sappiamo che la fine del nostro matrimonio si sta avvicinando come una tempesta incombente, il soffio ghiacciato che ci sfiora i capelli sulla nuca.
Una volta alla settimana Jack e io ci incontriamo nella caffetteria di una libreria. L siamo circondati dalla forzata normalit della gente intorno a noi che discute dei libri che ha letto, dei viaggi che ha fatto, delle cose normali che fa la gente. E io so che, purtroppo, non torneremo mai a essere una coppia normale.
Nel tempo che passiamo insieme nella caffetteria Jack si sforza di concentrarsi sui dettagli della scomparsa di Mia. Mi fa raccontare ogni minuzia e si chiede in maniera ossessiva dove fosse e cosa stesse facendo lui mentre avveniva tutto questo.
Mi sento responsabile, dice, a volte alzando la voce e facendo voltare la gente verso di noi. Sento che  stata tutta colpa mia. Ho assunto quel pazzo, ho trovato lavoro a Chicago e ti ho fatto trasferire nella casa di Brooklyn.
Il senso di colpa che provo io stessa per non aver protetto mia figlia  niente in conforto alla disperazione di Jack. Non c' niente che possa fare e non  preparato a gestire tutto questo. E ripete che non sa cosa darebbe per tornare indietro e fare le cose diversamente, ma sa che  impossibile. Il senso di colpa lo divora in ogni momento del giorno: quando va a letto, quando si sveglia, a pranzo, nella doccia, in palestra, mentre guarda i notiziari; spunta prepotentemente ed esige la priorit su tutto. Una punizione infinita, insomma. Dice che  stanco di pensarci, e che nessuna autoanalisi potr mai riportare indietro la lancetta.
Durante quei momenti, durante quei minuti sfuggenti di rimorso, per una frazione di secondo provo nei suoi confronti qualcosa che assomiglia alla compassione. E gli tengo la mano, sforzandomi di trovare anche solo una parola di consolazione per lui. Dal giorno in cui mi ha lasciata a Creedmoor non riesco a piangere davanti a lui. Non so se sto diventando pi forte o sto perdendo l'anima, ma cos per me  tutto pi facile, quindi mi rifiuto di analizzare la cosa.
In qualit di pubblico ministero, Jack non si lascia influenzare dall'idea che persino dietro l'atto pi malvagio e incomprensibile ci sia un essere umano. Il suo mondo non  cos solare, non  cos indulgente: non  fatto di arcobaleni e cuccioli che giocano nel prato. Il suo mondo individua velocemente il male, ed  anche pi veloce a giudicarlo; ed  cos che  anche Jack. E adesso giudica se stesso, perch lui  un uomo razionale.
Mentre io posso giustificarmi  che strana parola ho scelto  dicendo a me stessa che ho sofferto di un disturbo di salute, lui sente di non essere stato in grado di adempiere al compito di proteggere la sua famiglia. Questo dura solo qualche minuto; poi Jack si irrigidisce e si schiarisce la gola. Si ricompone ed entra in una sorta di palcoscenico distorto, tenendo aperta la tenda per lasciare entrare gli altri: Lieberman, Anna, la polizia. Una serie di imputati ugualmente colpevoli.
A volte non so cosa dire, cos rimango semplicemente seduta a guardare la mia tazza vuota. Jack non  pi l'uomo di un tempo. Sembra dipendere dal mio supporto, e in un certo senso queste sue emozioni mi infastidiscono. Ho bisogno che lui sia forte  non per me, ma per se stesso  perch io sono riuscita a cavarmela, me la sono cavata, ma non posso aggiungere ancora altri mattoncini alla mia torre di agonia.
Finiamo per parlare di quel vecchio caso di rapimento: un adolescente dello Utah scomparso in qualche isola dei Caraibi. I genitori sconvolti, sull'orlo dell'esaurimento nervoso, che si danno da fare incessantemente, alcuni ancora oggi, in cerca di risposte.
Jack non vuole fare altro che parlare, parlare, parlare. E io lo lascio andare avanti, ascoltandolo per quelli che sembrano giorni infiniti, a volte mi astraggo a lungo, addirittura per ore, mentre la sua voce procede senza inflessioni o variazioni, bassa e monotona. Alla fine ha la voce roca e rimaniamo seduti in mezzo all'odore di caff, il suono dei chicchi che cadono nel macinacaff, il rumore della macina che alla fine sovrasta del tutto la sua voce, solo per pochi misericordiosi secondi. Alla fine la sua voce diventa un bisbiglio rauco ed entrambi ce ne andiamo a casa.
Lascio che questi incontri vadano avanti per mesi e vedo la colpa accumularsi su di lui, strato dopo strato, come palate di terra su una bara. Gli consiglio di fare qualcosa di costruttivo con i mostri intrappolati nella sua testa  sono parole sue: mostri intrappolati nella testa  ma con lui non si discute: per lui  cos, e basta. Io invece lo vedo pi come un lascito, il suo lascito.
Potresti creare una fondazione a nome di Mia. Potresti parlare davanti alla gente, a gruppi di genitori, potremmo collaborare con chi si occupa della ricerca di bambini scomparsi. Potremmo Jack, potresti fare cos tante cose. Penso che per te sarebbe un bene.
Lo sai che non mi sento a mio agio con la gente. Tutti quei discorsi in pubblico mi snervano. Credimi, se potessi lo farei, ma non appena riesco a vendere la casa di Brooklyn offrir una ricompensa a chi fornir informazioni. Questo pu essere d'aiuto, non credi?.
Poi comincio a provare rabbia nei suoi confronti. Rabbia di fronte alla sua incapacit di combattere i mostri. Rabbia perch, per lui, anche stavolta l'unica soluzione sono i soldi. E rabbia al pensiero che mi diceva sempre di dover superare i miei limiti, che bastava soltanto reagire, e invece adesso  lui a non riuscirci.
Alla fine mi rendo conto che le sue sono tutte scemenze. Continua a parlare di tutti quei mostriciattoli dai denti aguzzi, tutte quelle piccole stronzate che non riesce a tenere sotto controllo, quando il vero mostro viveva nella mia stessa casa e nel frattempo lui pensava ai cambi di valuta e alle quote azionarie. Vaffanculo, Jack. Vaffanculo.
Mi capita di sentirmi normale per giorni, mi confessa, e poi improvvisamente non riesco a pensare ad altro e sento che sto impazzendo.
Un giorno, alla caffetteria, sento i suoi occhi severi su di me mentre consulto sul mio portatile i database dei bambini scomparsi. Come un falco che guarda un passerotto, mi esamina mentre mi aggiorno sui ritrovamenti di cadaveri sulle spiagge. Quando gli porgo una lista di detective privati si acciglia e poi distoglie lo sguardo.
Alla fine i mostri hanno piet di Jack. Adesso sembra aver riacquistato le forze: il suo passo  pi veloce, meno forzato, le borse sotto gli occhi sono sparite. Ha anche una leggera abbronzatura, come se avesse passato il weekend al sole. E lo guardo, dopo l'obbligatoria manifestazione di dolore, accettare con distacco la scomoda verit: questa crisi non si risolver mai. Abbiamo tenuto insieme le cose finch non c' stato pi nulla da tenere insieme. E poi mi chiede di firmare i documenti del divorzio.
Jack andr avanti con la sua vita, da qualche altra parte, senza guardarsi indietro: niente telefonate, niente messaggi, niente email. Lui odia le relazioni complicate, e non ho dubbi che le sue emozioni ancora una volta corrano su binari d'acciaio. L'ultima volta che ho avuto notizie di lui ho saputo che  diventato procuratore distrettuale; a Boston credo, non ricordo bene.
E poi ci sono i giornalisti. La notoriet in questi casi  direttamente proporzionata alla quantit di informazioni che i giornalisti riescono a reperire sulla tua vita: dipende dai vicini che riescono a intervistare, dai parenti che accettano di parlare in televisione. Io non ho niente di tutto questo da offrire. Al massimo pi in l un programma televisivo dedicher un'edizione speciale al nostro caso. Ho rifiutato tutte le interviste, e non c'era pi nulla che potessero chiedermi.
Dall'ospedale mi hanno trasferita direttamente a Creedmoor, e quindi, anche se le foto di Mia da neonata hanno fatto il giro dei notiziari, le mie foto sono a dir poco scarse. Quando vado a vivere nel monolocale in affitto, sono subito costretta a cambiare numero di telefono per le chiamate dei giornalisti. Poi arrivano le chiamate in cui qualcuno mi propone un contratto di esclusiva per un libro o un film. Io riattacco sempre e alla fine cambio di nuovo numero. Con il tempo le telefonate si placano. Dopotutto, non c' nessun processo, e nessuno di quei programmi televisivi pensati per far capire al grande pubblico come funziona la giustizia. Di spazzatura mediatica ce n' gi tanta, e poi quando arriva il periodo delle primarie viene data la priorit ad altre notizie.
Ora Anthony lavora per la Task Force congiunta antiterrorismo dell'FBI ad Anchorage, in Alaska, e dirige una squadra di pronto intervento. Nella stessa sede di Anchorage c' anche un ufficio dedicato alla ricerca di persone rapite o scomparse. Anthony mi chiama quasi ogni settimana dal giorno in cui ci siamo rivisti su quella panchina a Creedmoor. Sono andata a trovare lui e sua moglie un anno fa. Lei aveva partorito da poco e non avevo pi scuse. Il bimbo si chiama William Hadley Paradise e quando l'ho incontrato aveva due mesi. Non l'ho preso in braccio, e Anthony non mi ha chiesto di farlo.
Nel corso di una telefonata Anthony mi suggerisce di inserire il caso di Mia nel sito Crime Stoppers: che permette di chiamare e fare segnalazioni anche anonime.
Hai bisogno di visibilit. E se aggiungi una ricompensa, le probabilit aumentano.
Jack offre una ricompensa di ventimila dollari a chi fornir informazioni per rintracciare Anna Lieberman e contribuir al ritrovamento di Mia Connor. Le statistiche sono promettenti: il sito ha portato a centinaia di migliaia di arresti e ha aiutato a risolvere quasi un milione di casi, fornendo ricompense per pi di cento milioni di dollari.
I ventimila dollari sottolineano il lato oscuro dell'operazione: il numero di segnalazioni che arrivano  enorme, e mentre alcune telefonate sono chiaramente delle prese in giro, altre ci fanno perdere tempo prezioso. Anna Lieberman viene scambiata per una scultrice di Santa Fe, un'allevatrice di gatti siamesi a Las Vegas e un'insegnante delle medie in Oklahoma. Non risulta nessun tentativo di iscrivere Mia in una scuola, nessun tentativo di intestarle un'assicurazione medica, nessuna richiesta di passaporto. Sembra che Anna le abbia trovato un nascondiglio perfetto.
Anthony parla raramente della nostra infanzia.  come se sentisse che le fondamenta del nostro rapporto sono traballanti e avesse deciso di rimanere molto cauto. Le nostre conversazioni girano intorno a quello che lui chiama il ritrovamento di Mia. Io cerco di non pensare al fatto che Mia abbia un'altra donna come madre, e ogni giorno che passa perdo sempre pi la speranza che il suo ritrovamento sia possibile. Non riavr mai ci che ho perso. Sento dentro di me una voragine che non appartiene a questo mondo. Una tristezza che mi rimane attaccata come un vecchio cane fedele: si muove ogni volta che mi muovo io, apre gli occhi con me. Non si allontana mai:  leale, irremovibile. Una presenza costante.
Cosa dovrei fare? Appendere volantini in tutta New York? Ma a cosa servirebbe? Meglio un sito web. Cos cerco un web designer e glielo commissiono, ma dopo un mese mi rendo conto che per ogni parola che appare sul sito ci sono dieci commenti sulla mia incompetenza, sul fatto che non ho il DNA di una madre; e questi sono solo i commenti pi gentili. Alcuni vorrebbero addirittura farmi sparire dalla faccia della terra. Non sanno che mi farebbero un favore.
Nonostante tutte le notti passate stesa al buio a fissare il soffitto, arrivo sempre alla stessa conclusione. Non posso vivere cos.
E alla fine mi rendo conto che sono l'unica a cercare Mia. E non solo la sto cercando, ma sono disposta a compiere un'impresa eroica, a essere la proverbiale madre che pur di salvare suo figlio  capace persino di sollevare una macchina. La polizia mi ripete di aver pazienza, perch Anna non pu scomparire per sempre, ma io chiedo una copia di tutti i documenti, di tutti i fascicoli. Li leggo con attenzione, li studio e cerco di memorizzare ogni dettaglio che potrebbe portare a una pista. E quando finisco, ricomincio da capo.
Dopo aver lasciato Creedmoor, chiamo l'ispettore Wilczek tutti i giorni, e lui mi assicura che trovare Anna  solo una questione di tempo. Un mese pi tardi, comincio a chiamarlo tutte le settimane, e nelle nostre conversazioni cominciano a farsi strada parole come nascondiglio insospettabile, e mente geniale.
Stiamo facendo tutto il possibile. Non ci arrendiamo. Dobbiamo aspettare che commetta un errore. E lo far, succede a tutti i criminali.
Sei mesi dopo Wilczek mi comunica che mi telefoner non appena emerge una nuova pista. Al primo anniversario della scomparsa dice che le probabilit di rintracciare Anna si stanno facendo sempre pi scarse. Tra qualche mese il nostro sar annoverato tra i casi irrisolti.
Due mesi dopo la chiusura delle pratiche del divorzio, ritorno a North Dandry. Sono curiosa di capire se quel posto esercita ancora un certo potere su di me. I lavori di ristrutturazione sono terminati e l'edificio  stato venduto. Ecco perch Jack ha potuto offrire una ricompensa di ventimila dollari.
Mentre scendo dal taxi evito a tutti i costi di guardare l'edificio. Pago il tassista; poi finalmente alzo lo sguardo e rimango immobile. Mi ero aspettata di avere una reazione violenta: perdere i sensi, svenire, o persino vomitare; ma non succede niente del genere. Ci sono solo le finestre che mi guardano con occhi assonnati. Il palazzo  silenzioso e senza vita, quasi triste. Anche l'edificio sembra essersi lasciato alla spalle tutto quello che  successo.
Ogni giorno mi chiedo che aspetto abbia Mia: ha quasi quattro anni. So che  cambiata e ormai  irriconoscibile, e mi si torce lo stomaco al pensiero che se vedessi mia figlia potrei non riconoscerla.
E cos creo la sua immagine nella mia mente: espando ogni centimetro del suo corpo, le allungo gli arti e le prolungo il viso. Immagino che abbia i miei capelli sottili e mossi, gli occhi marroni di Jack e la mia stessa passione per gli agrumi. L'immagine di Mia  quella che io ho creato  si nasconde dappertutto, aspettando il momento giusto per manifestarsi: nel parco, in un negozio, in metropolitana, in TV. Capelli biondi, pelle chiara, occhi scuri. Labbra rosa, ricurve come quelle di Jack, carnose come le mie. Ricostruisco i suoi lineamenti, modificandoli a mio piacimento. Alla fine dimenticher il suo odore, la sensazione dei suoi capelli che mi sforavano la guancia. Un giorno la sua esistenza sar cancellata dalla mia mente. E questo mi fa molta rabbia.
La Brooklyn Frame & Photo Gallery  a solo qualche isolato dalla Cinquantottesima strada. La galleria  specializzata in cornici su misura per quadri e fotografie. Amo pensare che alcuni momenti si possano bloccare nel tempo. Mostro ai nostri clienti i cataloghi con i campioni. Spolvero le cornici sul muro dietro il bancone. Illustro i vantaggi delle cornici classiche rispetto a quelle antiche o contemporanee, elenco gli articoli disponibili: in legno massiccio trattato naturalmente, con gli angoli rifiniti, in alluminio e acciaio, in plexiglass, con foglie d'oro agli angoli, e poi aggiungo che abbiamo un'ampia scelta di moderne cornici da soffitto.
Sono passati cinque anni, e in un certo senso incorniciare i ricordi degli altri mi consola: sono una spettatrice, ma partecipo alla gioia degli altri visto che probabilmente non ritrover mai la mia.  uno strano modo di vivere, tuttavia riesco ad andare avanti su questo livello limitato di partecipazione, un livello che conosco da tutta la vita.
Nei giorni brutti vorrei raccomandare agli altri di conservare i propri ricordi, perch qualcuno potrebbe sottrarglieli prima ancora che possano anche solo immaginare un futuro, prima che abbiano il tempo di mettere un fiocco tra i capelli biondi di una bambina dagli occhi scuri e la pelle chiara.
Quando vedo l'espressione dei clienti che ritirano le loro foto incorniciate, penso a quei momenti come ai genitori del mio futuro: creano la persona che un giorno vorrei essere. Altre volte, quando sento piangere un bambino o entro in un bagno pubblico dove una madre ha appena cambiato suo figlio, l'odore di talco per bambini mi getta nella disperazione pi nera.
Il dipartimento di polizia di New York ha smesso di cercare Mia gi da qualche anno. Sanno che , o  stata fino a un certo punto, con Anna Lieberman. Potrebbe essere dappertutto e da nessuna parte. Mia potrebbe essere ancora con Anna, o essere stata venduta al miglior offerente. O forse vivono insieme da qualche parte: in un'altra nazione, o un altro stato. Forse Anna l'ha portata in Messico. Forse in Canada.
L'altro giorno, mentre andavo a lavoro, sono passata davanti a una bambina con una divisa scolastica, che saltellava sorridente accanto a sua madre. All'improvviso sono andata nel panico. Ho cominciato davvero a seguire la bambina, prima di costringermi a scacciare dalla mente quel pensiero. Non essere stupida, mi sono detta, non  Mia. Solo che Il panico aumentava sempre di pi, al pensiero che Mia potesse vivere da qualche parte qui vicino, senza che io lo sapessi.
Per anni, quando mi capitava di vedere i bambini nelle carrozzine e poi pi in l nei passeggini, sono andata avanti a pensare cos sarebbe Mia adesso. Quelle immagini sfuggenti di lei, talmente potenti che sono costretta a fermarmi e piegarmi in avanti per riprendere fato, mi si presentano nei luoghi pi imprevedibili, nelle forme pi diverse. Una ciocca di capelli, un ditino che indica qualcosa. Il vagito di un neonato, il pianto di un bambino, i gridolini di un ragazzino nel parco. Vedo Mia dappertutto. Delle bambine che le assomigliano attraversano la strada accanto a me, danno la mano alla madre, entrano a scuola, e si arrampicano nell'area giochi del parco. Immagino Mia che d la mano a un'altra donna, e questo pensiero mi strazia.
Nello studio della mia analista, la dottoressa Langston, dove mi reco due pomeriggi a settimana, c' uno scheletro a grandezza naturale. La prima volta che ci sono stata le ho fatto notare che quello scheletro mi sembra fuori posto, visto che non siamo in uno studio ortopedico.
Le ossa sono l'unica cosa che conosciamo davvero degli esseri umani. Pi o meno tutto il resto sono solo congetture. Guarigioni miracolose, nuove malattie, il cervello Su queste cose in sostanza non sappiamo assolutamente nulla, replica, guardando lo scheletro. Lo chiamo musterion, che in greco significa sacro segreto. Sta l a ricordare che non sappiamo nulla della condizione umana.
Le grandi finestre del suo studio danno a ovest e durante le nostre sedute la stanza  inondata da una luce dorata, che mi mette di buonumore ogni volta che ci entro. Le ho tenuta segreta una cosa e oggi finalmente decido di svelargliela.
C'era una donna con una bambina, tra la Delaware e la Quarantanovesima. La ragazzina indossava una giacca di piuma nera. La coda di cavallo le si era rovinata tutta sotto il cappello, e la donna non faceva nessun tentativo di sistemargliela. Uno dei guantini rosa pendeva da una corda attaccata alla giacca, l'altra mano stringeva quella della donna che doveva essere sua madre. Ricordo che ad attirare la mia attenzione  stato il modo di camminare della donna, a passi lunghi e ciondolanti. Ma a far scattare l'allarme sono stati i capelli rossi che spingeva nervosamente sotto il cappuccio del cappotto di lana. Quel gesto mi  sembrato sospetto, frettoloso, ingannevole. Le ho seguite, ma dopo qualche minuto ho sentito le gambe pesanti e rigide, e non riuscivo pi a tenere il passo. Finalmente le ho viste rallentare e salire sul bus B11.
Ricordo di essermi seduta dietro di loro, cercando di riprendere fiato. I finestrini dell'autobus erano appannati per il caldo e il fiato delle decine di passeggeri. C'era un signore con una divisa blu, due adolescenti con i capelli viola e gli anelli al naso, alcuni operai turnisti con lo sguardo spento e la vaschetta del pranzo sulle gambe. Il resto erano persone anziane con le scarpe ortopediche e pantaloni larghi, che facevano ritorno alla loro struttura per anziani. La bambina ha appoggiato la testa sulla spalla della donna, poi sul suo braccio, alla fine sulle gambe.
Ha pensato che si trattasse di sua figlia, insieme alla donna che l'ha rapita?
Assomigliava molto a Anna Lieberman, per come me la ricordo io. Ma era pi alta, pi vecchia. Forse non era la madre, ma la nonna della bambina.
Dico alla dottoressa Langston che quando il bus ha raggiunto Sunset Park, la donna ha accarezzato dolcemente la guancia della ragazzina. L'ha guardata negli occhi e si  messa la mano davanti all'occhio destro, allontanandola come se stesse tirando una corda. La ragazzina ha risposto alzando l'indice.  la lingua dei segni, ho pensato, e mi sono resa conto che ci che mi aveva spinta a seguirle prima di tutto era il fatto che quelle due sembrassero in qualche modo scollegate l'una dall'altra. La donna ha sorriso alla bambina, infilandole delicatamente il guantino rosa. Lei ha scoperto i dentini in un sorriso. Le ho osservate mentre scendevano tranquille verso la metropolitana.
Ha continuato a seguirle?
No, non l'ho fatto, ma mi sono chiesta cosa avrei fatto se si fosse trattato davvero di Mia. Le pillole che prendo mi provocano stanchezza; non sono per niente in forma. Se dovessi inseguire di corsa qualcuno, come farei?.
La dottoressa Langston mi guarda confusa. Non star pensando di interrompere la cura farmacologica, vero?
No, non dico questo. Ma mentre tornavo a casa l'altro giorno mi sono fermata a comprare un paio di scarpe da corsa. E da allora ho cominciato ad allenarmi.
Seduta sul bordo della sedia, la dottoressa Langston ascolta ogni mia parola con attenzione.
Sento che dovrei fare di pi. Controllo su internet, seguo i notiziari, io forse forse riconoscer qualcuno, o una voce che ho gi sentito. Dopotutto c' ancora la cameriera, che la polizia non  riuscita ancora a trovare. E so che Anna  ancora l fuori, da qualche parte. Non posso stare pi ferma ad aspettare.
Cio, ha cominciato ad allenarsi per cercare indizi su sua figlia?. Le sue sopracciglia si sollevano e formano delle mezzelune di apprensione sugli occhi.
So che non  molto logico, ed  per questo che ed  per questo che ho pensato di diventare una criminologa, annuncio.
La dottoressa si dimentica persino di battere le ciglia, e si schiarisce la gola. Criminologa?
S, ci sto pensando. Non mi era mai passato per la mente, ma eccolo l quel pensiero, che aleggiava nell'aria. Un commento frettoloso si  trasformato in una possibilit di fare qualcosa, in una decisione concreta.
Forse dovremmo parlarne, prima che lei.
Credo che lei non abbia capito, la interrompo. Ho chiamato l'ispettore per anni, quello che lavorava al caso. Non hanno mai trovato una pista, e il caso  stato archiviato. Niente. Come  possibile che non ci fosse neppure una pista?.
Da quello che mi sembra di capire.
Mi fa impazzire il pensiero che lei sia da qualche parte, ma non so dove. In questo stesso momento, mentre noi siamo qui, lei sta facendo qualcosa. Proprio adesso, mentre parliamo, lei vive da qualche parte, indossa un vestito, magari ha i capelli raccolti in una coda. Parla, gioca. Mi rifiuto di credere di averla persa. Non  stata rapita da qualcuno per strada; sappiamo che  stata Anna a portarla via. Capisco che tutte le altre piste  il ristorante, la cameriera  non abbiano portato a nulla. Lo capisco, e so che potrei non riuscire a trovare mia figlia, ma Anna Anna posso trovarla. Pu essere come cercare un ago in un pagliaio, ma diamine, esiste un pagliaio, e l dentro c' l'ago. Non devo far altro che sollevare ogni singolo filo di paglia e rimuoverlo. E ritrover l'ago.
Vorrei soltanto che questa non diventi.
Un'ossessione? Lei  preoccupata che io sia ossessionata dal pensiero di trovare mia figlia? Ascolti, dottoressa Langston, so che non sto certo conducendo una vita sana. Ma non sono preoccupata, e non dovrebbe esserlo neppure lei.
Sono la sua analista, e la mia preoccupazione principale  la sua salute mentale.
Allora mi dica cosa dovrei fare, mi dica cosa farebbe lei al mio posto. Rimanere seduta ad aspettare? Un'altra estate ancora, un altro Natale? Altri cinque anni?.
La dottoressa Langston rimane in silenzio mentre una scia di luce la avvolge in un bagliore angelico.
Io rido, ad alta voce, di pancia. Una risata fredda e un po' maligna.
Lei preme il pulsante della sua penna di ceramica. Sembra una penna costosa. Forse  un regalo per la festa della mamma: sulla scrivania ho visto le foto dei suoi figli; un segno di riconoscenza da parte di persone che la amano. Posa la penna accanto alla carta gialla del blocco per gli appunti.
Non risponde, e io annuisco, esasperata.
Non sto gestendo bene il mio dolore, vero?
Riuscire a gestirlo  la parte pi importante.
Ho letto e studiato la terminologia. Mia  considerata scomparsa a lungo termine. Gli esperti di varie discipline hanno preso in considerazione tutte le strategie possibili. Non si pu fare nient'altro. Siamo al capolinea, e sono rimasta soltanto io.
A volte mi alzo la mattina pensando che  arrivato il giorno. Il giorno in cui squiller il telefono e ci sar finalmente una pista. Una foto. Un indizio.
Evito di dirle che la settimana scorsa mi  venuta un'idea stramba: sono andata a Dover e mi sono fermata davanti alla vecchia casa di Anna. Evito di dirle che sono andata al campo di granturco e ho infilzato un bastone nel terreno nel punto dove ho seppellito Lieberman. Evito di dirle che sono andata a prendere un caff in quel locale, ora piuttosto frequentato.
Ho fatto i compiti. La dottoressa Langston  solo una compagna di viaggio: una spettatrice del mio dolore, se vogliamo. La sua missione principale  testimoniare la mia sofferenza. Secondo le regole del suo manuale deve sottolineare l'importanza del supporto continuo per le persone come me. Deve dirmi che devo badare ai miei bisogni fisici ed emozionali. Deve aiutarmi a prepararmi per il lungo termine, ad accettare il fatto che la mia vita deve comunque andare avanti.
La dottoressa Langston ascolta rispettosamente le poche cose che le posso raccontare di Mia. In realt, non c' molto da dire.  nata, e gi dopo qualche settimana ha iniziato a soffrire di coliche, un problema che non si  mai risolto. E poi  scomparsa. Non ho aneddoti da raccontarle su quando ha cominciato a gattonare o a muovere i primi passi.  stata dura per entrambe: una battaglia continua. Quando non ho pi storie da raccontarle, e per alcune sedute continuo a ripeterle le stesse cose, la dottoressa mi passa l'indirizzo di un gruppo di supporto che si riunisce nel seminterrato di una chiesa.
Ha provato ad andare a quel gruppo di supporto?, mi chiede la settimana successiva.
Non ancora, dico, e non ho nessuna intenzione di andarci. Non  ascoltando le sofferenze degli altri che riuscir a trovare Mia.
Pu essere terapeutico andarci, e potrebbe aiutarla a dare un senso al suo nuovo mondo.
Un mondo senza mia figlia non ha alcun senso, replico. La prego di andare almeno a un incontro, insiste lei, e anche se non ne vedo il motivo, penso che nella mia vita non voglio mai pi avere il rimorso di non aver fatto qualcosa. Ci provi, ribadisce, e cos lo faccio. Il giorno stesso vado a un incontro. Ora come ora, non posso far altro che provare tutte le strade possibili.
Solo una manciata di macchine punteggiano il parcheggio della chiesa, quando arrivo, superando gli alberi che si innalzano su isole di cemento e le erbacce che spuntano attraverso l'asfalto. Conto otto macchine in totale.
Do un'occhiata al volantino affisso alla porta. Guarire il cuore, dice. Incontri settimanali. Supporto psicologico dopo la perdita di un figlio. Il gruppo si incontra alle sei. Alle cinque c' un incontro degli Alcolisti Anonimi. Alle otto invece inizia una lezione di Tai-chi per adulti.
Il dolore  universale, recita il volantino. Entra a far parte di un gruppo di persone che hanno subito una perdita, che raccontano la propria storia sapendo che sarai trattata con rispetto e discrezione.
Mi incammino nell'enorme sala piena di colonne sparse che sostengono il soffitto. L'aria  stantia e puzza di muffa, freon e caff avariato. Mi avvio verso il retro, dove le luci fluorescenti gettano un bagliore impietoso su un gruppo di persone. Ne conto sette. Un uomo con una cartellina sulle gambe. Due coppie. Una donna di mezza et e un'altra piuttosto giovane.
Prendo posto su una delle sedie libere.
Ciao, mi chiamo Eric, si presenta il tipo con la cartellina e conta le persone; poi annota il numero dei partecipanti su un taccuino.
Sono uno psicologo professionista specializzato nella terapia del lutto. Sono qui in qualit di facilitatore. Ci conosciamo gi quasi tutti, ma stasera vedo una faccia nuova.
Eric mi guarda, accarezzandosi la barba.
Solo per fare in modo di essere tutti sulla stessa lunghezza d'onda, lasciate che ripeta di nuovo le regole. Ognuno in questo gruppo ha sperimentato la perdita di un figlio. Siamo qui per parlare di questa esperienza con persone che sicuramente capiranno. Ci saranno parole di saggezza, parole di supporto e a volte. Eric si interrompe e lancia un'occhiata a una coppia che si tiene la mano. A volte le nostre parole causano ancora pi dolore. Siate pazienti l'uno con l'altro e ricordate che non siamo un social e non facciamo psicoterapia di gruppo. Tutto quello che diciamo rimane confidenziale. Sempre.
Mi guardo intorno mentre ascolto Eric. C' una coppia, un uomo e una donna, con le magliette identiche, con la scritta HOPE: la O a forma di farfalla. Le dita cicciottelle della donna sono strette nella mano dell'uomo, come se lui volesse impedirle di scappare verso la porta. O di gettarsi da un ponte, forse. L'uomo dice di chiamarsi Dwight e ci presenta sua moglie Kathryn, detta Katy, aggiunge. Abbiamo perso nostra figlia per un tumore un anno fa.
La donna di mezza et che indossa dei vestiti che non sapevo esistessero ancora  pantacollant rosa e una maglietta rosa a fiori ricamati   sull'orlo del pianto.
Sono Regina, dice, e si tampona gli occhi con un fazzoletto di stoffa. Mio figlio soffre di un disturbo mentale. Non lo vedo da cinque anni.
L'altra coppia, Kristy e Dave,  in pantaloni della tuta e maglietta di flanella. Entrambi hanno una croce al collo. Nostro figlio  partito per un viaggio in motocicletta due anni fa. Non  mai tornato.
E poi arriva il mio turno.
Mi sono esercitata a casa, ho provato a ripetere le parole decine di volte, aspettandomi che avrei dovuto spiegare agli altri la mia perdita, e ogni volta non ci riuscivo. Io non ho perso nessuno. Almeno non ancora. Mia  viva, solo che non so dov'. Mi sento fuori posto, ancora di pi di quanto pensassi.
Mi chiamo Estelle, comincio, e faccio un respiro profondo. Non so cosa dire. La mia perdita  un caso a s. Mi trovo in un limbo sfuggente, in una condizione di incertezza che coinvolge tutta la mia vita.
Ciao, Estelle, mi saluta Eric. Benvenuta agli incontri di Guarire il cuore. Chi  la persona che hai perso?.
Rimango in silenzio. La donna giovane e obesa alla mia sinistra si impietosisce.
Io sono Mary, interviene. La prima volta pu sembrare difficile. Questa  solo la seconda volta che vengo qui e la settima scorsa ho raccontato al gruppo di mia sorella Lilly. Un giorno, in terza elementare, non  pi tornata a casa da scuola.
Mary si interrompe e io esamino il suo profilo, voglio vedere esattamente che effetto fa il dolore su un viso cos giovane. Mary deve avere una ventina di anni e pesa quasi duecento chili: le sue cosce strabordano dalla sedia di metallo. Indossa dei pantacollant e una maglietta nera larga. Ha una chiazza livida intorno al collo, che indica uno stadio avanzato di diabete. Mi chiedo se lo sappia. Ha le dita grassocce, le unghie tutte mangiucchiate. Il suo viso sembra quasi inconsapevole della sua perdita: la pelle di porcellana  liscia e sottile, gli occhi luminosi, circondati da lunghe ciglia. Niente in lei fa sospettare l'enormit del suo dolore, eccetto la voce tremante. Non scorgo nessuna lacrima, ma Mary si asciuga comunque gli occhi con il dorso della mano. Forse, penso, si arriva a un punto in cui non si hanno pi lacrime da versare.
Che Ges Cristo possa proteggerla per sempre, interviene Kristy, facendosi il segno della croce. L'amore di Dio  eterno.
Mary la guarda e, dopo un attimo di silenzio, mormoro: Amen.
Ma che diamine, penso, queste persone hanno davvero perso la testa?
Ho lasciato le luci accese in macchina, mi scuso e vado via.
Quando la dottoressa Langston mi chiede del gruppo, le dico che non fa per me.
Abbiamo diverse priorit, questo  tutto.
So che non  facile parlare di Mia in pubblico. Ognuno esprime in maniera diversa il proprio dolore, osserva la dottoressa Langston.
Preferirei parlare di come posso trovarla.
Sono preoccupata per lei, Estelle.
Perch?. Sento crescere la rabbia. La dottoressa Langston osserva con attenzione i miei cambiamenti emotivi e sa di aver colto nel segno. Provocare il paziente  una delle regole del manuale. Ne abbiamo gi parlato.
Mi sta dicendo che devo smettere di cercare?
No, non sto dicendo questo. Voglio che lei dedichi sempre una parte della giornata a cercare Mia. E il resto della giornata voglio che lo dedichi a se stessa. E magari a concedersi di considerare anche l'altra possibilit.
Sono settimane che cerca di farmelo dire. Ma non mi sentir mai pronunciare quelle parole.
Potrebbe non tornare mai. La voce della dottoressa Langston trema leggermente.
Sa cosa?
Cosa?.
Si sposta subito sul bordo della sedia per ascoltare attentamente.
Penso di aver lasciato le luci accese in macchina, dico.
Capitolo 27
L'aria  tagliente. Sento il ghiaccio liquido che mi punge le narici e penetra nei polmoni. I primi dieci minuti di corsa nell'aria fredda sono terribili, ma poi mi riscaldo e comincio ad abituarmi. I muscoli delle gambe si sciolgono, il mio fiato prende un ritmo regolare e metto il pilota automatico.
Quattro chilometri dopo l'aria fredda mi ha prosciugato le vie respiratorie e, dopo un altro chilometro, i polmoni cominciano a bruciare e una tosse secca mi costringe a fermarmi ogni pochi minuti. Il freddo dell'asfalto trapassa le scarpe da corsa e si infila su per le gambe. Tre strati di vestiti e un berretto termico non possono fare nulla contro il clima gelido di New York.
Alla fine rinuncio e mi arrendo alla tosse. Scorgo uno Starbucks lungo la strada e decido che per oggi ho corso abbastanza. Taglio attraverso la Flatbush verso Prospect Avenue e mi fermo davanti a un negozio di elettronica. Dell'aria calda soffia dal condotto di aerazione attraverso una grata, riscaldandomi i piedi. Ci sono diversi schermi piatti montati sulle pareti del locale, tutti sintonizzati sulla CNN. Sugli schermi si vedono passare delle immagini mute, quando mi viene un altro attacco di tosse. Stringo le mani intorno alla tazza e la mia attenzione  attratta dal titolo che scorre in basso.
Notizia straordinaria.
Il mio fiato si mescola con il caff fumante e mi ritraggo di scatto quando il liquido caldo mi scotta le labbra. Guardo i titoli che scorrono.
Blitz in una chiesa fondamentalista.
L'intero complesso sottoposto a indagini per violenza sui minori
84 bambini presi in custodia.
Vedo decine di bambini uno accanto all'altro che si tengono la mano mentre salgono su degli autobus bianchi parcheggiati lungo la strada.
Dietro di loro un gruppo di donne emerge da un edificio, schermandosi dalle telecamere. Alcune di loro scendono dal portico, come se volessero seguire i bambini che vengono portati via, altre rimangono l, piangendo e abbracciandosi. Indossano vestiti dai colori pastello abbottonati fino al collo che arrivano fino a terra. A ogni passo il bordo del vestito si solleva, mostrando i collant e le scarpe ortopediche sbiadite. Onde di capelli troneggiano sopra la fronte, i visi non hanno l'ombra del trucco. Gli occhi rossi e le guance chiazzate completano la scena di disperazione.
Un'altra notizia appare sullo schermo.
I bambini rimarranno in custodia finch non saranno concluse le indagini.
A una delle donne si  sciolta una treccia e i suoi capelli rossi si spargono lungo tutta la schiena. Grida qualcosa agli uomini che accompagnano i bambini all'autobus, mentre le altre donne rimangono in silenzio, asciugandosi le lacrime. Un agente di polizia fa segno alla donna di tornare sul portico. I capelli rossi della donna la avvolgono tutta mentre alza una mano verso di lui come per maledire la sua stessa esistenza. Poi la telecamere la inquadra. Il suo vestito color lavanda e i capelli rosso acceso non possono distrarmi dalla sua mano. Deformata, coperta di segni di bruciature. Sento una stretta allo stomaco, poi il mio corpo cede. Una scintilla, seguita da una stella che si abbatte sul terreno scuro, luminosa, raggiante. Un pensiero, poi un ricordo: Anna, quando era un'adolescente, e sua zia. Laura Dembry, membro della Chiesa del Dominio Eletto. La mia mente si ferma e il mondo si fa sfocato. Il pagliaio. Ho trovato il pagliaio.
Ispettore, sono Estelle. Estelle Paradise. Non riesco a riprendere fiato.
Un lungo silenzio dall'altro capo del telefono.
Signora Paradise.
La sto chiamando perch ho bisogno del suo aiuto. Faccio fatica a parlare e a respirare contemporaneamente.
Pausa. Poi: Non lavoro pi nello stesso dipartimento. Mi hanno trasferito. Posso darle un numero da chiamare se lei.
Sta guardando il notiziario?, lo interrompo quando finalmente riesco a riprendere fiato.
Il notiziario?
La polizia ha fatto un blitz in un complesso residenziale in Texas. Hanno portato via tutti i bambini.
Non lo sto guardando, per s, l'ho saputo.
Ho chiamato la stazione di polizia. Non vogliono aiutarmi.
Mi scusi, non capisco.
Possiamo incontrarci da qualche parte?.
Un lungo silenzio. Signora Paradise, io non.
Tra un'ora. Allo Starbucks di Prospect Avenue. All'entrata del parco.
Comunque non potrei far niente per lei. Come ho detto, non sono pi.
Tra un'ora. La aspetto.
Un attimo. Ancora non capiscoche c'entra il blitz?
Riguarda Anna. L'ho trovata, rispondo e poi riattacco.
Un'ora dopo le parole mi escono come un fiume in piena. Il blitz in Texas. I bambini, Anna Lieberman, la donna con i capelli rossi  una delle madri del complesso della Chiesa del Dominio Eletto di Denton, la stessa chiesa a cui apparteneva sua zia. E forse, ma soltanto forse, una delle bambine che ho visto salire sull'autobus in diretta TV  Mia. Ma nessuno alla stazione di polizia vuole ascoltarmi perch non sar data nessuna informazione sui minori tratti in salvo finch non saranno completate le analisi del DNA. E poi hanno riattaccato.
Come pu essere sicura che quella donna sia Anna Lieberman?. Wilczek ha un tono deciso, quasi tagliente.
Penso che riconoscerei la donna che ha rapito mia figlia. Capisco anche che ci sono delle indagini in corso, ma ho bisogno di sapere dove si trovano i bambini.
Non daranno nessuna informazione finch le indagini non si saranno concluse.  normale che non vogliano parlarne.
Non c' nessuno che prova almeno ad ascoltarmi. Ho solo bisogno di un campione di DNA.
Non penso di essere la persona giusta, non ho accesso al caso del complesso di Denton. Inoltre, non so come potrei aiutarla. Solleva i palmi. Poi c' un cambiamento in lui, come se all'improvviso si fosse profilata l'ombra di una nuvola. Non posso andare contro la legge.
Non le sto chiedendo di fare nulla di illegale, ribatto, ma in realt non conosco gli aspetti legali, e non mi interessano, quindi per me contano ben poco.
Lei non capisce. Sono successe un po' di cose ultimamente. Ci sono stati dei problemi al lavoro, e non posso permettermi di rimanere coinvolto in qualcosa che. Il suo grosso pollice preme sul coperchio di plastica bombato. Senta, esita, non che questo possa fare alcuna differenza per lei, ma sto divorziando. E le spese per il mantenimento stabilite dallo stato di New York non sono esattamente una passeggiata. E ho un figlio. Non posso assolutamente rischiare il posto in questo momento.
Ignoro il suo commento. Non mi interessano i suoi problemi. Deglutisco, mi dico che questo non significa necessariamente un rifiuto. Non significa niente. C' un modo, c' sempre un modo. Una sola bambina, Wilczek. Osservo le occhiaie scure e la camicia raggrinzita. I suoi occhi sono due fessure buie senza vita. Ma non mi interessa niente di tutto questo. C' una bambina che ha il mio stesso DNA. Quella bambina, di cinque anni,  mia figlia. E devo trovarla. Immagino delle infermiere armate di tamponi che strofinano le guance di una schiera di bambini dagli occhioni terrorizzati. So che tutti i laboratori di genetica forense sono oberati di lavoro, quindi potrebbero passare mesi prima di avere tutti risultati.
Ha idea di che cosa stiamo parlando? Ci sono centinaia di esami del DNA da fare. Serviranno mesi per capire chi sono i bambini. Per non parlare del fatto che probabilmente sono stati forniti nomi ed et fittizi. Chiunque nel mondo potrebbe essere la mamma di qualcuno di loro, chiunque potrebbe essere uno zio o il padre.  come trovare il bandolo di centinaia di chilometri di lucine natalizie.
Ma se Mia  tra loro, noi la troveremo. Wilczek si irrigidisce quando dico noi.
S, ne sono sicuro, ma dovr aspettare. Occorrer un po' di tempo per l'esame del DNA.
Adesso mi ascolti, ok?. Congiungo le mani come per pregare. Ho visto una smorfia sul suo viso, o me la sono immaginata?
Le concedo cinque minuti, non pi, replica lui, e si mette comodo.
Ho solo bisogno di sapere dove sono i bambini.
Sono passati cinque anni. E se non dovesse riconoscerla? Che cosa pensa di fare? Vuole metterli tutti in riga, mettersi a strofinare le guance di tutti i bambini? Chiedere un campione di capelli? Questa  una pazzia.
Lasci che ci pensi io. Non so nemmeno io cosa far. La riconoscer? Una parte di me  convinta di s. Forse  solo una follia, ma in ogni caso non ho alternative.
Sarebbe illegale, ribadisce Wilczek, rabbuiandosi.
Non importer a nessuno quando si scoprir che una delle bambine  proprio Mia.
 una cosa illegale e non  ammissibile in tribunale. Potrei perdere il posto.
Non ci sar nessun processo. Le persone che hanno saputo solo mortificarmi quando Mia  scomparsa sanno di avere un debito con me. E lei  una di queste.
Wilczek scuote il fondo del bicchiere e poi lo vuota. Non posso prometterle nulla.
Quella notte mi sveglio da un sonno inquieto. Ho scalciato via le coperte e ora sento freddo. Devo aver dimenticato di chiudere le imposte perch la stanza  avvolta dal chiarore della luna, la sua luce implacabile mi blocca il respiro come un enorme gatto seduto sul mio petto. La realt filtra pian piano nella mia mente. Quando la pressione diventa insopportabile, mi tiro su e mi metto seduta.
Di notte, quando la mia mente abbassa la guardia, la realt emerge in tutta la sua enormit e diventa insopportabile. I pensieri si fanno minacciosi, insormontabili. Chiudo gli occhi e lascio che il terrore mi travolga. Giaccio immobile mentre l'ondata di panico si abbatte su di me e mi colpisce, scuotendo e indebolendo le mie fondamenta come onde che erodono una scogliera.
Rimango in silenzio, paziente. Ho i pugni stretti, premuti contro lo stomaco, l dove ha origine la mia paura. Mi arrendo, offro tutta me stessa, e sento la paura diminuire. Si stacca sotto forma di perle come acqua da una superficie oleosa, incapace di resistere. La paura non  pi qualcosa di permanente: passa, come passeranno anche i dubbi. Questa potrebbe essere la mia ultima possibilit.
Vado al lavoro. Ho imparato a essere efficiente mentre dentro di me le fiamme mi dilaniano, e poi non potrei sopportare di rimanere a casa ad aspettare che squilli il telefono. Intorno a mezzogiorno sento un debole scampanellio alla porta del negozio, un suono cos timido che  quasi impercettibile. L'ispettore Wilczek indossa un abito con sopra il cappotto, e ha gli occhi pi stanchi di quanto ricordassi. Ha qualcosa da dirmi, ma non riesco a interpretare la sua espressone. Mi fa un cenno e ci guardiamo negli occhi.
Pensa di poter fare una pausa?. I suoi modi non tradiscono nessuna fretta. Forse potremmo fare una passeggiata.
Mi volto verso il laboratorio alle mie spalle. Si sente il martello che batte sui chiodi e le zaffate di colla mi fanno pulsare le tempie. Prendo il cappotto dall'attaccapanni e faccio strada.
A New York a gennaio sembra di vivere in un congelatore. Infiliamo le mani nelle tasche del cappotto mentre passiamo davanti agli alberi spogli lungo la strada. La temperatura  scesa sotto i sei gradi, mancano ancora mesi alla primavera ed  cos strano pensare al calore del sole: sembra quasi una favola a cui nessuno pu credere.
Giriamo a destra, verso un parco. Il cancello di ghisa all'entrata  coperto di ghiaccio. Il fiato di Wilczek si mescola al mio mentre camminiamo.
Anna se n' andata, mormora. Aspetta che io assimili la notizia e aspetta paziente.
Quando?, chiedo, e il mio battito accelera rapidamente.
Stamattina. Dopo che i bambini sono stati portati via, la maggior parte delle madri ha avuto il permesso di tornare al complesso residenziale. Sua zia mi ha riferito che  andata via il giorno del blitz. Ha preso tutte le sue cose e una macchina, una Pontiac blu. Riguardo alla targa, la zia non  stata molto collaborativa.
Dove sono i bambini?, domando.
Li hanno presi in custodia le autorit.
Sono tutti in un unico posto o sono stati divisi?
Wilczek inclina la testa e i suoi occhi si rimpiccioliscono. Ho la sensazione che lei stia per fare qualcosa di veramente stupido.
Lei sa dove sono, oppure no?
Non lo so per certo. Di solito finiscono in case famiglia o centri di accoglienza, a seconda dell'et.
Pu scoprirlo?
Anche se potessi non glielo direi, non capisce? Non deve fare altro che aspettare.
Non ho la pazienza di aspettare, non ho nemmeno la pazienza di reagire al pensiero dell'attesa.
E se Anna la rapisse di nuovo? In quel caso mi crederebbe?.
Wilczek sospira. Che cosa sta dicendo?
Sto dicendo che il fatto che non sia morta nel burrone ha mandato all'aria i suoi piani. Nessuno si prenderebbe una bambina che  ricercata in tutto lo stato. Se ha aiutato Mia per tutto questo tempo, non la lascer adesso.
Sempre se Mia  una delle bambine Ma non  detto.
Se la rapisce di nuovo, sar troppo tardi. E in quel caso dove andr a cercare? Quante probabilit avrei di ritrovarla?. Ho alzato la voce e vedo che una coppia si  girata verso di noi, pensando di assistere a un'insignificante discussione tra amanti.
Mi dica solo dove sono i bambini, al resto ci penso io.
Non ci penso nemmeno. Non pu aspettarsi che io faccia una cosa del genere.
E lei non pu aspettarsi che non le faccia questa domanda. Non mi arrender, deve saperlo. Quanto tempo ci metter Anna per scoprire dov' mia figlia? Cercher di rapirla di nuovo.  una donna intelligente,  riuscita a nascondersi per cinque anni senza farsi scovare.
Faccio un calcolo mentale. Giorni. Abbiamo soltanto qualche giorno di tempo per agire. E non ho idea di come possa convincerlo ad aiutarmi.
Mentre camminiamo nel parco, passiamo davanti a una ragazzina con una chioma di capelli lunghi e lisci che le danza sulla testa. Saltella su e gi dal marciapiede, mentre sua madre spinge avanti e indietro un passeggino.
Faccio un respiro profondo; poi rallento e guardo la bimba nel passeggino.  avvolta in una copertina rosa e ha il cappellino e i guantini. Deve avere all'incirca due anni e ha il viso tondo e le guance rosee.
Che bella bambina, dico. Sembra cos contenta.
La signora comincia a raccontare che Emma, cos si chiama sua figlia, piange un sacco ed  una bambina in generale molto difficile. La regina delle scenate, cos la chiama; ci spiega che si calma solo quando viene cullata. Io la lascio parlare, e nel frattempo riesco solo ad annuire e ogni tanto a farle un sorriso.
Lei ha figli?, mi chiede la signora.
Mi blocco un attimo e la guardo. No, rispondo, e sento tutto il mondo vibrarmi in gola, come se il mio corpo riconoscesse la bugia che ho appena detto.  una faccenda complicata, non una questione di cui si pu parlare tranquillamente per strada con un'estranea.
La signora guarda prima me e poi Wilczek. Immagino che non sappia cosa dire: se chiederci se ci stiamo provando anche noi, o augurarci di avere un figlio, o qualche altra frase solidale per una coppia senza prole.
Io annuisco e balbetto una frase di commiato; poi Wilczek e io continuiamo in silenzio la nostra passeggiata.
La signora mi ha chiesto se ho figli.  difficile per me rispondere a questa domanda, non  vero?. Wilczek socchiude gli occhi. Poi distoglie lo sguardo. Sa dove voglio arrivare e non sa come uscirne.
Lei ha un figlio, mi ha detto.
S. Esitando, si guarda intorno come se volesse accertarsi che nessuno ci stia guardando.
Lo vede spesso?
Ogni domenica.
Quanti anni ha?
Due.
Quali sono le cose che gli piacciono?
Le solite cose che piacciono ai bambini. Sa, le macchinine, i camion, quelle cose l. E poi il gelato, i biscotti.
Mi faccia pensare Due anni, mormoro, puntandomi il dito sulla tempia come se stessi cercando di ricordare qualcosa. Dunque, sfoglia i libri, apre cassetti e armadi, sa mangiare da solo con il cucchiaino, si dispera facilmente, ed  timido con gli estranei.  molto affettuoso e d un sacco di baci e abbracci, vero?.
Wilczek guarda avanti.
Se qualcuno gli tiene la mano riesce a salire e scendere le scale, giusto?.
Mi piazzo davanti a lui e lo guardo dritto negli occhi.
Lo sa perch conosco tutte queste cose? Sa perch conosco le tappe dello sviluppo sociale ed emotivo dei bambini?. Mi avvicino leggermente e gli metto la mano sul cappotto all'altezza del cuore. Sento un lieve tremore sotto il cappotto, o sbaglio? Devo improvvisare, e devo essere brava. Con l'altra mano afferro la sua.
L'ho letto in un libro. Gli tengo la mano fredda nella mia finch non la sento riscaldarsi. Lui cerca di divincolarsi, ma io la stringo ancora pi forte. Quando finalmente gli lascio la mano, lui fa un passo indietro e la nasconde nella tasca del cappotto.
Si volta e se ne va, ma i suoi passi adesso sono meno decisi, meno sprezzanti. Ho vinto.
Quel giorno, al ritorno dal lavoro, pulisco l'appartamento. Comincio da una parte e poi strofino in maniera ossessiva ogni superficie, passo l'aspirapolvere in ogni angolo, spruzzo il disinfettante in ogni nicchia e in ogni fessura. Mi vengono in mente le domande della polizia a cui non ho mai saputo rispondere: perch ho passato la candeggina in tutto l'appartamento a North Dandry. Ebbene, l'aria era stantia e vedevo lo sporco, la polvere, le tracce di tutte le mie mancanze. E poi avevo il desiderio impellente di riparare a qualche sbaglio, e la mia mente offuscata credeva  proprio come la polizia  che avessi ripulito la scena del delitto. Ora per penso che potrebbe essere stato semplicemente il tentativo di una donna sconvolta di riportare sua figlia in una casa adeguata. Una casa con le superfici della cucina pulite, i bagni lucenti e il camino acceso. Quando accetto di lasciar scorrere i pensieri con tanta franchezza, mi rendo conto che volevo soltanto concludere al pi presto tutte le incombenze per dedicarmi all'unica cosa che mi mancava da fare: stringere tra le braccia Mia.
Squilla il telefono. Mi sfilo i guanti gialli di lattice e li getto nel lavandino della cucina. Sento ancora nell'aria le esalazioni del detergente per il forno, che mi fanno pulsare le tempie. Guardo i guanti galleggiare sulla superficie dell'acqua torbida. Poi affondano, il loro colore allegro e solare risucchiato in fondo al lavandino rustico in ceramica. Le mie dita raggrinzite si sforzano di reggere la penna mentre scrivo su un foglio l'indirizzo.
St Pancras' Path  un modesto edificio a tre piani coperto di un rivestimento laterale beige con un portico. Una porta laterale conduce a una spaziosa area giochi con uno scivolo, tre altalene, un recinto per la sabbia e un'altalena basculante, distribuiti in modo omogeneo dietro un cancello di ghiaia. Sopra la porta d'ingresso c' un'alcova che racchiude una finestra con la vetrata colorata. Vi  raffigurato san Pancrazio, il patrono dei bambini, con la solita veste da santo, che mostra i palmi nudi in un gesto di benvenuto.
Sono seduta in macchina da ore. Ieri notte ho dormito pochissimo e la stanchezza comincia a farsi sentire. Ho la schiena indolenzita e sta diventando sempre pi difficile resistere al desiderio di uscire e sciogliere i muscoli delle gambe. I cracker stanno diventando immangiabili e la bibita dietetica si sta deteriorando. Piove a intermittenza, e le probabilit di vedere i bambini uscire in cortile dalla porta laterale stanno diventando sempre pi scarse. Sento nel petto la paura che sta per prendere il sopravvento. Vuole spingermi e gettarmi in un posto ancora pi buio, ma io non glielo permetto. Faccio un respiro profondo, chiudo gli occhi e immagino l'aria dolce e gli uccellini nel cielo, e il mio corpo comincia a rilassarsi. Mi concentro e riporto a galla una scena che cova nella mia mente sin dal giorno in cui ho riconosciuto Anna Lieberman in televisione. Rivedo Mia, per la prima volta.
 un giorno feriale, fuori ci sono quattro gradi e si sta bene, e Prospect Park  deserto, a parte qualcuno che fa jogging con gli auricolari alle orecchie, perso nel proprio mondo. E una manciata di persone che portano a passeggio i cani.
Tutto intorno ci sono alberi e panchine, scoiattoli, e il profumo del terreno umido. C' un'area giochi all'entrata del parco e a destra un laghetto. Un laghetto con le anatre a pochi passi dall'entrata del parco.
Immagino una bustina di plastica piena di cubetti di pane raffermo che ho preparato il giorno prima. Mi siedo su una panchina l vicino e una macchina si ferma dietro di me nel parcheggio. Lo scricchiolio della ghiaia mi rimbomba nelle orecchie. Poi sento l'allarme  ding-ding-ding  dello sportello aperto di una macchina.
Con la coda dell'occhio vedo una bambina con un piumino viola e gli stivaletti neri che corre verso l'area giochi. Ha un cappello fatto a maglia tutto colorato con i paraorecchie e in alto un grosso pon-pon che ondeggia mentre corre.
Un'assistente sociale  chiamiamola Elena Cruz  una donna di mezza et gentile, ma molto stanca e stressata, la sta seguendo.
Nella mia visione l'area giochi  circondata da un recinto: si pu uscire o entrare solo attraverso un cancelletto. Mia corre dritta verso il cancelletto e prima che possa osservarla bene, la vedo dondolare da una sbarra per l'arrampicata.
Il suo corpo si allunga mentre le manine reggono la sbarra. Il metallo  freddo e lei non ha i guanti, ma non ci fa caso. Ha il diaframma scoperto mentre oscilla avanti e indietro, sollevando le gambe per prendere slancio.
L'assistente sociale mi vede, sorride e mi fa un cenno di incoraggiamento. Io mi alzo dalla panchina e mi avvio verso la struttura per l'arrampicata. Mia ha il collo allungato indietro, e scalcia con le gambe e i piedi.
 bellissima. Non nel modo in cui una madre vede la propria figlia, ma di una bellezza angelica. Alcuni riccioli le sfuggono dai paraorecchie, gli occhi sono grandi e marroni e mi ricordano quelli di Jack. Le ciglia sono rade ma lunghe e i piccoli denti, perfettamente allineati, mi sorridono.
Ciao, dice con voce forte e sicura. Guarda cosa so fare. E solleva le gambe sempre pi in alto.
Indovina cosa ho qui. Tiro fuori la bustina del pane, la sollevo da un angolo e la faccio oscillare avanti e indietro.
Lei mi guarda, gli occhi interrogativi, chiedendosi cosa possa essere quel sacchetto con quello strano contenuto.
 pane. Vuoi andare a dar da mangiare alle anatre?.
I suoi occhi si spalancano e vedo la sua eccitazione. Presa dalla curiosit, salta gi dalla sbarra e si guarda intorno.
Anatre? Ci sono delle anatre?
S, anatre. Proprio dietro l'angolo.
Guarda l'assistente sociale, e quando Elena annuisce, si avvicina e mi prede la mano. Tenere per mano mia figlia  una sensazione ultraterrena. Sento delle schegge di vernice sulla sua mano e gliela pulisco delicatamente. Sentire il calore della sua pelle  un'emozione travolgente e cerco di non tremare. Chiudo le mani a coppa e soffio dentro fingendo di avere freddo, mentre dentro di me sento le fiamme che divampano.
Hai mai dato da mangiare alle anatre?.
Lei scuote la testa, e io le porgo la bustina con i cubetti di pane.
C' una prima volta per tutto. Sei pronta?.
Camminiamo verso il laghetto, la sua mano nella mia, la bustina che le penzola dall'altra mano. Vorrei che qualcuno facesse una foto, catturasse questo preciso momento  la sua mano nella mia  mentre camminiamo verso il lago. Nella luce del sole la superficie del lago sembra uno specchio perfetto.
Mentre ce ne stiamo sulla riva a gettare cubetti di pane, le anatre li avvistano e si avvicinano velocemente. Hanno il collo allungato e le piume verdi luccicano nel sole mentre le teste si immergono nell'acqua. Appena i becchi riemergono, eccole di nuovo che cercano un altro pezzetto di pane da divorare. Si guardano intorno, puntano un altro cubetto e si precipitano di nuovo a beccarlo.
Poi guardiamo le anatre allontanarsi, increspando l'acqua, perturbando la superficie liscia.
Io sono Mia, dice, e mia figlia sembra cresciuta, la voce ancora acuta, ma pi matura. Si pulisce il naso con il dorso della mano.
Mia, ripeto. Che bel nome.
In lontananza sentiamo il qua qua delle anatre.
Il rumore di uno sportello mi strappa alla mia scena immaginaria, riportandomi alla realt. Un'ombra scivola sul sedile del passeggero.
Da quanto tempo  qui?. Wilczek sembra ancora pi sconvolto di ieri: ha gli occhi iniettati di sangue e puzza di fumo.
Non sapevo che fumasse, dico per sdrammatizzare. Sono sorpresa, a dir poco. Non mi aspettavo che si presentasse, non riesco neppure a immagine quale potr essere il suo ruolo in tutto questo. Non so nemmeno io stessa che cosa sto facendo qui, voglio solo dare un'occhiata a mia figlia, non oso sperare nulla di pi. E ha l'aria di uno che non dorme da giorni, aggiungo, guardando l'orologio. Non fa freddo come prima, ma rabbrividisco lo stesso.
Lui ignora il mio commento e controlla il cellulare. Quindi cosa  successo?
Ho visto solo un po' di gente di passaggio, replico scherzosamente. Finora  stato consegnato un pacco ed  arrivato il giornale. Dopo un attimo di silenzio chiedo: Pensa che Anna sappia dove si trova Mia?
Immagino che non lo scoprir, a meno che qualcuno, ipoteticamente, non lo dica a sua zia.
Ipoteticamente. Qualcuno non lo dica a sua zia. Penso alle implicazioni della sua affermazione. Studio il suo profilo e resisto al desiderio di abbracciarlo.  venuto in mio soccorso, e lo ha fatto alla grande. Comunicare alla zia di Anna dove si trovano i bambini sapendo che poi lei passer l'informazione ad Anna, significa mettersi in una situazione potenzialmente pericolosa, ma io lo capisco. Lui  un poliziotto, e questo caso vuole risolverlo una volta per tutte. Vuole mettere le manette ad Anna, farle pagare per ci che ha fatto, sbrogliare la matassa di prove che ha trovato a casa sua: foto, giocattoli, vestiti per bambini. Vuole che sia fatta giustizia. Io invece rivoglio soltanto mia figlia.
Allora, qual  il piano?, chiede Wilczek.
Al momento non ho un vero e proprio piano, rispondo, e mi chiedo che cosa lo abbia smosso alla fine: suo figlio, i miei occhi supplichevoli, o la donna con il passeggino.
Wilczek mette la mano sulla mia. Vado a parlare con loro. Lei stia qui e non si muova, chiaro?.
 strano sentire la sua mano sulla mia e una parte di me vuole allontanarsi: quel tocco sembra quasi troppo intimo; mentre l'altra parte vorrebbe che la sua mano rimanesse l.
Wilczek scende dalla macchina e io lo guardo avviarsi verso l'edificio nel suo cappotto tutto raggrinzito. Suona alla porta e sento la voce composta di una donna attraverso il citofono.
Ha smesso di piovere e il sole sta cominciando a irrompere attraverso uno strato di nuvole che pareva irremovibile. Scendo dalla macchina, temendo che mi verranno i crampi alle gambe se rimango seduta ancora un po'. Poi cerco di placare il dolore alle ginocchia camminando verso il cancello di ghisa dell'area giochi. Il terreno  coperto di schegge di legno e si vede qualche carta di caramella luccicare alla luce del sole. Un cappello di lana inzuppato di pioggia giace abbandonato su una panchina rossa accanto alla porta sul retro.
Mi fermo al cancello accanto a una quercia. Le radici hanno deformato il cemento e io mi avvicino un altro po'. Il tronco dell'albero mi nasconde perfettamente, e mentre osservo la porta sul retro, vedo del movimento attraverso il vetro della finestra.
Poi tutto rallenta e accelera allo stesso tempo. La porta principale si chiude e sento dei passi sul cemento che vengono nella mia direzione. Quando mi volto, vedo Wilczek che corre verso la sua macchina. Contemporaneamente la porta sul retro si apre e dei bambini si riversano nell'area giochi. Wilczek entra in macchina e sbatte lo sportello, come se avesse una missione da compiere e avesse visto qualcosa di importante. Mi guardo intorno, ma non scorgo niente di strano.
L'uno dopo l'altro i bambini scendono i gradini verso il cortile. Li guardo attentamente e quando il mio cellulare vibra nella tasca della giacca lo ignoro del tutto.
I bambini adesso hanno preso possesso di tutta l'area giochi; le bambine sulle altalene fanno oscillare le gambe come pendoli all'unisono, mentre altri salgono sulla scale per poi lanciarsi gi dallo scivolo. C' una donna giovane seduta sulla panchina. Ha un cappotto di lana rosso e cerca di schermarsi gli occhi dal sole.
Poi vedo cosa ha visto anche Wilczek prima di me. La Pontiac blu  ferma dalla parte opposta della strada, in direzione nord. Lo sportello del guidatore si apre e una donna con un paio di jeans e un parka nero emerge, infilandosi una massa di capelli rossi sotto il cappuccio. Mentre la donna attraversa la strada, controlla il marciapiede, poi l'area giochi.
Il mio cuore non reagisce pi ai momenti fatali come questo. Forse ormai sono abituata a essere messa alla prova, o forse sono cos scioccata che il mio cervello non riesce a concepire la gravit del momento. Io e Anna ci guardiamo negli occhi. Prima che riesca a muovermi, Anna attraversa di corsa la strada e scompare nella Pontiac. Accende la macchina e parte in direzione nord.
Mentre rimango paralizzata sotto la quercia, vedo Wilczek inseguire la Pontiac blu. Guarda dritto davanti a s, le mani incollate al volante. Quando mi vede alza un dito e lo punta quasi impercettibilmente verso Anna nella macchina davanti. Io gli faccio un cenno con la testa. Quando entrambe le macchine sono scomparse dietro l'angolo, esco dall'ombra della quercia e mi avvio verso la porta d'ingresso del centro di accoglienza.
Mi scusi. La voce di una donna, la stessa donna che qualche minuto prima era seduta sulla panchina a sorvegliare i bambini in cortile. Le sue mani stringono alla buona il cappotto come se non avesse avuto il tempo di tirarsi su la cerniera. Odora di caff.
Lei  della polizia? L'ho vista prima con l'ispettore, fuori, in macchina. Ci ha detto che stava cercando una donna e ci ha fornito la descrizione.
Io annuisco e raddrizzo le spalle. La tensione si fa sentire. Cerco di non tremare, ma non ci riesco. Ci siamo quasi, quasi. C' stata un'emergenza e il mio collega  dovuto andare via.
Sono la dottoressa Wallace, psicologa dell'infanzia, faccio parte dello staff. Esita, poi indica il cancello. Ma lei ha freddo, sta tremando. Prego, entri pure a riscaldarsi.
Apre il cancello dell'area giochi ed entro nel cortile. Mi accorgo solo adesso che i bambini sono gi tornati dentro. Il cortile  deserto, non si sentono pi strilli n risate. Sul vialetto c' un paio di muffole coperte di schegge di legno. Il cancello si chiude dietro di me con un fragore metallico. Quando arriviamo alla porta sul retro la dottoressa digita dei numeri sul monitor di un dispositivo elettronico di sicurezza.
Vedo che siete preparati per ogni evenienza, osservo, nascondendo le mani nelle tasche del cappotto. A volte accogliamo donne che hanno subito violenze e i loro figli, spiega la dottoressa Wallace, e quando il citofono emette un suono allunga la mano verso la maniglia e apre.
Non mi interessa pi nulla di Anna e di quello che le accadr. Il suo destino sono fatti suoi, io sono qui per mia figlia. Se Anna si  presentata, vuol dire che Mia  in questo edificio. Adesso tutto ci che mi circonda  la psichiatra, la porta che ho davanti, tutto  sembra muoversi, ripiegarsi su se stesso. Decido di arrendermi completamente, una cosa che mi ha insegnato il dottor Ari. Non ho pi bisogno di immaginare un ascensore: sono capace di evocare il mio mantra al momento del bisogno. Lascio che l'universo si dispieghi. Il destino. Ci che accade non poteva non accadere e ci che non accade non poteva accadere. La voce del dottor Ari riecheggia nella mia testa.
Siamo in un lungo corridoio stretto con i pavimenti lucidi di linoleum. C' un lieve odore di sapone e qualcosa di pungente, simile a limone. Una scaffalatura cubica contiene cappotti, borse e guanti. A sinistra c' una grande stanza piastrellata con lavabi in miniatura e rubinetti lucenti con le manopole enormi. Un grande poster raccomanda: RICORDATI DI TIRARE LO SCARICO.
Mentre passiamo davanti al bagno, la dottoressa Wallace si volta verso di me. Non ho capito bene il suo nome, dice, mentre appende il cappotto a una gancio accanto allo scaffale.
Le do un nome fittizio e la ringrazio per avermi permesso di aspettare dentro.
Stavamo per iniziare le attivit di gruppo pomeridiane, spiega e indica il salottino della reception. Pu aspettare qui se vuole.
Io annuisco e prendo posto sul divanetto. La dottoressa Wallace entra nella stanza di fronte. In mezzo c' un grande tavolo tondo circondato da sedie colorate con un gancio per il grembiule. C' una pila di carta in mezzo al tavolo e un vassoio girevole con un assortimento di vaschette di vernice dai colori sgargianti.
La dottoressa Wallace batte le mani e subito dall'altra parte della stanza un gruppo di bambini corre al tavolo e comincia a contendersi le sedie.
Conto dodici bambini, sette maschi e cinque femmine. Mi chiedo fin dove posso spingermi, fin dove posso ficcare il naso senza destare sospetti.
Tre bambine hanno i capelli lunghi e biondi e indossano vestiti identici, ma sono diverse di statura. Sembrano molto unite tra loro. Si guardano intorno con circospezione e sono concentrate l'una sull'altra piuttosto che sul mondo circostante. Sono sedute vicine e sembrano aspettare un segnale dalla bambina al centro, la pi alta delle tre. Quando lei si allaccia il grembiule e si allunga a prendere la carta, le altre due seguono a ruota.
Le altre due bambine  una ha i capelli castani raccolti in una coda di cavallo e una frangetta che le copre gli occhi  sono pi silenziose, quasi distaccate. La bambina con la coda continua a spostarsi di lato la frangia. La capigliatura dell'altra bambina invece sembra il risultato di un incontro sfortunato con un paio di forbici.
Cammino lungo il corridoio e guardo una serie di foto appese alla porta. In realt non faccio quasi caso a quelle foto, che ritraggono delle persone che si stringono la mano alla cerimonia di inaugurazione, e poi una targa con i nomi dei benefattori. Osservo i bambini che dipingono con le dita e quando la dottoressa Wallace alza lo sguardo, faccio finta di controllare l'orologio.
I bambini affondano le dita nelle vaschette di vernice e io esamino rapidamente le loro facce. Non so cosa mi aspettassi: forse una reazione forte, e invece non sento nessun legame, nessuna attrazione particolare, nessuna sensazione familiare. Le mie mani continuano a tremare mentre esamino ripetutamente i loro visi. Mia non ha nessuna voglia e nessuna cicatrice che potrebbe aiutarmi a identificarla. Immagino il visino da neonata di Mia che si allunga, l'avvallamento tra il naso e le sopracciglia che si appiana. Dentro di me sento la rotazione della terra, il suo asse che gira lentamente. Vorrei prendere ogni bambina che c' in questa stanza e stringerla a me, perch il mio sangue, il mio cuore, la mia anima, di sicuro reagirebbero. Sento le lacrime rigarmi le guance e le asciugo. Devo rimanere forte adesso. Ci sono quasi, ma non ancora.
Escludo le tre bambine bionde con gli occhi blu fiordaliso. Gli occhi di Mia erano marroni, come quelli di Jack. Certo, era bionda, ma i capelli dei bambini si scuriscono negli anni.
All'improvviso si sentono due voci stridule e due dei maschietti cominciano a litigare per una vaschetta di pittura. Uno dei maschietti, con il grembiule slargato, spinge il ragazzino verso la sedia per fargli riprendere posto. Il bambino inizia a piangere, e la bambina con la coda gli dice qualcosa. Mi domando se chiedere il permesso di sedermi in un angolo della stanza, quando sento la dottoressa Wallace dire ai bambini che sono una poliziotta. Non ho mai confermato di esserlo. C' stata un'emergenza, le ho spiegato. Il mio collega  dovuto andare via.
I bambini si voltano a guardarmi. Il bambino che piange  inconsolabile e quando si rende conto che non  pi al centro dell'attenzione, infila tutta la mano nella vaschetta di vernice rossa. Poi, infastidito dalla sensazione appiccicosa, cerca di ripulirsi dalla vernice scuotendo violentemente le dita. Infine si volta a sinistra e si pulisce le mani sulla maglietta del bambino che gli sta accanto.
Le tre bambine bionde cominciano a gridare e tirano via i fogli dal tavolo per cercare di salvare i propri dipinti, mentre i ragazzini ormai stanno schizzando vernice dappertutto.
La dottoressa Wallace tenta di richiamare tutti all'ordine, ma viene ignorata. Ora anche gli altri bambini immergono le mani nelle vaschette. La dottoressa ha un'espressione visibilmente tesa e tira tutto il vassoio girevole verso di s per allontanare la vernice. Ma i bambini adesso sembrano molto divertiti e si spalmano a vicenda la vernice sulle magliette. Qualcuno gi ride a crepapelle; altri ridacchiano; qualcun altro scoppia a ridere
La dottoressa Wallace sta rimettendo freneticamente i coperchi sulle vaschette. Ascoltate tutti. Adesso ci puliamo le mani e ci calmiamo. Mi guarda e mi fa segno di entrare nella stanza. Mi pu aiutare, per favore?, mi chiede e mi mette in mano una manciata di salviette umide. Io mi occupo dei maschietti, aggiunge, e ordina loro di andare a prendere posto sulle sedie lungo la parete.
Porgo una salvietta umida alla bambina con la coda e la frangetta. Lei mi guarda confusa e rimane immobile. Le pulisco delicatamente le macchie rosse di vernice sulle dita. Lei libera la mano dalla mia e si sfrega entrambe le mani per controllare se sono ancora appiccicose.
Ha gli occhi pieni di lacrime. Il suo dipinto sul tavolo  coperto di schizzi di vernice e ha gli angoli tutti strappati. C' un omino stilizzato con un vestito giallo con due grossi puntini verdi al posto degli occhi.
Questa  mamma, mormora indicando gli scarabocchi. Adesso il mio dipinto  tutto rovinato, aggiunge, imbronciandosi. Si asciuga gli occhi con il dorso della mano, spostandosi di lato la frangetta.
Forse possiamo sistemarlo, dico. Voglio salvare il suo dipinto, voglio che non sia triste. Voglio dirle che possiamo ritagliare l'immagine della mamma e incollarla su un foglio nuovo. Che a volte si pu ricominciare, perch in fondo non si  rovinato nulla. Fisso la chioma di capelli rossi della figura, e quel colore aggiunge un strano senso di chiarezza alla mia percezione.
Quando lei mi guarda, i suoi occhi ingoiano le mie parole. Quelli sono gli occhi di Jack, un sopracciglio alzato che esamina puntigliosamente il mondo.
Una scintilla improvvisamente genera un ricordo, rimasto a lungo dimenticato sotto innumerevoli strati di giorni, mesi e anni: il sangue che mi ha perseguitata nei giorni successivi al mio risveglio in ospedale. Il ricordo di un paio di manine ricoperte di uno strato appiccicoso color cremisi, una scia di orme insanguinate su un lenzuolo bianco. La lampada a cupola, le schegge. Il momento che avevo imparato a rimuovere dalla mia mente. Il mio grande tradimento di madre, perch c'era scritto cos chiaramente TENERE FUORI DALLA PORTATA DEI BAMBINI. In qualche maniera distorta e impossibile, il ricordo del sangue si mescola a un senso di pura euforia. Sono qui, Mia. Ti ho trovata. Non ho mai considerato la possibilit di andare avanti senza di te.
Piego una salvietta e vi avvolgo dentro la sua mano. Il suo pollice emerge, pulito e lucente. La punta  coperta di bozzi bianchi e tondi, come se ci fosse del giaccio intrappolato sottopelle.
Sento una stretta allo stomaco e tutto il mio corpo comincia a vibrare. Le prendo delicatamente i polsi nella mano. Le giro le mani e pulisco rapidamente un dito alla volta. Vedo emergere innumerevoli linee bianche, che le coprono le punte delle dita come ghiaccioli: il ricordo di una notte di tanto tempo fa, di una lampada a tartaruga e di una madre che non era perfetta. Tengo strette le sue mani. Vorrei cancellare tutto ci che c' di sbagliato, e spero di non perdere mai la sua fiducia.
Tutto pulito, mormora e nasconde le mani dietro la schiena. E il mio dipinto?.
Non piango:  un'impresa quasi impossibile, ma ci riesco. Non voglio spaventarla, non voglio che il primo ricordo di me sia di una donna in lacrime.
Il dipinto, ripeto, e riesco ad abbozzare un sorriso. Che ne dici se ne facciamo un altro?.
Qualche tempo dopo riappare Wilczek. Forse  passata un'ora, o forse pi. I suoi occhi sono vuoti, ma le mascelle serrate sono piuttosto eloquenti.
Si  accorta che la stavo inseguendo. Ha cercato di sfuggirmi, ma non ce l'ha fatta, mi riferisce, digitando furiosamente sul cellulare. Gli tremano le mani. Alla fine si arrende. Ho chiamato i rinforzi, ma prima ancora che arrivassero la sua macchina  finita accartocciata contro un palo su Woodside Avenue. Anna  morta.
Anna  morta. Solo un'eco di ci che conta davvero.
Si ricorda la lampada nell'appartamento di North Dandry? La lampada con la cupola rotta?. Non aspetto la sua risposta, a stento riesco a respirare. Mia si  tagliata le dita con le schegge e ha delle cicatrici sulle mani, e assomiglia a Jack, continuo, chiedendomi se smetter mai di tremare.
Dio santo, mormora lui. Solo Dio santo. Nient'altro. La mascella si rilassa, ma le sue emozioni sembrano come trattenute. Poi qualcosa irrompe nei suoi occhi. Si fanno grandi e umidi. Non  pi padrone dei suoi sentimenti. Dio santo, continua a ripetere. Accende una sigaretta e inala profondamente.
Gli squilla il telefono. Prima che io possa aggiungere altro, risponde alla chiamata e si allontana, lasciando dietro di s una scia di fumo.
Aspetti, lo chiamo.
Lui si volta, chiudendo il telefono.
Deve dirmi tutto, gli chiedo e mi avvicino. Il mondo intorno a me sembra essersi fermato. Sento lo strano bisogno di sapere in che stato fosse il corpo della donna che ha rapito mia figlia e mi ha tenuto lontana da lei per tutti questi anni. Per qualche motivo folle e impossibile ho bisogno di sapere esattamente come sia finita la sua vita.
La inseguo, e quando arriviamo al primo semaforo si accorge che le sto dietro. Va nel panico. Comincia a guardarsi a destra e a sinistra, a zigzagare tra le macchine. Poi  andata a sbattere contro.
No, non  questo che voglio sapere. Mi descriva in che condizioni era.
Nella fretta non si era allacciata la cintura. Il palo ha tagliato in due la macchina. La parte davanti in pratica era inesistente. Aveva le ginocchia, distrutte, adagiate contro il petto. Aveva un lungo taglio orizzontale sulla fronte.
Avrei voluto parlarle.
Non so che cosa le avrei chiesto. Perch non me l'hai semplicemente restituita? Perch te la sei tenuta? Ti sei presa cura di lei? Sa di essere stata rapita?
Le domande che mi assillano sono tante, ma la morte di Anna mi ha rubato le risposte, le conclusioni, la chiosa finale. Quindi ogni ulteriore pensiero su di lei conta poco. Questo momento  dolce e amaro come nessun altro: vado via ancora una volta senza Mia, ma stavolta so che  viva e che presto la stringer tra le mie braccia. Non ho nessuna intenzione di portarla via con la forza perch non voglio infliggerle ulteriori traumi.
Immagino che qualche volta ci si debba accontentare, mormoro, mentre la mia mente  gi concentrata sul passo successivo. Ma c' qualcun altro che  ancora in debito con me.
Capitolo 28
La mattina seguente entro nel tempio di vetro del palazzo della Donner Broadcasting, emblema di un potere economico che rappresenta non solo la rete televisiva, ma anche la stessa citt di New York.
Seduta sul divano di pelle nera con le gambe d'acciaio cromato, guardo attraverso le strisce orizzontali che tagliano la porta di vetro. Riferisco alla sua assistente che Amnesia Mom vuole parlarle.
E prima ancora che l'assistente possa annunciarmi, entro nell'ufficio di Liza Overton, conduttrice di Cronaca nera, la donna che mi ha soprannominata Amnesia Mom. Regge il cellulare tra la spalla e l'orecchio e mi indica una sedia davanti alla scrivania. Sul suo viso vedo un'espressione confusa. Ci mette qualche secondo  io la osservo paziente mentre mi esamina  ma alla fine mi riconosce. Adesso le si vede la giugulare che sporge dal collo.
Dobbiamo parlare, comincio. Mi appoggio allo schienale e incrocio le gambe. Ho bisogno del suo aiuto.
Il mio aiuto?. Il suo viso comincia a contrarsi. Gli occhi si fanno pi piccoli, le labbra pi sottili. Di che si tratta?.
Lei ha una certa influenza sugli spettatori, giusto?
Be', mi piace pensarlo.
E sulla polizia?
Non sono sicura di capire. Se vuole che la polizia le porga pubblicamente le sue scuse, sappia che si trova nel posto sbagliato.
Non voglio le scuse di nessuno. Certamente non le sue, n quelle della polizia. Lei mi ha reso la vita un inferno, mi ha mortificata agli occhi del pubblico. Lo sa bene. E per questo  in debito con me.
Sono in debito con lei?. Allunga la mano verso il telefono, ma subito dopo la tira indietro.
Ho bisogno di due cose da lei. Primo, voglio che stasera stessa faccia una puntata sul mio caso. Secondo, durante il programma deve fare pressione sulla polizia perch acceleri le indagini. Se vuole, chiami pure in diretta il capo della polizia.
Lei getta indietro la testa e ride. Una risata profonda, di pancia.
Non dir sul serio, vero?
Ho trovato mia figlia. E voglio che lei faccia pressione sulla polizia perch la sottopongano subito all'esame del DNA. Per poterla riavere.
L'ha trovata? Dove?
Procediamo con ordine.  un s?
E io che cosa ci guadagnerei?
Si immagini gli indici d'ascolto.
Liza Overton preme un pulsante sul telefono, e comunica alla sua assistente di non passarle pi le chiamate.
Io le racconto del blitz in Texas e le riferisco che sono coinvolte centinaia di persone, tra bambini e adulti, per cui ci vorranno mesi per concludere tutti gli esami del DNA. Dopotutto, un sopracciglio inarcato e dei taglietti sulle punte delle dita non costituiscono una prova. Ed  vero, non ho bisogno che qualcuno mi porga le sue scuse. Ho solo bisogno di un esame del DNA. Nient'altro che questo. Stasera stessa.
Quel giorno stesso, mentre guardo il notiziario serale, digito il numero di Jack. A un certo punto Jack  diventato sempre pi ostile nei miei confronti, come se la mia esistenza servisse soltanto a ricordargli le sue mancanze. Lui risponde immediatamente. Teme il peggio, ne sono certa.
Sei a casa?, chiedo.
Cosa diamine  successo?. La sua voce  dura, ma io sento la trepidazione dietro l'asprezza delle sue parole. Del resto non ci parliamo da anni, e c' solo un motivo per cui potrei chiamarlo.
Accendi la TV e guarda Cronaca Nera.
Che succede, Estelle? Cosa diavolo sta succedendo?
Fallo e basta, rispondo. Non so perch ho deciso di farlo aspettare. Potrei dirgli semplicemente: L'ho trovata,  viva,  al sicuro. Mi sento crudele. In fin dei conti, lui  il padre di Mia, ma poi sento crescere la rabbia. Mi torna in mente tutto quello che  successo dopo che la polizia ha cominciato a cercare Anna Lieberman. Ho passato ogni singolo giorno a dare spiegazioni. Perch ho lavato la casa con la candeggina: volevo offrire una casa decente a mia figlia; perch ho fatto mettere delle serrature: Jack mi ha lasciata da sola, avevo paura. Perch ho dato via la valigia alla barbona: un figlio nelle sembianze di uno scoiattolo aveva bisogno di una casa. Ho passato ore e ore a rispondere alle loro domande sulle ricerche che avevo fatto al computer, a tentare di spiegare perch avevo guardato dei siti che insegnano a maneggiare una pistola. Ho aspettato mesi perch la polizia ritrovasse le pistole e facesse combaciare i proiettili, mesi perch controllasse il passato di David e Anna Lieberman. Tutto tempo prezioso che invece la polizia avrebbe dovuto impiegare per cercarli. E adesso, persino adesso, dopo che ho trovato Mia  l'ho trovata!  la polizia parla di indagini conflittuali e coincidenze improbabili. Il suo rifiuto, dettato semplicemente dall'apatia, di effettuare subito un esame del DNA  solo l'ennesima pugnalata su una ferita che non si  mai rimarginata.
La conduttrice del notiziario serale scompare dallo schermo e inizia Cronaca nera.
Notizia straordinaria:  la voce di Liza Overton. Ha il trucco perfetto, i capelli come sempre impeccabili. Sento la sua voce acuta in TV e contemporaneamente attraverso il telefono.
Aspetto.
Cinque anni fa una bambina scomparve da una casa di mattoncini rossi a Brooklyn. I sospetti caddero subito sulla madre, soprannominata dai giornalisti Amnesia Mom. Un colpo di scena rivel poi che Mia era stata rapita, ma la bambina non fu mai ritrovata. La madre nel frattempo fu scagionata, dopo mesi e mesi passati a cercare di ricostruire l'accaduto. Adesso, cinque anni dopo, la bambina risulta ancora scomparsa. Ed ecco il colpo di scena. Nonostante il caso sia stato archiviato, adesso ci sono motivi per credere che la madre abbia ritrovato sua figlia. Per le autorit non si dimostrano affatto collaborative e sembra che non si diano da fare per risolvere il caso una volta per tutte. S, avete sentito bene: la madre ha ritrovato sua figlia dopo cinque anni. Non vi muovete, dopo la pubblicit vi aggiorneremo sugli ultimi sviluppi del caso di Amnesia Mom.
Qualche secondo dopo, sento attraverso il telefono un suono che sembra un pianto e deduco che Jack abbia capito che Mia  viva. Vorrei poter vedere la sua faccia quando diranno come  stata trovata e da chi. Riattacco il telefono e fisso lo schermo.
Cronaca Nera si interrompe e inizia la pubblicit. Cambio canale, mi sintonizzo sulla CNN e aspetto.
Il volo di Jack da Boston a New York ha subto un ritardo. Lui mi dice di non aspettarlo: ci vedremo direttamente all'ufficio dello stato di New York per i servizi ai minori e le famiglie. Grazie alla pressione della stampa e all'intervento di Wilczek, ci sono voluti tre giorni. E adesso un funzionario dei servizi sociali, un uomo piuttosto robusto con una ventiquattrore consunta, ha il compito di supervisionare il nostro primo incontro. Non c' nessun parco, nessun'area giochi e nessun'anatra. Lui lo chiama incontro preliminare e dopo avermi fatto firmare dei documenti, prova senza successo a richiudere la valigetta.
Le hanno spiegato come funziona?, chiede, e per la prima volta mi guarda negli occhi.
S, rispondo e penso a quella cosa che chiamano prova della qualit della relazione, un termine che racchiude tutto ci che ci si aspetta quando i bambini si ricongiungono con i loro genitori dopo tanto tempo.
Non sappiamo se la bambina abbia subito qualche violenza, e neppure se ha avuto tutte le cure necessarie. Ha sempre creduto che sua madre fosse un'altra donna, che altre persone fossero la sua famiglia. Non la conosce affatto.
Neppure io conosco lei, penso, ma non lo dico ad alta voce. La mia paura pi grande  che Mia non mi voglia. Che mi odier quando scoprir la verit. E che non riuscir mai ad amarmi.
Dopo un periodo di prova, il giudice ce la dar in affidamento. Ma il trasferimento definitivo avverr solo quando il giudice avr dato il suo consenso. Il termine legale  tutela del benessere del bambino.
L'assistente sociale si volta e apre una pesante porta metallica. Per un attimo penso che voglia stringermi la mano.
Supero la porta e aspetto Mia, e finalmente realizzo la portata di quello che sta succedendo. Non dovr pi aggiornarmi sui cadaveri rinvenuti a mare o nelle discariche. Non dovr pi controllare i database, non avr un sussulto ogni volta che squiller il telefono. Ho letto da qualche parte che il dolore per la perdita o la morte di un figlio non guarisce mai, fino al giorno del ricongiungimento, se mai dovesse avvenire. Io sono tra le fortunate, e oggi per me quel giorno  arrivato.  un momento cos surreale che il mio corpo rimane assolutamente immobile, come se la mia carne e le mie ossa non riuscissero a contenerne tutta la magia.
Che cosa le dir, mi chiedo, quando potr finalmente abbracciarla? Riuscir a parlare? Lei si ritrarr? Finalmente il momento  arrivato,  solo questione di secondi. Secondi. Il tempo che impiegavo ad allacciarle la scarpina, ad aprirle il pannolino, a spazzolarle i capelli sottili quando era neonata.
Mi siedo e unisco le mani in grembo. Penso a tutti gli anni che ho passato senza di lei: non posso assolutamente buttare via questo momento, devo cercare di riparare in ogni modo a tutto ci che  andato perduto.
Quando sento la porta che si apre, alzo lo sguardo.
Non penso pi ai minuti o ai secondi. Lascer che questo istante si dispieghi, come se fossi una fotografa che vuole trovare la giusta inquadratura e catturare un momento che durer per sempre. Alzo gli occhi ed eccola qui davanti a me.
E poi il mio cuore esplode.
RISOLTO UN VECCHIO CASO DI RAPIMENTO: MIA CONNOR SI RICONGIUNGE AI SUOI GENITORI
Brooklyn, NY ? Mia Connor, rapita cinque anni fa, oggi si  finalmente ricongiunta ai suoi genitori, Estelle Paradise e Jack Connor.
Al tempo i sospetti si concentrarono su sua madre, Estelle Paradise, che non era in grado di dare spiegazioni riguardo ai propri movimenti nei giorni successivi alla scomparsa della bambina. Mia, di 7 mesi, era sparita dal lettino nella loro casa di Brooklyn.
Dopo la scomparsa, la signora Paradise trascorse alcuni mesi in una clinica psichiatrica. Durante la sua permanenza si scopr, unicamente grazie alla sua testimonianza e a una terapia per il recupero della memoria a cui la signora si sottopose, che la bambina era stata rapita da David Lieberman, un inquilino del palazzo di Broolyn, e sua sorella, Anna Lieberman. Nei mesi successivi non ci fu alcuna svolta nelle indagini e un paio di anni dopo il caso venne ufficialmente archiviato.
Oggi invece si  chiuso grazie al riconoscimento da parte della signora Paradise di uno dei sospettati, coinvolto in un altro caso su cui la polizia sta indagando. Nel corso degli anni la signora Paradise ha rifiutato numerose offerte di contratti editoriali e cinematografici, eppure  stata Liza Overton, conduttrice di Cronaca Nera, una delle persone che l'hanno criticata pi duramente dopo il rapimento, a rivelare in TV che Estelle Paradise ha ritrovato sua figlia. Dopo che la notizia  apparsa su tutti i giornali, la polizia ha velocizzato le procedure per il test del DNA. Madre e figlia si sono ricongiunte qualche giorno dopo la rivelazione.
La polizia  accusata di negligenza e imperizia nel condurre le indagini, dal momento che non  stata seguita nessun'altra pista nei giorni successivi al rapimento, ma al momento non  ancora stato avviato alcun procedimento penale.
Siamo lieti di poter comunicare che la famiglia si  riunita, ha dichiarato Joanna Walls, portavoce del dipartimento di polizia di New York. Si  trattato di un vero e proprio miracolo e siamo davvero molto felici per la famiglia.
Era raro vedere mia madre senza la sua macchina fotografica. Me la ricordo a letto, appoggiata ai cuscini, e accanto la macchina fotografica. In mano ha un libro: uno dei suoi manuali sulla luce, l'angolatura, la prospettiva.
Ricordo di essere salita sul suo letto e di averle mostrato, piena di rabbia, una copia consumata e ingiallita di Alice nel paese delle meraviglie.
Mamma.
Lei sorride a quel tono accusatorio e, pensando che io voglia chiederle di leggermi il libro, mi parla senza alzare lo sguardo.
Non ora, mormora, mettendomi una mano intorno alla spalla. E se me lo leggessi tu?
Veramente l'ho gi finito. Ti sei ricordata di comprarmi l'altro?
Me ne sono dimenticata. Scusa.
Ti ricordi il titolo?
Attraverso lo specchio, giusto? Stesso autore?
Non le rispondo, per punirla di essersene dimenticata.
Mamma, per quale motivo si dovrebbe attraversare uno specchio?, domando.
Per vedere te stessa come ti vedono gli altri.
Non  come specchiarsi?
Lei non risponde e continua a sfogliare il suo libro. Quanto odio i suoi libri, e la sua macchina fotografica. Odio vederla preoccuparsi di tutto tranne che di me. E comunque a cosa serve un libro senza parole, mi chiedo. E a che cosa lei, se non mi parla mai.
Lei chiude il libro, mi abbraccia e poi mi accarezza i capelli. E rimaniamo cos per un bel po'. A volte mi addormento, ma lei  sempre l quando mi sveglio. Mi tiene stretta e non mi lascia andare.
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Fine.
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Ringraziamenti.
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Per pubblicare un libro serve tutto un entourage di persone, ed ecco qua il mio: sar eternamente grata alla mia agente, Laura Longrigg, e poi a Helen Huthwaite e tutta la squadra AVON, specialmente le persone che lavorano dietro le quinte: Oli Malcom, Victoria Jackson, Sabah Khan, Jo Marinoe e Jade Craddock. Siete tutti fantastici.
Altrettanti ringraziamenti vanno ai miei colleghi scrittori e a coloro che hanno letto in anticipo il libro, accompagnandomi in questo viaggio. Ma siete troppi per citarvi tutti, e sento che l'unico modo per esprimere tutta la mia riconoscenza  dirvi grazie: grazie dal profondo del cuore.
In fondo, questo  un libro sull'essere madri, per cui non posso che ringraziare mia madre, per aver condiviso con me i suoi amati libri e la sua breve vita; e mia figlia, che  la mia pi grande fonte di ispirazione.
E non ultimo, un grazie di cuore a mio marito. Tu mi hai offerto la proverbiale stanza tutta per me e il supporto economico per poter scrivere questo libro. Sei il mio sostegno, la mia roccia.
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FINE.